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Spector
, 13 Giugno 2024

Trovare la chiave, intervista a Gustavo Spector


I consigli e l'esperienza del coach di padel più famoso d'Italia

L'abbiamo potuta gustare anche tramite alcuni estratti sul profilo Instagram di Sportellate. Ora possiamo goderne anche nella versione testuale integrale, oltre che il video completo sul canale YouTube. Una chiacchiera e un confronto, più che un'intervista, con Gustavo Spector.

Pochissime presentazioni necessarie. Basta il curriculum: CT della nazionale italiana di Padel dal 2014 al 2022, fondatore della scuola SPH - Gustavo Spector Padel e, da maggio 2024, anche scrittore. In occasione della pubblicazione di Alla scoperta del padel (Rizzoli), abbiamo incontrato Gustavo. Il resto, qui di seguito.

Gustavo Spector, hai portato uno dei primi campi di padel a Milano. Come sei arrivato in Italia?

Io sono arrivato a Milano alla fine del 2001, e alla fine del 2003 mi ingaggiarono in un circolo nuovo per fare il direttore sportivo del tennis. Mi era tornata un pochino questa cosa del padel. Mi dicevo Secondo me il padel qua potrebbe funzionare. Ogni anno insistevo con il proprietario. Perché non mettiamo un circolo, un club di padel, guarda che io lo conosco, ti posso dare una mano. Fino al 2012.

In quel periodo c'era una fiera dello sport a Brescia con un campo di padel autoportante. I proprietari di quel campo erano Fernando Belasteguin e Juan Martin Diaz. Lo usavano per fare le esibizioni. Allora mi chiamarono perché sapevano che ero a Milano, mi conoscevano da quando giocavo e mi hanno detto Gus, hai voglia di comprarlo?

Ho parlato con il proprietario e gli ho detto compriamo questo campo. Lui mi ha detto, ascolta se vuoi lo compri te, lo monti te e facciamo 50-50. Gli ho detto ok. Il giorno dopo il campo era montato e non facevo pagare. Dicevo alla gente, chi vuole giocare giochi gratis perché è uno sport che secondo me dovete scoprire. Il mio pensiero era: perché qualcuno deve pagare per giocare a qualcosa che non sa manco se lo può divertire? 

Facevo giocare tutti i miei allievi del tennis, perché credevo fosse utile per imparare alcune cose, il backspin, il gioco al volo, lo smash. Finivano i corsi di tennis e poi andavano al padel. Gli avevo insegnato le basi.

La tua famiglia voleva che seguissi la strada del “lavoro sicuro”, come broker assicurativo. Tu invece hai scelto la via “difficile” e hai avuto ragione con il padel…

Dopo aver smesso con il padel, quando pensavo già di essere troppo vecchio, avevo 27-28 anni, la mia famiglia mi pressava molto per lavorare nel broker della famiglia. Lavoravo molto bene, guadagnavo molto bene, ma non mi sentivo soddisfatto. Arrivavo alla fine della giornata che avevo fatto il mio, avevo portato qualcosa a casa, ma non c'era quel gusto di fare qualcosa che ti dà piacere.

Mi sono accorto che il solo guadagnare dei soldi non mi bastava. Perciò ho detto: cosa mi piace fare? Lo sport. Lo faccio e lo faccio bene. Perciò ho deciso di mettermi in gioco. Perché non farlo in fondo? Forse, se non avessi preso quella scelta, oggi non sarei qua. 

Gustavo, hai mai avuto paura di fallire?

Sinceramente, paura di fallire no. No, perché ci credo. Ci credo tantissimo. Sono convinto che se tu fai le cose bene, è impossibile che le cose non funzionino. L'unica cosa che credo è che le persone che hanno magari più talento, possono andare più veloci. Le persone che hanno un metodo, possono andare più veloci. Le persone che sono ordinate, che hanno buone “abitudini”, possono andare più veloci.

Se proprio non hai il talento, non hai buone abitudini, non sei organizzato, però sei serio e lavori bene, prima o poi ci arrivi. Poi, se hai un po' di talento, meglio. Se sei organizzato, molto meglio. Se riesci a programmare e hai un metodo, meglio ancora. E questo l'ho capito perché ogni anno mi davo degli obiettivi e riuscivo a raggiungerli. Ogni anno arrivavo a settembre e dicevo ok, per questa nuova stagione io vorrei vedere se posso incrementare questo, questo e questo: organizzare un torneo in più, organizzare una vacanza, portarci i ragazzi. Aggiungevo qualcosa e le cose sempre funzionavano.

