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Roland Garros
, 13 Giugno 2024

Quel che resta del Roland Garros


Al Roland Garros Alcaraz vince il suo terzo slam, ma Sinner è numero 1 al mondo.

È una storia lunga e forse confusa, com’è giusto che sia. Partendo dal fondo, parliamo dello spleen che ci prende alla fine uno Slam: un lunedì elevato al cubo, una di quelle giornate in cui vorresti respingere chiunque per rimanere solo e silenzioso sotto una campana di vetro. Perché di cose ne hai viste tante e devi metabolizzare. Questo Roland Garros si presentava dimesso e in effetti non è stato sfavillante di spettacolo e bel gioco, ma ci ha regalato l’emozione indimenticabile di un avvicendamento tra epoche. Sarebbe improprio parlare di passaggio del testimone o di ricambio generazionale, perché questa storia si è giocata su più piani e non è giusto banalizzarla per costringerla in una formula o una frase fatta, per di più declinata al singolare.

Gli Slam sono così – come quelle giornate tanto dense che se di sera ti ritrovi a pensare al momento in cui ti sei alzato, ti pare che siano trascorse nove settimane in mezzo: i primi turni sono lontani, treni fantasma che scorrono su binari immaginari. La volontà del destino è chiara fin dal sorteggio, con Nadal-Zverev all’esordio. Il fato non guarda in faccia a nessuno, così com’era stato brutale due anni fa stroncando la caviglia di Sascha in semifinale, così stoppa prematuramente la passerella del maiorchino con questa rivincita inevitabile. Rossa la terra, rosso il regno e rosso il cielo del tramonto: salutiamo Rafa, consapevoli che il pensiero ci seguirà a lungo.

Il torneo prosegue, c’è chi soffre più o meno intensamente (Ruud, Medvedev e lo stesso Zverev si imbarcano in maratone al quinto) mentre sull’altro versante Sinner e Alcaraz convincono del tutto a parte piccolissime sbavature, prenotando di fatto un nuovo capitolo della sfida tra loro.

Un pensiero a parte lo merita Djokovic, mai fragile come quest’anno - tolto il 2017. Nole ha sempre una scorta di jolly nel suo mazzo e con le dita da illusionista scompone la realtà, la piega e la contorce fino a ribaltarla. Nel tre su cinque gli riesce ancora meglio, l’ha fatto tante volte da renderci sorpresi del nostro stesso stupore: ci diciamo non lo può rifare di nuovo, non lo può fare adesso… e invece lo fa. Contro Musetti la sfida è sublime e dolorosa; Lorenzo è magnifico a metà, ma sul più bello cade vittima del sortilegio, subendo un’altra rimonta inspiegabile.

Ancora più incredibile, tuttavia, è ciò che Nole combina agli ottavi contro Francisco Cerundolo; dopo un primo set dominato si fa male al ginocchio e soffre le pene dell’inferno, va sotto 2-1 più un break nel quarto, poi fa di nuovo quel trucco che ormai non è più un segreto: tutti lo sanno ma nessuno è in grado di fermarlo; la realtà si piega ancora una volta di fronte a lui.

La storia non finisce qui, perché il giorno dopo il nostro Jannik è in campo nei quarti contro un ottimo Dimitrov, uno per cui vale il discorso del vino buono. Sinner sta bene ma il tre a zero non è scontato come potrebbe sembrare visto da fuori. Per di più a un certo punto di quel match impreziosito da un crescendo di giocate d’autore del bulgaro, arriva la notizia: Novak si è ritirato dal torneo a causa di un infortunio al menisco. Sinner da lunedì sarà numero uno al mondo; era certo che avvenisse prima o poi, dovevamo soltanto sapere dove e quando; è capitato in questo modo strano e un po’ sinistro ma questo non ne sminuisce l’importanza perché è dall’estate scorsa che Jannik gioca da numero uno e scala la classifica.

Glielo annunciano nell’intervista post match ed è bello vedere il sorriso composto e sornione che abbiamo imparato a conoscere; pare di condividere questo traguardo in un modo intimo e quasi interiore, insomma un po’ come se li vive lui, senza urla belluine o esultanze sguaiate. È il ventinovesimo numero uno ATP, il primo italiano. Entra di diritto in un circolo di eletti dai nomi altisonanti e spaventosi e lo fa con pieno merito: non è lì per caso.

Peccato che nemmeno Alcaraz sia lì per caso, anzi. Smaltito l’infortunio, il nativo di Murcia mostra una condizione fisica smagliante e una propensione a schiacciare palline e avversari con una facilità disarmante. Korda, Aliassime e soprattutto Tsitsipas lasciano il campo nello sconforto più totale, senza soluzioni.

La sfida tra Sinner e Alcaraz si rinnova, la posta in palio è sempre più alta, l’attesa è quella delle grandi occasioni. C’è un po’ di delusione per come finisce questo match che Jannik approccia in modo quasi autoritario ma che poi si complica per le difficoltà al servizio, per la grande reazione di Carlos e per qualche errore di troppo nei punti cruciali. Cercare quegli istanti di svolta è un esercizio piuttosto doloroso, complesso, e soprattutto privo di controprova, ma lo smash sbagliato nel quarto set sul 5-4 Alcaraz, che poi ha condotto al break decisivo per prolungare la partita, è di quelli che tornano a tormentarti di notte tra ululati e clangori di catene.

Sinner comunque aveva meno benzina e meno gambe nel finale mentre Carlos sembrava pronto a giocarne altre due; la colpa probabilmente è della preparazione affrettata e non ottimale dopo l'infortunio all'anca, ma Sinner lo conosciamo e sappiamo che lui stesso non la considera una scusa. Lui è così e non perde occasione di ripeterlo: non punta ad accumulare trofei bensì a crescere ogni giorno, e le vittorie sono una felice conseguenza di quest’approccio.

Alcaraz dunque interrompe la gioia del numero uno e già che c’è sbarra la strada a Zverev proprio nei pressi del traguardo: il giovane Werther ripiomba di colpo in quella malinconia che troppo spesso l’ha bloccato sul più bello. Il lieto fine è scritto in spagnolo, mentre la vecchia Next Gen resta ancora una volta a bocca asciutta, se è vero che – gira e rigira – soltanto Medevedev fra loro ha alzato uno Slam. Carlitos è già a tre, su tre superfici diverse. Mentre si sprecano le previsioni su quanti ne solleverà in carriera e quanti ne vincerà più di Sinner e oziosismi vari, lui giustamente festeggia. La sua grande crisi mistica seguita alla conquista dello scorso Wimbledon è definitivamente alle spalle.

È tardi, è ora di chiudere il libro e di spegnere l’abatjour, il Roland Garros 2024 va in archivio ma l’horror vacui dura poche ore perché tra Stoccarda, Hertogenbosch e Nottingham vari sta già cominciando la stagione più breve e fugace del tennis, preziosa come un animale in estinzione, quella che si gioca sui campi in erba, tra ace, tiebreak e pause pioggia, quando l’estate è giovane e le giornate sono infinite. Insomma, è già tempo di pensare a Wimbledon, al nostro numero uno vestito di bianco per affrontare l’ennesima ascensione.


  • Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.

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