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Euro 2024 Germania catenaccio
, 19 Giugno 2024

Euro 2024 cambierà la società tedesca?


Il Mondiale 2006 cambiò per sempre la società tedesca e molti sperano che Euro 2024 faccia lo stesso.

Da quando ho memoria, ho sempre avuto un rapporto molto stretto con la Germania. Mio padre – molti anni prima che la mia esistenza fosse passata anche solo che per l’anticamera del cervello di Dio – era stato sposato con una donna di Düsseldorf, aveva vissuto per un periodo nella Ruhr e parlava perfettamente il tedesco. Fin da bambino, quindi, sono cresciuto imbevuto di racconti quasi mitologici sulla Germania, racconti che spesso si incrociavano con lo stereotipo ma che comunque sono serviti a creare tutto un immaginario rimasto a lungo sepolto nella mia mente.

Poi, da adolescente, durante una vacanza-studio in Inghilterra, nell’estate 2006 per la prima ho fatto amicizia con dei tedeschi. Erano le settimane del Mondiale, o WM come lo chiamano loro, e il loro rapporto con la nazionale mi aveva colpito fin da subito. A differenza dei tanti italiani e francesi ammassati in quel piccolo paesino del Devon, i tedeschi tifavano sì, ma erano più distaccati.

Non sventolavano bandiere, non cantavano l’inno a inizio partita, in genere non ostentavano con orgoglioso piacere colori, simboli e slogan "patriottici”.

Forte degli stereotipi introiettati nel tempo, credevo che questo strano modo di rapportarsi con la propria nazionale di calcio fosse semplicemente una conferma della freddezza teutonica, ma mi sbagliavo di grosso.

Dieci anni dopo, la vita mi ha portato a conoscere la Germania molto più da vicino, trasferendomi per questioni “di cuore” a Francoforte. Nei quasi tre anni trascorsi in riva al Meno – e nei molti altri spesi a fianco di una donna tedesca – ho conosciuto molte persone diverse per estrazione sociale, background familiare e idee politiche.

Ho capito un po’ meglio quali fossero le origini reali degli stereotipi sui tedeschi e sul loro paese, mi sono reso conto dell’ovvia grande diversità tra individui (fortemente accentuata in una città multietnica e internazionale quale è Frankfurt) ma anche dell’esistenza di un senso della collettività, del rispetto della privacy e degli spazi altrui (e della ferma pretesa di ricevere altrettanto) e di una generale ostentazione della moderazione che permea la società tedesca.

Soprattutto, ho preso coscienza dei motivi profondi per cui i ragazzi tedeschi, in quell’estate 2006, erano così poco proni a esibire i simboli della nazionale e come è stato proprio il Mondiale vinto dall’Italia a Berlino a sdoganare – almeno in parte – bandiere, canti e senso di unità intorno alla nazionale di calcio.

In Germania, molto più che in Italia, le ferite lasciate dal nazionalsocialismo (e dal nazionalismo imperiale prussiano che lo ha preceduto) sono rimaste aperte molto più a lungo e le conseguenze sono ancora molto visibili non soltanto nelle aperte e innumerevoli occasioni di riflessione critica sul passato, non solo nell’assetto istituzionale, ma anche e soprattutto nella morale quotidiana, nei piccoli gesti, nei gusti personali che riflettono un totale rifiuto di qualsiasi forma di nazionalismo, patriottismo o semplicemente esibizione di simboli legati alla Germania. 

Il rapporto con il nazionalismo in Germania è così teso che esiste un poco
folto ma rumoroso gruppo antifa (pro-Israele) chiamato Antideutsche Aktion,
letteralmente "azione antitedesca".

Il tedesco medio, fino a giugno 2006, sarebbe stato infastidito – anzi, indignato – dalla presenza di bandiere nero-rosso-gialle e avrebbe espresso sdegno e preoccupazione vedendo centinaia di migliaia di persone in una piazza cantare all’unisono “Einigkeit und Recht und Freiheit”, inno composto nel 1841 ma mondialmente associato al nazismo (al punto che le prime due strofe, quelle solitamente cantate dai nazisti, sono state formalmente eliminate).

Tuttavia, in quattro settimane, tra giugno e luglio 2006, il calcio ha cambiato nel profondo la Germania. Mai nessun torneo era stato seguito con quell’entusiasmo, mai i tedeschi si erano sentiti così legati alla propria nazionale di calcio. Si stima che in quel mese 18 milioni di persone si siano riunite in piazza, davanti agli schermi giganti, per guardare le partite della Mannschaft. Per la semifinale contro l'Italia, soltanto a Berlino, la Straße des 17. Juni ospitò quasi un milione di persone in festa, nonostante la sconfitta.

Anche il meteo, quell’estate soleggiato per l’intero mese del Mondiale, diede una grossa mano a creare quell’atmosfera che oggi in Germania è conosciuta da tutti col nome di Sommermärchen (favola estiva), la versione teutonica delle nostre Notti Magiche.

Il nomignolo dato a quest’evento storico fu coniato dal regista Sönke Wortmann, che ha intitolato Deutschland. Ein Sommermärchen il documentario in cui - pioniere del genere – ha seguito la squadra dal ritiro in Sardegna fino alla finalina contro il Portogallo. Il titolo rimanda a un famoso poema epico-satirico del 1844, Deutschland. Ein Wintermärchen ("Germania. Una favola invernale"), il poeta tedesco Heinrich Heine, emigrato in Francia nel 1831, lamentava la stagnazione politica e sociale nella Confederazione tedesca sotto il dominio prussiano.