Comunque, non è che sia un genio, semplicemente facevo bene il mio lavoro, cercavo di essere ordinato, cercavo di avere abitudini positive e di avere un metodo di lavoro. Un po' alla volta si cresce: non si può non crescere. 

Il padel va sempre più veloce. Qual è l’aspetto tattico che più è cambiato nel padel negli ultimi 5 anni?

L'unica maniera di capire come sta cambiando il padel è guardare i dati: perché una cosa è quello che vediamo con gli occhi, l'altra cosa sono i dati. Parlando con un mio carissimo amico che è stato professionista con me e ora è un coach importante, ci siamo messi a guardare un video del ‘94. Vedevamo le stesse giocate che facevano Galán-Lebrón oggi. 

Le stesse giocate. Ci siamo chiesti, ma sta cambiando il padel? Sicuramente, ma dobbiamo capire che il padel è uno sport geometrico: vuol dire che certe cose non possono cambiare.

I dati cosa dicono? La durata di un punto medio era diciamo 10 secondi, oggi la durata è di 6 secondi, ma si colpiscono più palle. Che cosa vuol dire? C'è una tendenza ad anticipare di più il gioco, perché se io anticipo il gioco tu hai meno tempo, ti tolgo il tempo. Questo sì è cambiato.

Prima facevano le stesse cose ma ogni tanto. Invece adesso è una cosa che propongono molto più spesso, sistematicamente. Ma se vediamo oggi una partita in qualche campo un pochino più lento, giocano esattamente uguale che 25-30 anni fa.

È una realtà, si gioca sempre di più in anticipo, si cercando di fare usare all’avversario molto meno le pareti. Perché? Perché oggi difendono tutti meglio dal vetro, e per evitare di fartelo usare, vuol dire che devo giocare un pochino più corto e con più intensità, e così tu sei obbligato ad anticipare a tua volta e a prendermi il tempo. 

Il 28 maggio è uscito il tuo ultimo libro (Alla scoperta del padel, Rizzoli, 2024), un manuale dove hai raccolto i tuoi decenni di esperienza nel padel, con tantissimi consigli tecnico-tattici. Perché la gente si appassiona così tanto a questa parte tattica del padel?

Il padel ha questa caratteristica: quasi nessun colpo è definitivo. Quando riesci a capire questa cosa, cominci a farti delle domande. Se ogni palla potrebbe essere difesa, qual è la posizione corretta? Quando mi conviene tirare forte? Quando mi conviene tirare piano? 

E la prima cosa che ho chiesto a Rizzoli quando mi hanno proposto di scrivere il libro è stata: a chi va diretto questo libro? Secondo me oggi un libro in Italia bisogna farlo per tutti. Ho cercato di creare un libro dove tu puoi consultare ogni colpo nella parte tecnica, dall'impugnatura, agli appoggi, alla velocità, agli effetti che conviene dare alla palla in ogni situazione, e in più la parte di tutte le cose che ti possono succedere in campo.

Come battere i pallettari? Cosa fare quando giocano solo sul tuo compagno?

E chi si fa queste domande? Tutti i giocatori. 

Perciò cominci a farti delle domande e capisci una cosa del padel che secondo me è magica: il sapere che io posso vincere contro un avversario tecnicamente molto più forte di me, se trovo la chiave tattica per batterlo. Questo è magico. 

Il padel in Italia ora è uno sport di moda. C’è chi lo definisce il nuovo calcetto. Qual è, secondo Gustavo Spector, la differenza tra “gioco” e “sport”, e in che fase siamo in Italia con il padel?

Su questo ci sono gli “integralisti” del padel che si arrabbiano quando qualcuno dice che questo è un giochino Per me invece è solo una cosa positiva perché che cosa ci viene in mente quando ci parlano del gioco? Divertimento. Che cosa abbiamo perso in quasi tutti gli sport quando cominciamo a giocare bene? Il divertimento. Nel tennis ci divertivamo finché eravamo ragazzini. Nel momento in cui abbiamo cominciato a competere, già eri concentrato sulla vittoria, devo giocare così, ecc. Perdi un pochino la parte ludica.

Poi se andiamo a guardare la definizione di “sport”, che parla di regole e competizione, allora il padel è uno sport. Noi qui nel circolo abbiamo circa 14-16 giocatori che fanno agonismo, che si allenano tre volte a settimana seriamente e fanno delle competizioni ufficiali. Poi ci sono 150 amatori che lo fanno per “gioco”, che si divertono e basta. 

