
Two Barella is megl che one
Il giocatore più importante dell'Italia, in entrambe le fasi.
A marzo si era parlato di lui per una statistica francamente angosciosa. Una di quelle che gettano ombre sulle prospettive di una nazionale generosa ma povera nel profilo tecnico. 9 gol con l'Italia erano bastati a Nicolò Barella per raggiungere Francesco Totti; soprattutto, 9 gol erano sufficienti per diventare il giocatore più prolifico a disposizione di Luciano Spalletti. Né centravanti né numero dieci, neanche un esterno offensivo: le speranze dell'Italia per l'Europeo si fondavano davvero su una mezzala vispa, ma lontana dal talento oltraggioso delle contendenti alla vittoria finale?
Era prevedibile che intorno all'Italia, prima dell'Europeo, aleggiasse una patina di sconforto. La penuria di soluzioni offensive, e allo stesso tempo la fragilità a difendere le transizioni sembravano incognite profonde. Per mesi abbiamo faticato a trovare un nove titolare e un'identità collettiva: siamo passati dal 4-3-3 di Mancini a questa ibrida difesa a tre, e il percorso non è stata una passeggiata di salute. Chi può pensare con raziocinio che davvero tutto potesse essere compensato da un singolo come Barella?
Barella che, guardando l'esordio contro l'Albania, con il dono dell'ubiquità, si abbassa per aiutare Jorginho in costruzione e qualche secondo dopo invade l'area avversaria associandosi a Dimarco sulla fascia sinistra. La sua vivacità ci ha riportati alle viscere del discorso, a riconoscere l'importanza di Barella per l'Italia, oggi che la sua influenza pervade il campo in ogni direzione.
Siamo una Nazionale che vuole giocare a calcio divertendosi, all'interno di un sistema di idee rigoroso. Alcuni dei più influenti leader tecnici giocano in difesa e questo ha costretto Spalletti a un gioco di incastri non banale: meglio con la difesa a tre, ma non abbiamo attaccanti verticali o che sappiano fare reparto. Dobbiamo accontentarci di qualche compromesso, non abbiamo la sfrontatezza o il dominio tecnico di Germania, Francia o Spagna.
Dobbiamo anche sacrificarci, per alzare l'asticella dei nostri limiti di qualche centimetro più in là. E in questo nessuno ci rappresenta davvero meglio di Nicolò Barella. Generoso e agitato; furbo e rosicone. Barella che si presenta da Mattarella, dopo la vittoria di Wembley nel 2021, come avremmo fatto tutti: gli occhiali da sole per celare i residui della nottata di festa, l'espressione assente da meme. Barella che oggi è un bagno nel mercurio per il modo in cui vogliamo giocare: riaggredendo l'avversario una volta persa la palla, e congelandola in possesso per verticalizzare con tranquillità. Barella che aveva mandato dallo psicanalista mezzo Paese dopo la notizia dell'affaticamento muscolare che poteva costargli l'inizio dell'Europeo.
Barella è anche un divisivo, uno di quelli che è facile amare almeno tanto quanto è facile odiare, ma che difficilmente passa inosservato. Quando le cose vanno male è capace di litigare con i compagni davanti a tutti, persino in campo. Dice di odiare «le falsità» del mondo del calcio, e poi può simulare o accentuare una caduta per fregare l'arbitro. Eppure è difficile vedere Barella estraniato, fuori dalla partita. La sua sola presenza condiziona i ritmi e la circolazione della palla.
Barella è una figura complessa anche per il modo che ha di stare in campo: ciondolante tra attacco e difesa, in un'imprecisata miscela di tecnica e corse all'indietro.
Contro l'Albania, Spalletti ha deciso di rischiarlo ed è stato ripagato con 90 minuti di intensità e brillantezza in entrambe le fasi. «Lui è quello che sa fare più cose, che ha un calcio libero e pulito. Contiamo su di lui» aveva detto il CT prima dell'Albania. E in effetti Nicolò Barella ci ha mostrato la duplice natura che la sua interpretazione del ruolo di centrocampista ha raggiunto. Il volume del suo gioco si è staccato dalla zona di rifinitura – dove lo vedeva, a ragione, Roberto Mancini qualche anno fa – e adesso si è ritrovato a fare da scudiero a Jorginho in una mediana a due.
