
I Columbus Crew sono all'avanguardia
Sotto Wilfried Nancy, i Columbus Crew hanno vinto una MLS Cup e raggiunto la finale di Champions Cup.
Ogni anno, nel mese di giugno, a Nola, si svolge la festa dei Gigli, in onore del patrono San Paolino. Durante la festa, per la città sfilano otto altissime macchine in legno e cartapesta, chiamate gigli. Una delle più piccole è a forma di barca, per ricordare il leggendario ritorno del vescovo Paolino dall’Africa, dopo aver liberato con la sua intercessione molte donne e uomini ridotti in schiavitù.
Per far muovere queste macchine sono necessari un centinaio di portatori, spesso facenti parte di gruppi organizzati che lavorano anche in altre feste della regione. Devono operare tutti allo stesso ritmo, come un unico organismo; diretti come in un’orchestra, allorché la più piccola deviazione dallo spartito rischia di avere conseguenze anche sulla salute dei portatori.
Fondamentale nello svolgimento della festa dei Gigli è il ruolo della musica. La banda, con chitarre, sassofoni, pianole e impianti d’amplificazione, è situata, a differenza di quanto accade in altre feste con macchine di questo tipo, sul giglio. Come afferma l’etnomusicologo Giovanni Giuriati, questo “rende ancora più gravoso il compito di chi deve sollevare e muovere il Giglio, ma ha il vantaggio di una comunicazione molto efficace tra musicisti e portatori, proprio perché percepita da entrambi sul proprio stesso corpo”.
Sempre Giuriati, riguardo alla canzone cosiddetta “dell’alzata” – brano, diverso per ogni giglio, composto ogni anno per l’occasione da maestri perlopiù nolani, intonato ogni volta che c’è bisogno di sollevare la macchina per coordinare il momento forse più delicato della festa – afferma che per una buona canzone per l’alzata è necessario “che abbia il giusto ritmo e che contenga un ‘segnale’ ritmico efficace e decodificabile da tutti i portatori secondo i criteri della tradizione e che contribuisca a galvanizzarli in vista del loro notevole e ripetuto sforzo”.
La girata delle carceri, uno dei passaggi più complessi: rotazione di 180° senza margine d’errore, spazio di centimetri per completare la manovra.
Personalmente, per ciò che ho potuto studiare a riguardo, i gigli rappresentano la più incredibile esemplificazione del concetto di lavoro di squadra. Non faticherei a definirli lo sport di squadra più complesso e organizzato del pianeta. Al loro interno, la gestione del tempo ha un ruolo cruciale. Connette i corpi, li inserisce all’interno di un sistema di relazioni, solo così è possibile passare al controllo dello spazio.
In un’intervista al sito ufficiale della MLS lo scorso anno, il tecnico dei Columbus Crew Wilfried Nancy ha espresso un concetto simile riguardo a ciò che chiede ai suoi giocatori: “durante i torelli io dico no, non giocate ad un tocco. A volte avere bisogno di due o tre tocchi, dipende.
Così bisogna rallentare la giocata, a manipolare un po’ gli avversari per liberare lo spazio di andare avanti […] questo è tutto il tipo di cose con cui mi piace sfidare i miei giocatori, perché il gioco non va ad una velocità. Bisogna giocare con il ritmo, perché quando giochi con il ritmo, sei in grado di muovere gli avversari da est a ovest, o muoverli da nord a sud, o giocare tra le linee”
Sotto la guida del tecnico francese, i Columbus Crew utilizzano il ritmo come strumento viscerale di connessione, in maniera non dissimile da quanto succede con i gigli. Come un flusso di energia che si trasmette tra i corpi, il ritmo è la struttura, la riga della pagina che tutti leggono, l’indicazione del prossimo passo. Ma è anche lo spazio sicuro, la coperta di Linus all’interno di cui è contenuto e concesso lo spazio all’improvvisazione.
