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Stati Uniti
, 21 Giugno 2024

Gli Stati Uniti non se ne andranno


Il calcio negli Stati Uniti è un movimento in crescita ma, soprattutto, finalmente unito.

Non è giusto dire che, per decenni, a nessuno negli Stati Uniti è importato del calcio.

Non sarebbe corretto definire il movimento calcistico statunitense fino ai tardi anni ’80, fino allo Shot heard round the world con cui Paul Caligiuri qualificò Team USA a Italia '90, come un movimento inesistente. Sarebbe più adatto considerarlo, utilizzando un termine foucaultiano, un non-detto. Una creatura che sopravviveva nell’ombra e che a un certo punto, semplicemente per espletare il suo desiderio di uscire, ha abbandonato il sommerso.

Il calcio, negli Stati Uniti, è sempre esistito. Lo ha fatto in molte e multiformi maniere, nel silenzio generale di diecimila piccole cose di nicchia incapaci, per limiti materiali o assenza di incoraggiamento dall’alto, a coalizzarsi per creare uno spazio più grande e numeroso per quelli che ve ne facevano parte. L’unico luogo in cui tutte queste anime sapevano riunirsi era - anche in quelle epoche di apparente silenzio radio del soccer - la nazionale (USMNT, definita così per distinguerla da quella vincente e femminile).

Nei convocati degli Stati Uniti ai Mondiali 1990 e 1994 c’erano statunitensi nati e cresciuti all’estero: Earnie Stewart – di Veghel, Paesi Bassi – o Thomas Dooley – di Bechhofen, Germania. C'erano figli dei sobborghi altolocati, con tutto quell’immaginario di soccer moms, succhi di frutta versati in bicchieri di plastica e campi immersi nei parchi pubblici tramandato da molti prodotti culturali – Kasey Keller di Lacey, vicino Seattle, e Paul Krumpe di Torrance, nell’area metropolitana di Los Angeles.

C'erano prodotti – Steve Trittschuh e Mike Sorber – di una cattedrale nel deserto del soccer come St. Louis, che anche negli anni di minor successo mainstream del calcio statunitense ha mantenuto viva una scena florida e appassionata tra squadre amatoriali, high school e college, sviluppatasi grazie ai programmi gratuiti delle parrocchie cattoliche all’alba del ventesimo secolo.

C'erano figli di immigrati di origine tanto europea – Tony Meola, Frank Klopas, Alexi Lalas – quanto centro e sudamericana – Hugo Perez, Tab Ramos, Marcelo Balboa – cresciuti in quelle che l’antropologo indiano Arjun Appadurai definisce sfere pubbliche diasporiche: contesti di immagini in movimento che incrociano spettatori deterrorializzati che si vengono a creare quando lavoratori turchi emigrati in Germania guardano film turchi nei loro appartamenti tedeschi oppure quando coreani a Philadelphia guardano le Olimpiadi di Seoul grazie a collegamenti via satellite.

Negli spazi di queste comunità, nei ristoranti tipici o nei negozi di quartiere - che resistono pure nel desolato panorama urbanistico degli Stati Uniti - il concetto transnazionale è espresso con la chiarezza rivelatrice di un esempio. Lo dimostra La Bombonera, un complesso di campi da calcio indoor a Wilmington, nel Delaware, recentemente salito agli onori della cronaca perché una squadra a esso dedicata ha vinto The Soccer Tournament, battendo in finale la squadra dell’ex Manchester United Nani.

Il gol che è valso un milione di dollari per la squadra del Delaware


Per quanto siano tanti i fattori che hanno contribuito alla crescita vertiginosa di interesse nel calcio degli statunitensi – il successo della serie di videogiochi FIFA, i trionfi della nazionale femminile, l’arrivo di stelle internazionali in MLS, il marketing della Premier League, Ted Lasso – non si può non sottolineare il successo televisivo della Liga MX: la comunità diasporica messicana è la più ampia di quelle che seguono voracemente il calcio negli Stati Uniti, creando un catalizzatore capace di dimostrare ai conglomerati televisivi come il calcio fosse uno sport sulla cui crescita avesse senso investire.

La situazione non è poi così dissimile da quella che stiamo vedendo nel 2024 con il successo, sportivo ma principalmente culturale, della nazionale statunitense di cricket. Ai Mondiali T20, ospitati in collaborazione con le Indie Occidentali, la nazionale degli Stati Uniti - composta da dilettanti - è riuscita a battere il Pakistan, finalista dell'edizione precedente.

In qualsiasi paese con una consistente diaspora da India o Caraibi anglofoni, il cricket è uno sport con forte rilevanza: avrà sempre una nutrita comunità di appassionati, anche se il resto del paese non pare interessato a notarlo. Quello stesso nocciolo di passione e interesse, a un certo punto, per le contingenze più varie sarà lanciato come nello scoccare di una freccia. Tornare indietro sarà impossibile.

