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, 21 Giugno 2024

Riccardo Calafiori, trionfo e tragedia


Il centrale della Nazionale sta vivendo sulla sua pelle la schizofrenia del nostro calcio

Ve la ricordate la questione di centimetri, quella di Ogni Maledetta Domenica? Per Riccardo Calafiori, i centimetri in questione sono quelli della manona di Gigio Donnarumma. I dannati centimetri che deviano il cross del tarantolato Nico Williams quel tanto che basta per farlo carambolare sul suo ginocchio, causando il più classico e apparentemente goffo degli autogol.

Centimetri come quelli concessi a Rey Manaj in Italia-Albania: un pertugio piccolo piccolo, sufficiente all'ex attaccante dello Spezia - discepolo di Thiago Motta ancor prima di Calafiori - per battere a rete da posizione defilata ma insidiosa. Un tentativo cancellato da Donnarumma, che magari nemmeno sarebbe terminato nello specchio, sufficiente per fermare il fiato dell'Italia intera.

Parliamo di dettagli che, soprattutto quando si parla di calcio, ancor più in Italia e all'ennesima potenza durante le partite della nazionale, da soli possono mutare scenari e, di conseguenza, valutazioni e opinioni. In uno sport a così basso punteggio, l'episodio singolo avrà storicamente un peso specifico elevato, soprattutto agli occhi dei non addetti ai lavori, non abituati ad osservare una partita come un insieme più o meno concatenato di eventi, e nemmeno a valutare le squadre per la loro capacità di fletterne il più possibile a proprio favore.

D'altra parte, sarebbe sbagliato pretendere il contrario, soprattutto quando gioca l'Italia. Sliding doors come la testata di Zidane nel 2006, Byron Moreno nel 2002, il rigore di Baggio a Pasadena o quelli di Zaza e Pellè contro Neuer sono pietre angolari della narrazione degli azzurri, e anche i più lucidi di noi si saranno lasciati sfuggire un Chissà se parlandone con i propri amici. Il tifo, e di conseguenza il tifoso, manterranno sempre una propria parte irrazionale.

In questo solco si inserisce la recente narrazione creatasi attorno a Riccardo Calafiori, nel bene e nel male protagonista dell'ultima settimana azzurra senza aver realmente mai chiesto di esserlo. Per chi non ha avuto la fortuna di ammirare la sua sontuosa stagione al Bologna, Calafiori era poco più che un parvenu. Il classico giovane che, quasi per caso titolare in Nazionale, sfodera una prestazione maiuscola che porta a reazioni tipo Ma questo dov'è stato fino ad ora?

Il guaio è che con Calafiori si è andati oltre, molto oltre. Un trasporto e un entusiasmo trasformatisi in un fanatismo che nemmeno i suoi fan della prima ora, innamoratisi di lui vedendolo giocare in tempi non sospetti, potevano lontanamente immaginare. Galeotta è stata la fascetta per capelli, che ha immediatamente portato all'accostamento con l'aura totemica dei Nesta, Maldini e Cannavaro, ma non solo: fisicamente strutturato, tanti tatuaggi e faccia pulita, il difensore scuola Roma risulta estremamente facile da sbattere in copertina per far innamorare le ragazze e brillar gli occhi ai ragazzi.

A fare da contraltare, l'altra metà della fanbase calcistica nostrana. La più nostalgica e disincantata, impegnata a smontare sistematicamente tutti i paragoni (più estetici che tecnici) con i big del passato e a sottolineare come, in una gara pur di buon livello, Calafiori abbia commesso un errore che poteva essere fatale, che deve ancora farne di strada e con i difensori di una volta lì non passi. Nemmeno una volta, per sbaglio.

Mai.

A spaventare non è la creazione di tale dualismo, quanto la velocità con cui esso si è generato. Altrettanto preoccupante è come i mass media, in maniera per nulla sorprendente, più che portare raziocinio e provare ad informare relativamente a un calciatore percepito come una novità dal pubblico più generalista e occasionale, non abbiano fatto altro che assecondare le pulsioni delle due fazioni.

Da una parte Calafiori come un'icona (a 22 anni), insistendo sul paragone con Nesta e Maldini dopo la gara con l'Albania. Dall'altra la condanna oltremisura per la già citata sbavatura su Manaj, condendo cronache e pagelle con giudizi improbabili quali "troppo timido" o "insicuro con la palla".