Cos'è meglio? Chi fa sport fa sport, chi vuole solo “giocare”, gioca. La cosa importante è come lo vive ogni persona e deve essere vissuto con gioia. 

Come provocazione contro i nuovi “bombardieri”, Sanyo Gutierrez ha detto che forse un giorno vedremo i vetri laterali del x3 più alti di un metro (x4)...che ne pensi e che nuova regola metteresti per rendere il gioco più ottimale?

La sola regola che cambierei, non è proprio una regola, ma sono le griglie. Se uno fa un percentuale di quante palle giocate sulla griglia sono punti vincenti a livello professionale, sono pochissime. La probabilità di vincente è molto molto bassa. Io cambierei questo, perché se gioco sulla griglia sto prendendo un rischio alto.

Se la griglia diventasse meno permissiva diciamo, più difficile, allora io giocherei lì più volentieri rischiando qualcosina e l'avversario sarebbe a sua volta costretto ad anticipare per non permettermi di giocare lì. Entrambi rischieremmo di più e il gioco diventerebbe un pochino ancora più divertente, più veloce e si vedrebbero più vincenti. Il tema del X3 che diventa X4, secondo me non cambia tanto, perché oggi su un campo un pochino veloce i giocatori professionisti la fanno tornare indietro alta nel proprio campo con lo smash. Non capisco come mai ogni tanto Galan non lancia in alto Chingotto per prendere queste palle, non ho mai capito. (ride)

In Italia il padel sta vivendo un boom economico. In Spagna e Argentina invece, hanno già vissuto questa fase dagli anni ’80. Come si gestisce la situazione post-boom? Quali nuovi obiettivi e investimenti nascono?

Dieci anni fa sono andato a giocare a un paesino di mare vicino al Cantabrico (Spagna), dove il padel non era mai arrivato. Un giorno uno del paese ha deciso di mettere tre campi di padel e ha cambiato la vita del paese. Dieci anni fa. E tu dici, cavolo, in Spagna lo conoscono da 50 anni. Quello che hanno vissuto in quel paesino in Spagna è quello che abbiamo vissuto noi a Milano dieci anni fa. Noi in Spector Padel House cerchiamo nelle regioni dove è già molto sviluppato di dare alla gente un certo tipo di offerta.

Perché se giochi già da un po’ di tempo, ti interessa approfondire di più, allenarti più seriamente, hai capito che prendere lezioni è importante, allora quello ti devo dare io. Oggi a Milano abbiamo una scuola padel con 66 bambini. L'anno prossimo aggiungiamo la preparazione atletica. A Treviso invece abbiamo aperto tre mesi fa. Non possiamo pretendere di fare subito lo stesso là, ma andremo per gradi. Perciò alla fine la nostra idea è proporre in ogni città e in ogni regione un’offerta adeguata al momento che vive il padel in quella zona. 

In questo momento siamo a 6 circoli, per fine anno pensiamo di arrivare sicuramente a 8, e l'obiettivo ideale sarebbe 10.

Qual è la caratteristica che ti piace di più vedere in un giovane giocatore?

In realtà sinceramente non faccio differenziazione tra il ragazzo di 30 anni, quello di 15 e il 50enne. Quello che voglio da un mio allievo quando arriva è che abbia la curiosità, la voglia di imparare e di mettersi in gioco. L’unica cosa che cambia tra questi tre esempi è la prospettiva di crescita. Non la crescita. A me interessa quanto tu vuoi crescere, non quanto vedo io. In questo senso, spesso noi maestri lo diamo per scontato con dei pregiudizi. 

Magari il 30enne e il 50enne hanno delle pretese più alte perché sono agonisti puri. Invece il ragazzino magari l'unica cosa che vuole è venire a giocare con gli amici e divertirsi. E noi abbiamo dato per scontato che il ragazzino invece voglia fare agonismo. Ho certi allievi di 50 anni che ogni settimana mi chiedono. E adesso cosa? Mi insegni questo? E quest’altra cosa quando la vediamo? Io voglio questo. 

Quali nuovi obiettivi nascono per un circolo, nel post-boom del padel?

È una domanda interessante perché è reale. Perché in certe zone d'Italia, ad esempio Roma, non basta più avere 2/3 campi da padel e una persona alla cassa.