Se la festa dei gigli è nota per la varietà delle scelte musicali concessa alle orchestre - a patto che si rimanga all’interno delle strutture ritmiche che governano il movimento - i Columbus Crew sono riconoscibili per la varietà delle soluzioni offensive, con echi capaci di ricordare anche la triangle offense di Tex Winter nel basket, disposta anche solo a prendersi l’opzione che viene lasciata dalla difesa.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Lo scorso anno li ha visti eliminare i rivali di Cincinnati, reduci dal primo posto in stagione regolare, in finale di Conference; nel 2023, d'altro canto, i Columbus Crew hanno vinto la terza MLS Cup nella loro storia, battendo 2-1 i campioni in carica di Los Angeles FC.
Poi quest’anno, forse guidati dal mantra “l’impossibile è un’opinione”, come da citazione del proprio allenatore in seguito alla vittoria dell’anello MLS, hanno messo in piedi una campagna continentale che, al di là della conclusione - sconfitta per 3-0 arrivata nella finale in partita secca in casa dei messicani del Pachuca, in una trasferta complicata dall’altitudine e da un caso di avvelenamento da cibo che ha colpito quasi tutto il roster - ha pochi precedenti nella storia della lega statunitense.
Nei turni della CONCACAF Champions Cup, i Columbus Crew hanno dovuto sfidare le due squadre più ricche e più forti dell’ultimo decennio, le concittadine Tigres e Monterrey. Due viaggi nei caldissimi catini del Nuevo Leon, entrambi ritorni negli USA con gli scalpi di chi ha partecipato a otto delle ultime tredici finali continentali, sfidandosi addirittura una volta nell’edizione più importante del Clasico Regiomontano.
Tatticamente, i Columbus Crew sono una squadra che cerca il possesso. E quando non lo ha, ambisce a recuperarlo velocemente – banalmente, ammette Nancy, perché quando ancora era calciatore odiava dover correre senza il pallone. Vedendoli giocare, è evidente il lavoro del tecnico nel far disimparare ai suoi giocatori il principio dei due tocchi e via. Se liberi dalla pressione, i giocatori dei Crew toccano il pallone fino a consumarlo, lo usano come principale bait per consegnare ai compagni non solo un passaggio, ma anche un vantaggio di tempo che possa andare ad ingrandirsi, come una valanga, fino al gol.
Lo dimostra l’azione da cui è nato il rigore dell’1-0 nell’ultima finale di MLS Cup. Rudi Camacho - acquisizione fondamentale della scorsa stagione e allenato da Nancy anche a Montreal - sembra come addormentarsi sul pallone fino a che Vela si fa ingolosire dalla pressione individuale. Si compra qualche centesimo di secondo in più e un angolo di passaggio migliore tornando indietro con la suola, per poi lanciare quello che è Ingemar Stenmark reincarnatosi nel corpo di Aidan Morris. Come molte squadre orientate a tenere il possesso, anche i Columbus non sono sempre verticali: quando si vuole, sa attaccare con vertiginosa efficienza.
Il tratto forse più notevole e distintivo dei modi in cui nascono le loro reti, o comunque le occasioni pericolose, è l’utilizzo della densità. I Crew amano ridurre le dimensioni del campo, concentrarsi quasi tutti da un lato del campo - preferibilmente il destro. Disorganizzare gli avversari con il possesso alla ricerca dello spazio necessario per sfruttare l’altra fascia, rimasta completamente libera, quasi sempre con le corse del ghanese Yaw Yeboah, servito o con un cambio di gioco solitamente per mano del braccetto difensivo di destra.
L'alternativa? Una delle armi più letali della MLS contemporanea, il backdoor pass di Malte Amundsen, ex terzino della NYCFC campione nel 2021 tramutatosi, sotto Nancy, in uno dei tre centrali del 3-4-2-1 dei Columbus Crew.
Tutti i principi di gioco dei Columbus Crew: difesa aggressiva; densità su un lato per liberare il cambio gioco; staticità come bait per invitare la pressione e creare un vantaggio incolmabile.
A Columbus, la parola d’ordine è versatilità. Di posizioni, compiti e interpretazioni. Vedere giocare i Crew ci dice che la versatilità non è solo un dato acquisito, una cosa che o si ha o no, bensì una questione culturale. Una pratica collettiva messa in atto tramite princìpi chiari, facilmente incamerabili, e la predisposizione a improvvisare sul ritmo stabilito. Tutti i giocatori agli ordini di Nancy sono malleabili, e ben pochi lo erano prima della scorsa stagione.