Wortmann, con l’inversione del titolo, voleva mostrare proprio il processo opposto, ovvero come il Mondiale del 2006 abbia riconciliato i tedeschi con i loro simboli nazionali e offerto, finalmente, un senso di unità che la Germania non era ancora riuscita a sviluppare pienamente in seguito alla riunficazione.

Una scena del documentario: Ballack spiega la tattica contro l'Italia (spoiler: non ha funzionato)

Per comprendere l’importanza storica di quell’evento, basti pensare che l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan pronunciò un discorso in cui sottolineava come la prima immagine che il Mondiale 2006 trasmetteva al mondo era quella di “un popolo tedesco finalmente unito e felice”.

Anche Franz Beckenbauer, allora capo organizzatore della Coppa del Mondo – travolto poi nel 2015 da un grave scandalo corruttivo riguardo il processo di assegnazione – sottolineava come il Campionato del Mondo avesse cambiato la percezione, sia interiore che esterna, dei tedeschi: "La Germania e la sua gente si sono confermate più rilassate, amichevoli ed emotive che mai. I vecchi pregiudizi (testardaggine, mancanza di umorismo, xenofobia, freddezza emotiva) sono stati finalmente abbandonati." 

Parole simili furono scritte dall’allora premier britannico Tony Blair, leader di un paese non propriamente germanofilo, per usare un eufemismo: "I vecchi cliché sono stati sostituiti da un'immagine nuova, positiva e più giusta della Germania".

Anche personaggi senza interessi politici o economici nel Mondiale, come per esempio il noto sociologo Thomas Druyen, esperto in sociologia generazionale e psicologia del futuro, che ha raccontato la propria esperienza a Deutsche Welle: "Nel 2006, il potere del calcio ha portato un popolo scettico, non avverso al rischio, ma fanatico della sicurezza, ad aprire le braccia e a celebrare una grande festa. Per me, come per milioni di altre persone, è stato un grande momento della mia vita. All'epoca l'immagine dei tedeschi è migliorata enormemente", ricorda.

“E questa immagine positiva non ha subito alcuna battuta d'arresto. Certo, ci sono certamente alcuni che ci descrivono ancora come duri di cuore. Ma per la maggior parte, la nostra immagine è molto migliore di prima.”

In vista di Euro 2024, sono molti i parallelismi con la situazione della Germania pre-2006, sia dal punto di vista sportivo che da quello socio-politico. Julian Nagelsmann, l’attuale CT tedesco, è un allenatore “nuovo” e molto giovane, che, come Klinsmann all'epoca, è pronto a rompere con le convenzioni.

Come nel 2006, la Germania di oggi è una squadra che fino a qualche mese fa in pochi pensavano potesse giocare un ruolo importante nell’Europeo, ma di cui ci si sta rendendo conto delle potenzialità nonostante le brutte delusioni di Euro 2020 e del mondiale 2022.

Ci sono anche giovani giocatori di enorme talento – in primis Florian Wirtz e Jamal Musiala – come allora lo erano Podolski e Schweinsteiger.

Anche l’assetto sociale e politico della Germania è in un momento di grave instabilità e disunità (quantomeno rispetto al loro standard). Dopo le ultime elezioni politiche, la CDU (partito democristiano) è rimasta fuori dal governo per la prima volta in vent’anni; SPD (socialdemocratici) e Verdi, attualmente al governo, stanno subendo grosse critiche e sono crollate alle ultime elezioni europee.

Al contempo, è cresciuto a dismisura il partito di estrema destra nostalgica e razzista AfD, mostrando la spaccatura ancora esistente tra Est e Ovest: se nei Länder occidentali Alternative für Deutschland ha preso in media il 15% e si è assestato come secondo partito più votato – fatto comunque molto notevole – in tutta l’area dell’ex DDR è stato di gran lunga ovunque il vincitore, con un ventaglio tra il 27% nel Brandeburgo e il 32% della Sassonia.

Il giornalista sportivo Philipp Köster ha spiegato chiaramente alla BBC quale sia la situazione attuale e cosa ci si aspetti, probabilmente in vano, da questi europei: “Tutti sperano in una Sommermärchen 2.0, con l'atmosfera spensierata del 2006 che si ripresenta magicamente nel 2024, ma io sono scettico. È una situazione diversa, abbiamo la guerra in Ucraina, abbiamo appena attraversato la pandemia, la società è lacerata, le persone non sanno quale direzione prendere.

La coalizione a tre al potere in Germania, che ha assunto il potere nel 2021, ha approvato una legislazione chiave, ma i continui battibecchi l'hanno resa impopolare. Allo stesso tempo, l'AfD, partito di estrema destra anti-immigrazione, ha raccolto consensi e ha ottenuto un successo senza precedenti, arrivando secondo alle elezioni del Parlamento europeo dello scorso fine settimana. Sarà interessante vedere se questo torneo farà sì che le persone si uniscano, si trasformino in buoni padroni di casa e magari trovino loro stessi una direzione, un senso.

Come dice Köster, sarà certamente molto difficile, ma come sappiamo il potere sociale del calcio non va mai sottovalutato e una serie di buone prestazioni, chissà, potrebbe portare un nuovo senso di unità al di là delle divisioni politiche.


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  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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