Calafiori non è più un calciatore dell'Italia, uno sportivo, un ragazzo che indossa la maglia azzurra e lotta in campo per vincere le partite. Calafiori diventa un dispositivo nelle mani dei mezzi di informazione, che non hanno alcun interesse a raccontarlo, approfondirlo, analizzarlo, ma ne strumentalizzano le caratteristiche per fornire un'idea di lui il più distorta possibile.

Già in seguito a Italia-Albania - anche senza l'autogol contro la Spagna - Calafiori era diventato suo malgrado un calciatore polarizzante: l'incidente in cui è incappato nella seconda gara del girone promette di far diventare il dibattito intorno a lui tanto incandescente quanto tossico.

Conosciuto il trionfo, a Calafiori tocca la tragedia: per l'opinione pubblica oggi il #5 azzurro è quello dell'autogol, come Zaccardo; Roberto Baggio è stato quello del rigore come, per nostra fortuna, David Trezeguet.

Parlare di Calafiori oggi è, di fatto, schierarsi. Non solo dalla sua parte o contro, ma anche nell'annoso e virtuale dibattito gioco/risultato. Se parli delle buone prestazioni di Calafiori senza parlare di Manaj e dell'autorete entri di diritto nella schiera dei teorici; se poni troppo l'accento sui due episodi sei di mentalità ristretta, non riesci a cogliere appieno la bontà delle prestazioni del calciatore.

Equilibrio? Non in una nazione in cui hanno imperato personaggi che hanno associato la legittimità delle proprie affermazioni alle vittorie. Non in un sistema sempre più improntato al sensazionalismo, al titolo d'effetto, al giudizio tranchant, sbagliato ma forte e divisivo.

Alla domanda Quanto vale Calafiori? le risposte possono abbracciare cifre che vanno dai 15 ai 100 milioni e ci sarà sempre qualcuno a sostenere la nostra opinione - se siamo fortunati la leggeremo sui giornali e ci convinceremo che allora non è così sbagliata.

C'è una vittima ovvia (a parte noi stessi) in tutta questa situazione. Ed è Riccardo Calafiori. Passato nel giro di un anno dal campionato svizzero a un frullatore mediatico gargantuesco apparentemente privo del tasto off. Particolari colpe il ragazzo non ne ha, se non l'essere appariscente esteticamente, l'aver giocato una buona prima partita e l'aver causato un autogol nella seconda; cose che dovrebbero riguardare solamente Calafiori, se parlassimo di un ragazzo comune e non di un difensore degli Azzurri seguito in televisione da milioni di persone.

Oggi Calafiori deve dimostrarsi impermeabile, oltre che all'errore (le avvisaglie sono buone, visto come ha affrontato i minuti successivi all'autogol), anche a un tam tam mediatico che si farà sempre più forte.

Se Spalletti deciderà di accantonarlo contro la Croazia, si parlerà di un calciatore troppo acerbo, che necessita di un bagno di umiltà, che ha ancora tanto da imparare; se il tecnico di Certaldo lo confermerà. il centrale avrà tutti gli occhi puntati addosso. Non potrà più sbagliare nulla, le sue riserve verranno invocate alla prima sbavatura. Nessuno dei due scenari risulta propriamente positivo per il ragazzo.

Prima ancora di scegliere la sua destinazione per la prossima stagione, Calafiori si trova davanti a una grande prova di maturità: essere più forte di tutto e di tutti, convincere chi davvero deve essere convinto, respingere al mittente il rumore di chi lo utilizzerà per far clamore, rendersi refrattario alle critiche ma anche alle lodi eccessive.

I calciatori universalmente riconosciuti come grandi, che mettono d'accordo ogni appassionato, sono pochissimi. Non è giusto chiedere a Calafiori di muoversi a diventare uno di loro; Calafiori dovrà essere sé stesso, nel miglior modo possibile. Un incidente di percorso potrà sempre capitare, ma sarà proprio il percorso nella sua interezza a restituirne la reale dimensione.


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  • Alex Campanelli, made in Senigallia, insegnante di inglese e di sostegno, scrive e parla di Juventus e di calcio (che spesso son cose diverse) in giro per il web dal 2012. Ha scritto il libro “Espiazione Juve - il quinquennio buio della Signora”.

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