Nicolo Barella vs Albania💎
— AzzurriXtra🇮🇹 (@XtraAzzurri) June 15, 2024
• 105/108 passes completed
• 100% tackles won
• 97% pass accuracy
• 6/6 long passes completed
• 1 key pass
• 1 goal
“I'll spill blood for these boys, for this staff & for this jersey."💙
pic.twitter.com/qeSM7m7a0k
Spalletti ha schierato l'Italia con un sistema di gioco radicale per la sua fluidità: tra il 3-4-2-1 in fase di possesso, per dare libertà a Calafiori e Bastoni di sganciarsi e farli giocare in comfort zone, e uno stretto 4-4-2 quando la palla ce l'aveva l'Albania – cioè raramente. Nelle rotazioni toccava proprio a Barella, sulla carta centrocampista di sinistra della linea a due, alzarsi per mettere pressione ai portatori di palla albanesi.
Il suo obiettivo principale era il difensore di destra dell'Albania, Arlind Ajeti, che proprio a causa delle corse di Barella ha dovuto velocizzare le scelte. Decisione presa quasi sempre? Scaraventare il pallone più in alto, e in avanti, possibile. Barella formava con Scamacca la prima linea di pressing italiano, e completava così una trasformazione istantanea da mediano di ragionamento a incursore instancabile. Quale dei due Barella esiste davvero?
Secondo Sofascore, contro l'Albania sono stati 105 i passaggi completati da Barella – 97% di precisione – tra cui 6 lanci lunghi e 1 passaggio chiave. L'avversario è stato quel che è stato – impacciato e passivo soprattutto senza palla – ma sarò comunque franco: è una precisione che non è seconda a nessuno, sui livelli percentuali del compagno di reparto Jorginho e di Toni Kroos contro la Scozia. Barella non ha la classe senza tempo, né i momenti di onnipotenza tecnica di registi di quel livello, ma è sulla buona strada per diventare un grande interprete del ruolo. E non è una notizia banale.
Barella ha compiuto 27 anni. La sua carriera sembrava essersi avviata in una fase di stagnazione, dopo anni di crescita continua. A inizio campionato si parlava della sua scarsa vena realizzativa, pur nel dominio violento dell'Inter, e ancora una volta è stato come guardare il dito invece della luna. Il fordismo con cui l'Inter di Inzaghi porta a termine la costruzione bassa per arrivare in zona di rifinitura non sarebbe la stessa senza l'attitudine verticale di Barella nel basculare tra i reparti e connetterli con le corse palla al piede. Notate chi è che si abbassa sempre in difesa per liberare la salita del terzo di parte – nell'Inter è Pavard – o chi richiama i compagni a occupare gli spazi corretti per far circolare la palla velocemente. Barella mezzala di costruzione e non solo più di legna e inserimento.
Al 15' l'Italia tiene i ritmi del palleggio bassi ed è come se fosse sorniona, pronta ad aggredire il primo corridoio libero che le si presenti. L'Albania si schiaccia davanti a Strakosha con una prima linea di sei giocatori: i quattro difensori e i due esterni offensivi. Per aggirare questi possenti e disciplinati castelli di difesa servono piede e testa, due doti che coniugate possono liberare uno dei compagni in una posizione favorevole. Non tutti però sono in grado di accostare visione e realizzazione tecnica.
In questo momento Barella è tra quei pochi che ci riesce. Due piccoli esempi. Al 15' lo abbiamo visto abbassarsi all'altezza dei difensori, quando ha ricevuto un appoggio da Bastoni e ha sventagliato un razzo di trenta metri per il piede sinistro di Dimarco.
"Serve la sensibilità di uno come Dimarco per addomesticare la palla e, con un tocco, saltare Hysaj". Ok.
Ma prima che esista qualcuno di molto bravo a realizzare le cose del mondo non è necessario che qualcuno le immagini?
Ironicamente, è 50 secondi dopo questa grande giocata che Barella mette la sua firma indelebile sulla partita. E proprio per una palla vagante uscita fuori dall'area dalla zona di Dimarco, andato a contrasto con Asani. Barella lo raccoglie dai venti metri e con un mezzo esterno inchioda Strakosha al centro della porta. È un bel tiro perché frutto dell'istinto, non pensato: un riflesso condizionato dei centrocampisti che pensano a colpire per non rischiare di perdere il pallone e innescare un contropiede degli avversari.