Della trasformazione di Amundsen abbiamo detto, ma ci sarebbero da considerare anche quella di Yaw Yeboah, ala fumosa a cui è stato ampliato il raggio d’azione come esterno a tutto campo. Quella di Mo Farsi, ex nazionale canadese di futsal ed ora eccellente crossatore; del Billiken da SLU Patrick Schulte, capace di prendersi i guantoni da titolare da un veterano come l’ex PSV Eloy Room anche grazie alla sua abilità nell’impostazione; dell’ex oggetto misterioso Alexandru Matan, trasformatosi in una delle principali forze creative della franchigia.
Oltre a queste e molte altre, un focus specifico deve essere rivolto a Steven Moreira. A trent’anni, il nazionale capoverdiano - un’onorata carriera da terzino destro alle spalle tra Rennes, Lorient e Tolosa - ha visto la sua parabola evolversi tipo Pokemon allo stato successivo. Partendo come centrale di destra nel terzetto dei Columbus Crew, Moreira è principalmente un’arma offensiva. Gli viene riconosciuta la sua utilità nello scorrazzare in avanti e partecipare allo scassinamento delle casseforti avversarie – per FBref è nel 99° percentile tra i difensori centrali della MLS per passaggi che portano a tiro, progressioni palla al piede in area di rigore e passaggi progressivi ricevuti.
La sua utilità offensiva è confermata dai goals added, una metrica esclusiva alla MLS e creata dal sito American Soccer Analysis, che tenta di misurare l’impatto complessivo di un singolo giocatore ogni volta che tocca il pallone, esistendo come somma dei contributi totali o diviso per tipologia di contributo - dribbling / passaggio / tiro / ricezione.

Nella MLS 2023, Moreira si è distanziato dalle terre emerse per la sua interpretazione del ruolo (via American Soccer Analysis)
A partire dalla fase di costruzione, in cui i Columbus Crew si organizzano con un 3+2 leggermente disallineato per favorire dei rapidi triangoli, il compito dei due titolari in mezzo al campo è fondamentale. Non è un caso che, in una squadra che brilla per versatilità, gli unici due giocatori ad occupare sempre la stessa zolla di campo siano proprio Darlington Nagbe e Aidan Morris. Separati da undici anni di età, la storia di quella che adesso appare come una coppia inseparabile è iniziata dando l’impressione di essere un passaggio di testimone.
Nella finale di MLS Cup 2020 contro i campioni in carica di Seattle, il Covid ha costretto alla tribuna Nagbe, già all’epoca uno dei centrocampisti più celebrati della MLS, facendo esordire da titolare al suo posto il diciannovenne Morris, con sole tre presenze da professionista in carriera. Il prodotto del vivaio Crew non ha fatto sentire la mancanza del suo maestro, anzi. Ha giocato come se quello fosse stato il suo posto nel mondo per tutta la vita, recuperando palloni e offrendo linee di passaggio mai banali, nella vittoria finale per 3-0.
Nei quattro anni successivi, a esclusione di un 2021 in cui Morris ha dovuto recuperare da una rottura del legamento crociato, i due hanno imparato a convivere. Il primo ha continuato l'evoluzione in giocatore dal motore sconfinato, il secondo ha sconfitto lo scorrere del tempo e ha vinto la quarta MLS Cup in carriera – uno dei solo dieci giocatori ad aver raggiunto questo traguardo, l’unico ad averlo fatto con tre franchigie diverse, mai in back-to-back.
Per un giocatore del livello di Nagbe, l’assenza di un suo passaggio nel vecchio continente si può spiegare prima con il processo di acquisizione della cittadinanza statunitense – arrivata a 25 anni – e dal desiderio di una vita di famiglia quanto più normale possibile. Figlio del recordman di presenze nella nazionale liberiana Joe Nagbe, il centrocampista dei Columbus Crew ha privilegiato la famiglia, scegliendo di non far vivere ai propri figli la stessa assenza prolungata del padre a cui lui era stato costretto da piccolo, rinunciando anche alla nazionale.