Pochi giorni dopo la vittoria della nazionale statunitense su quella pakistana, 30.000 persone hanno riempito uno stadio temporaneo costruito in un parco pubblico a Long Island per assistere a Stati Uniti-India. Rodger Sherman, per GQ Sports, ha raccontato come si aspettasse che lo stadio supportasse largamente il paese asiatico. Lo scenario è stato però ben diverso: “[uno stadio] riempito principalmente da indiani-americani, che tifavano per la nazione in cui sono nati e per quella in cui hanno costruito la loro vita. Non sembrava per loro esserci alcun conflitto tra le due cose. Ogni evento della partita ha fatto volare ogni bandiera sulle tribune”.

La cultura calcistica è conflittuale nonostante sparute rivalità storiche, ma non si può dire lo stesso per quando USMNT sfida nazionali con consistenti comunità diasporiche negli Stati Uniti. Il concetto alla base rimane: quei gruppi di persone che hanno tenuto viva una cultura sportiva quando a nessun altro interessava farlo, saranno le più voraci a sostenerne il boom.

https://twitter.com/unitednightout/status/1799565717869634000
I 50.000 di Stati Uniti-Colombia, amichevole pre-Copa America, non avevano la stessa propensione al doppio tifo di quelli in Stati Uniti-India di cricket

In un paese in cui sono sempre le iniziative dei privati a muovere grandi somme di capitali, l’idea del cricket come strumento di profitto è stata recepita da alcuni miliardari perché, banalmente, provengono dalla stessa comunità. Satya Nadella, CEO di Microsoft nato a Hyderabad, ha investito $100 milioni per lanciare la Major League Cricket, prima lega professionistica di cricket nel formato T20; a lui si sono uniti altri imprenditori indiano-americani, per lo più attivi nella Silicon Valley – come anche il capitano e stella degli Stati Uniti, Saurabh Netravalkar, software engineer di Oracle.

Nel calcio la questione è stata più complessa: è passata per molti fallimenti nonché alcuni salvataggi e interventi a fondo perduto di alcuni ricconi, oggi ricordati come benefattori. Alla fine, nonostante il rapporto con queste comunità non sia sempre stato idilliaco e la loro rappresentazione nelle più alte sfere decisionali sia ancora nulla, qualcosa ha iniziato a muoversi: la nascita di tanti gruppi del tifo organizzato in MLS rappresentano queste comunità diasporiche.

Gli Stati Uniti sono costantemente la nazione che compra più biglietti per i Mondiali - lo ha fatto anche nel 2018, quando lo USMNT non era presente. È dunque solo una naturale conseguenza che gli occhi della FIFA siano tornati a posarsi sul gigante nordamericano, con più ingordigia che mai.

La seconda Copa America con base negli Stati Uniti sta per partire. Sarà seguita dal primo Mondiale per Club nel 2025 – a meno che la FIFPRO non vinca la causa legale contro la FIFA – e, soprattutto, dal Mondiale 2026, in collaborazione con Messico e Canada.

Ascolto più che caldeggiato

La federazione statunitense, in collaborazione con quella messicana, vuole inoltre tornare a ospitare il Mondiale femminile: dopo essersi ritirata dalla corsa per il 2027, ha identificato il 2031 come l’anno giusto. A questo vanno aggiunti, in ordine sparso: l’arrivo di Lionel Messi in MLS, l’accordo per i diritti televisivi della lega con Apple, la crescita vertiginosa della NWSL e la nuova Leagues Cup, torneo che vede sfidarsi tutte le squadre di MLS e Liga MX e che fino ad oggi ha portato guadagni record ad entrambe le parti.

Il calcio statunitense, per dirla come il commissioner della MLS Don Garber, è il bancomat del calcio mondiale. Un modo di guardare a questo boom del movimento statunitense è quindi quello puramente capitalistico. Le persone ricche si sono rese conto che nel calcio c’è un margine di espansione che negli altri sport mainstream negli Stati Uniti non esiste: che sia per un rigurgito di destino manifesto WASP o perché membri di queste comunità diasporiche si sono arricchiti e sanno che c’è una nicchia di mercato da riempire, stanno semplicemente tirando molti soldi addosso a questo nuovo scintillante prodotto.

L'obiettivo non è solo aumentarne la popolarità: almeno a livello di chi investe nella scena calcistica nazionale, anche migliorare il livello medio dei calciatori che escono dai settori giovanili può essere un target di crescita. Il calcio statunitense nel 2024 è il Wild Wild West: centinaia di parti intenzionate a ritagliarsi la propria nicchia e il malcelato desiderio di cannibalizzare la competizione, che si tratti di leghe statunitensi in lotta fratricida per lo stesso spazio o tornei stranieri che puntano a giocare partite ufficiali negli USA, inseguendo il sogno di potersi identificare come la NBA del calcio.