L'altra azione che vorrei sottolineare non è tecnica allo stato puro, ma è un ottimo saggio delle qualità immateriali di Barella, della sua lettura del gioco. È un'azione che non ha condotto a niente, pochi secondi dopo Jorginho chiama un filtrante che spiazza tutti i suoi compagni. L'Italia fa girare la palla a sinistra, dove Calafiori – con la sicurezza di un difensore al quarto Europeo in carriera, non alla terza presenza di sempre in Nazionale maggiore – lancia Dimarco sulla fascia. Quello è braccato da Hysaj e sarebbe costretto a tornare indietro.
Eppure andare indietro e rimuginare sull'azione appena trascorsa non è mai nei pensieri di Nicolò Barella, che si stacca sul centro-sinistra e aggredisce lo spazio tra centrale e terzino albanese: il cosiddetto "half-space". Barella si accartoccia sulla palla, troppo corta, di Dimarco e deve tornare indietro. Niente di che, una semplice mossa di intelligenza per manipolare la difesa avversaria.
È questo ciò che fanno i numeri dieci?
Barella è al momento quanto di più numero dieci nella nazionale italiana, per la sua decisività: è un talento che dobbiamo preservare.
Una volta perso il possesso le squadre di Spalletti recitano le riaggressioni alla palla come un mantra: si calmano nella baraonda, nel ritmo del pressing. Il capitano della spedizione italiana per questo frangente è sicuramente Barella. Al 10', ad esempio, appena dopo il gol del pareggio di Bastoni, eccolo percorrere trenta metri in verticale, staccandosi dalla zolla di metà campo...

...per andare a deviare in fallo laterale un lancio di Ajeti.

La sua altezza in pressing ha aiutato l'Italia a rischiare poco, seppur contro un avversario modesto come l'Albania. I banchi di prova che ci saranno già nel girone – Spagna e Croazia – avranno un sapore diverso. Il ruolo di Barella diventerà ancor più cruciale: dovrà permetterci di non andare nel panico una volta persa la palla, e rischiare meno nelle transizioni difensive.
Barella è stato il nostro regista in due forme diverse: mezzala e mediano, trequartista geniale e corridore. Nel secondo tempo, quando è uscito Pellegrini ed è entrato Cristante, Spalletti lo ha alzato nei due dietro Scamacca, nel ruolo che occupava tre anni fa con Mancini. Può ancora farlo, eppure sembra riduttivo per il potenziale di Barella: è diventato un dominatore totale del centrocampo, e se non c'è la sua assenza pesa sull'economia della squadra.
Nel secondo tempo l'Italia è calata dal punto di vista atletico ma il centrocampista dell'Inter e Jorginho hanno continuato a cementificare la nostra costruzione offensiva. Al 53' un bel filtrante, scucchiaiato, di Barella è stato intercettato dalla difesa dell'Albania pochi centimetri prima di trovare il taglio di Frattesi. E ancora, quando si è inserito al limite e ha imbeccato Pellegrini sul secondo palo.
È stata, quella di Barella, una prestazione di grande volume. Come ha scritto James Horncastle su The Athletic: «Barella è uno dei centrocampisti più polivalenti del mondo». Se siamo riusciti a fare un possesso sicuro – «perimetrale» lo ha definito Spalletti nel post-partita – è stato anche merito di Barella e della sua lucidità.
Con una trequarti verticale e nobile per l'abnegazione con cui pressa, ma anche piuttosto scialba in fase di rifinitura è una bella notizia avere ritrovato il miglior Barella possibile. È dai suoi piedi, più che da quelli di qualsiasi altro giocatore, che passa il cammino dell'Italia in questi Europei. La bordata di collo pieno con cui ha segnato contro l'Albania a Dortmund è di buon auspicio. Ma anche se non dovesse segnare, sarà impossibile per Spalletti fare a meno del Nicolò Barella attuale.
Anzi, forse sarebbe più corretto dire: dei due Nicolò Barella attuali.
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