Adesso devi pensare a tutta la parte dello sviluppo del padel come sport. Che cosa vuol dire? Vuol dire che i coach devono essere formati. Io devo essere in grado di dare a ogni allievo che arriva un qualcosa per continuare a crescere. Perché se io formo i miei maestri, la gente che gioca nel mio circolo non mollerà mai. Me ne accorgo con la gente che alleno io. Loro si accorgono che ogni giorno gli do qualcosa in più. Ogni giorno cerco di insegnargli una cosa nuova. Se io sono preparato per dare questo ai miei allievi, sicuramente posso solo continuare a crescere.

Ma se mi fermo nel mio processo di apprendimento come maestro, ovviamente arriverà la necessità di rivolgersi a qualcun altro. Perciò la parte della formazione dei coach è fondamentale. 

Oltre al tema della crescita sportiva, cosa ti dà il padel? Ti dà socialità, ti dà amicizia. Perciò noi stiamo cercando di far crescere tutta la parte dei viaggi. Il nostro obiettivo è cercare di fare un viaggio al mese, in diverse città d'Italia o d'Europa. Vuol dire già cominciare a creare delle offerte ai tuoi giocatori per vivere delle esperienze diverse.

Facciamo uno stage in un posto, dove giochi tutti i giorni, ti alleni 3-4 ore al giorno, dopo fai delle partite con la gente di un'altra città, ti accorgi che hai imparato qualcosa, che quelli lì giocano diversamente… e ti porti a casa un sacco di esperienze. Quello fa sì che tu torni il lunedì al circolo, con la voglia di imparare qualcosa in più. È un circolo virtuoso. 

Tra i pro, esclusi i “mostri”, quali sono i giocatori modello da cui possiamo imparare di più?

Fino a un anno fa si parlava dei “mostri” riferendosi solo a Lebron, Galan, Tapia, Coello, Bela, che sono tutti anche a livello fisico molto grossi, molto forti oppure super talentuosi. 

In questo momento è arrivato Chingotto, che è alto forse 1 metro e 70. Un altro esempio è Coki Nieto, che non è magari top 5, ma è di ottimo livello. Sono giocatori che non hanno la potenza di un Galan, il talento di un Tapia, però conoscono molto bene il gioco, sono grandi lottatori, non hanno dei colpi che fanno scintille perciò devono mettersi di più al lavoro, devono remare di più. Hanno tanta consapevolezza dei propri mezzi. Sanno che avranno bisogno di 12-14 colpi per vincere un punto, mentre i “mostri” magari solo 8-9. 

Vuol dire che finché il pallonetto non mi arriva davanti alla riga, io non posso provarlo. E loro ragionano così. Mi fai il pallonetto profondo? Ok, la faccio passare e faccio un'uscita di parete forte, o ti faccio una chiquita di contrattacco, o ti faccio una palla lenta e ricomincio. La differenza è solo quella.

Scegliere bene, secondo le tue capacità, quando è il momento di rischiare e quando è il momento di dire, ok, devo continuare a macinare. E questo è magico. Vedere Chingotto che mette in difficoltà anche se è alto 1.70 e senza uno smash potente…è un esempio per tutti quelli che dicono, eh sì, ma io non ho lo smash di Galan, non potrò mai diventare un giocatore. Ma come? Una bandeja bella, una vibora incisiva, una lettura buona del gioco in l'anticipo. 

Dico sempre che è un peccato che non fanno ancora le statistiche individuali dei giocatori, (un giorno lo farò io, devo farlo) perché sono convinto che la quantità di vincenti che porta a casa Chingotto, se non sono uguali a Galan, sono molto vicini. E tu dici come? Se lui non la fa mai tornare con lo smash. E invece Chingotto anticipa, legge bene, ti prende in contropiede, vede quando sei fuori posizione e te la gioca lì…perciò non ho lo smash, ma posso sviluppare altre cose per fare i vincenti.

Se la gente capisse questo... 

Il giocatore e giocatrice italiana (giovane) che vedi meglio proiettato nel futuro?

Mi piace molto una ragazzina che ho visto, una mancina che si chiama Giulia Del Pozzo, molto giovane, con un bel potenziale…però faccio fatica a parlare dei giocatori che non ho avuto la possibilità di allenare, perché secondo me, come abbiamo detto prima, è uno sport molto tattico, dove se hai la capacità di adattamento, non hai limite. Invece puoi anche avere un talento unico, un super fisico, dei colpi fantastici, ma non riuscire ad adattarti alle diverse situazioni, diciamo.

Per capirci, non è lo stesso giocare incrociato contro Galán o contro Momo González o contro Javi Ruiz, che non hanno uno smash devastante, non è la stessa cosa. Perciò, secondo me, l’adattabilità è fondamentale. 