Tutto questo, ovviamente, non è un modo molto romantico di guardare al mondo: non c’è nessun grande ideale a cui aspirare. Anche a livello mitologico non è visione particolarmente fertile, ma ci racconta una parte della storia.

A supportare i sogni di questi campionati, i partner televisivi: sia NBC – che trasmette la Premier League – che CBS – Champions League - vedrebbero di buon occhio uno sbarco negli USA dei grandi club europei

Forse però c’è anche qualcosa d'altro. Dietro alle presentazioni PowerPoint degli esperti di marketing dovrà pure esistere qualche cosa. Scritto meglio: esisterà pure un modo di guardare ai dati contenuti in quelle presentazioni e dargli un volto umano, parlare di cosa implichi questa crescita per le persone che ne sono protagoniste guardando al lato della vicenda che non sia solo capitale.

Il tratto senza dubbio più unico del calcio statunitense contemporaneo è quanto pervasivo sia il fandom delle squadre nazionali, maschile e femminile. È una frase che può sembrare strana nei giorni di Europei e Copa America, nell’unico mese di anno in cui la nazionale raccoglie l’interesse veramente di chiunque: la differenza sta in quanto questa ossessione si riversi sull’intera stagione calcistica nordamericana e sia la lente attraverso cui molti osservano il calcio per club.

Utilizzo la parola fandom - solitamente riservata a universi come quelli di Swifties e Whovians - non solo perché considero le due cose funzionalmente indistinguibili (unica differenza: quelli sportivi sono più socialmente accettati e meno ostracizzati) ma anche perché i metodi di formazione di questa comunità sono più assimilabili a quelli dei fan della cultura pop, piuttosto che agli appassionati di calcio.

I fandom delle nazionali USA sono perennemente online. Sono riconoscibili per le loro foto profilo, per l’avere sempre uno dei due acronimi – USMNT o USWNT – nei propri username. Pubblicano fancam ma mantengono anche archivi enciclopedici su tutti i prospetti eleggibili per le nazionali statunitensi nei settori giovanili di tutto il mondo – facendo fede alla divisione fra transformational e affirmational fandom teorizzata in un saggio di obsession_inc del 2009. Possono anche arrivare ad attuare le pratiche più estreme dello stan twitter, soprattutto, per quel che riguarda lo USMNT degli ultimi anni, nei confronti del CT Gregg Berhalter.

Spoiler: non contiene account X et similia

Il soccer, a differenza degli altri sport mainstream negli Stati Uniti, ha tanti vertici, o comunque molti più lati d’interesse per il pubblico statunitense: quella descritta è solo una delle tante comunità possibili. E, come quasi tutte le cose che nascono sui social network, contiene anche un suo effetto-bolla. Se siamo, ormai da qualche anno, alla fine della monocultura, è difficile trovare un racconto che possa sintetizzare la complessità di un panorama come quello del calcio americano, anche adesso che tutte queste voci riescono finalmente a sentirsi.

Ma partire da questa bolla è un modo per raccontare anche di un mondo che sta cambiando. Per anni, amare il calcio senza provenire da una comunità diasporica voleva dire avvicinarsi a un identikit preciso: bianco, una laurea, conoscenza maniacale degli orari – solitamente non comodi – di trasmissione delle poche repliche calcistiche sulla tv via cavo, sguardo critico verso tutto ciò che è sport statunitense, conseguente condiscendenza nei confronti di come si fa il calcio negli Stati Uniti.

Uno stereotipo antitetico alla crescita dello sport, anche perché rendeva totale l’incomunicabilità con le altre comunità di appassionati, soprattutto quelle di origine ispanica: per queste, con calcio si intendeva quasi inesorabilmente solo quello europeo.

La situazione è cambiata: un recente sondaggio di For Soccer ha rivelato che la MLS è il torneo di calcio preferito per le persone tra i 16 e i 26 anni negli Stati Uniti, superando anche Premier e Champions League e con la USL Championship, la seconda divisione del paese, in quarta posizione.

Non è una casualità che questa fascia d’età sia quella che ha vissuto la sua intera adolescenza in un’era in cui la MLS in primis, ma anche la USL, si sono espanse con nuove franchigie di successo andando a riempire progressivamente la mappa degli Stati Uniti. Un campionato di squadre capaci di offrire calcio di buon livello, che non scompaiono dopo pochi anni ma continuano ad aumentare le proprie ambizioni.

La crescita e lo sviluppo di una cultura calcistica nazionale passa anche, e soprattutto, da qui. Dopo decenni di tentativi, il calcio statunitense sembra finalmente essere riuscito a comprenderlo. E, a partire dalla Copa America 2024, ha intenzione di farlo sapere al mondo.


  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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