Facendo il coach, dicevo sempre, mi interessa che il mio giocatore sia in grado di fare una cosa molto, molto bene? Sì. Ma mi interessa di più che riesca a fare più cose bene, anche se non benissimo, perché altrimenti questo mio giocatore che fa benissimo una cosa vincerà sempre contro lo stesso tipo di giocatore, ma con quello là non vincerà mai. E io voglio una persona, un giocatore, che possa essere in grado di cambiare tattica o strategia in base all'avversario, in base alle condizioni del campo. Perciò faccio fatica a parlare di nomi vedendoli giocare solo da fuori o in partita.

Oggi Flavio Abate, Giulio Graziotti, hanno delle capacità incredibili. Vediamo se riescono a continuare ad adattarsi e a migliorare, lo spero davvero, per completarsi come giocatori. 

La qualità migliore che deve avere un coach di padel?

Diciamo, la prima cosa è stabilire la differenza tra un coach e un maestro. Un maestro è quello che ti insegna a giocare. Il coach, in teoria, è quello che quando tu entri in campo ti dice che cosa fare per battere gli avversari. Facendo questa premessa, per me è fondamentale che il coach sia in grado di leggere la partita, che vuol dire vedere i punti di forza degli avversari, la debolezza degli avversari e conoscere i suoi giocatori.

Perché se io capisco che per battere questo giocatore, ad esempio Coello, tu devi essere in grado di fargli il pallonetto almeno a sei metri sulla T, ma il mio giocatore non è in grado di farlo...vuol dire che il coach bravo è quello che riesce a capire le forze e le debolezze degli avversari, e a capire in base anche a quelle suoi giocatori, cosa gli può chiedere per portare a casa il risultato. Per quanto riguarda il maestro, secondo me, la chiave è trovare la strada giusta per ogni allievo per farlo crescere più velocemente.

Che cosa vuol dire questo? Purtroppo non possiamo dire che c'è un solo metodo di insegnamento. Perché? Perché ci sono delle persone, ad esempio, molto razionali. Perciò a una persona razionale non puoi dirgli di improvvisare in base alla palla. No, gli devi dire la palla arriva così, tu devi fare questo, la palla arriva così, tu devi fare quello. Invece a un istintivo, se tu gli dici la palla arriva così, devi fare così, ecc…va in confusione e si blocca. Perciò devi capire chi hai di fronte e cosa gli puoi dire, come lo puoi approcciare, come gli puoi insegnare per fargli esprimere il meglio di sé.

Ci sono persone che sono più uditive, perciò se tu gli fai vedere mille cose non gli arriva. E ci sono persone che sono molto visive. Se io continuo a parlare e parlare, senza fargli vedere il gesto, faranno sempre fatica a capire. Perciò essere un bravo maestro è una fatica molto, molto grande. Credo che non si finisce mai di imparare a essere un maestro.

Chi è Gustavo Spector?

Un mio amico, che è un grande imprenditore, mi dice sempre tu non sei un maestro, tu sei un imprenditore, perché tu cresci sempre, che hai fatto prima un campo, poi due e adesso l'azienda. Io sinceramente mi sento più che altro un docente. Addirittura il tema del libro è nato credo per una mia vocazione, di pensare che posso aiutare qualcuno. Per me la parte dell'insegnamento è quella che veramente mi motiva di più. Insegnare.

A volte rido, perché mentre sono in spiaggia, e vedo due giocare a racchettoni, mi viene da dirgli, ma non ti sei accorto che con quell’impugnatura ogni volta che ti tirano lì, tu sbagli? (ride) Mi viene e vorrei alzarmi e dirglielo. Questa cosa è una cosa che ho dentro. Il tema del business è parte di una crescita, però non è quello che veramente mi stuzzica. 

Un saluto ai lettori di Sportellate?

Ciao a tutti gli amici di Sportellate. Viva il padel e viva la cultura sportiva. Grazie.

  • Nato il 01/01/1996 chiedendosi perché tutti gli facessero gli auguri. Di buon anno. Cremonese di nascita, milanese d’istruzione. Laurea in Comunicazione, Media e Pubblicità e Master in Arti e Mestieri del Racconto, tutto in IULM. Creativo da tastiera. Scrittore, ex-tennista, cinemaniaco. Segue uno stile ma non la moda. Ama la letteratura americana, la montagna e i fumetti di Corto Maltese.

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