La perdita del calcio europeo – e dello USMNT – è stato il guadagno della MLS, e delle squadre che lo hanno avuto sotto contratto. Con il pallone tra i piedi, campione NCAA nel 2010 con l’università di Akron è una cassaforte, una roccia su cui il possesso sbatte come un’onda, infrangendosi in milioni di gocce. La sua percentuale di passaggi completati è al limite del non migliorabile, nonostante non si limiti sempre al passaggio più conservativo.
La sua capacità di progredire palla al piede è stata descritta perfettamente dal suo ex compagno a Portland Diego Valeri, ora commentatore in spagnolo per il MLS Season Pass, in un omaggio sui social: “Potrebbe tenere il pallone tra i piedi per una partita intera, e scommetto che nessuno sarebbe in grado di toglierglielo. […] Un centrocampista che capisce tutte le necessità della sua squadra. Perché è la ‘sua’ squadra.
Il piccolo uomo silenzioso diventa potente sul campo. È così che parla. In silenzio, soffre le ingiustizie e assapora le caramelle del dolore. Questa professione ha le sue nuvole grigie. Ma Nagbe è un sole. Cresce sul campo, e il suo sorriso brilla sul palco. […] Se mai avrò dei nipoti e mi chiederanno del calcio negli Stati Uniti, io dirò loro che ho giocato con lui”.
Pochi centrocampisti al mondo, forse nessuno, resistono alla pressione come Darlington Nagbe.
In attacco, a Cucho Hernandez è concesso il modo e la possibilità, lui più che a tutti gli altri, di svariare sul tema. Tanto Nancy quanto l'ex GM Tim Bezbatchenko hanno presto capito come fosse l’ex Watford l’architrave su cui poggiare i destini della squadra. La scorsa estate, nell’ultimo giorno della sessione di mercato estiva, i Columbus Crew hanno ceduto forse il giocatore più forte nella storia della franchigia, l’argentino naturalizzato armeno Lucas Zelarayan, ai sauditi dell’Al Fateh: la sua convivenza con il colombiano non riusciva a tirare fuori il meglio da entrambi.
Per sostituirlo, Columbus ha riportato in MLS l’ex capocannoniere Diego Rossi. L’uruguaiano è un giocatore che richiede meno il pallone tra i piedi rispetto al fantasista ex Tigres, ed eccelle nell’orbitare accanto ad un creatore di gioco primario che venga a prendersi il pallone in zone arretrate di campo grazie alle sue corse ed ai suoi tagli, come si era visto anche ai tempi di Los Angeles FC con Carlos Vela.
Non dovendo più dividere il campo con un altro attaccante ball-dominant, Hernandez si ritrova a ricevere il pallone in spazi aperti, a muoversi liberamente, a volte scambiandosi anche di posizione con gli esterni a tutta fascia, confermandosi come uno degli attaccanti più completi in MLS.
La sconfitta in finale contro il Pachuca non toglie nulla al lavoro ai Columbus Crew di Wilfried Nancy. Il tecnico francese rimarrà comunque il primo allenatore MLS a vincere, sia pure una volta ai rigori, due elimination games in terra messicana. Inoltre, il Pachuca non è considerato una delle big del calcio messicano solo perché basata in una città relativamente piccola, ma è, se possibile, il club modello dell’intero continente.
I messicani sono in grado di competere ad altissimo livello con un budget che è una frazione di quello dei rivali, puntando su un settore giovanile eccezionale e riuscendo comunque ad essere la squadra più vincente a livello continentale negli ultimi venticinque anni – 6 Champions Cup, oltre ad essere l’unica messicana trionfante in un torneo CONMEBOL, avendo vinto una Copa Sudamericana.
Columbus, sei anni dopo aver salvato la propria squadra da una rilocazione ad Austin, può continuare a godersi le gesta di un allenatore che, per idee e stile di gioco, non si era mai visto prima in MLS. L’impressione è che un tecnico così, soprattutto senza una qualificazione al mondiale per club del 2025, sia destinato ad andare velocemente in Europa: Nancy ha recentemente mostrato fiducia nel progetto Crew e ha rinnovato il suo contratto, ma potrebbe non essere comunque sufficiente.
Per una lega ambiziosa come la MLS, trattenere Nancy – sarebbe valso lo stesso discorso anche per il General Manager, Tim Bezbatchenko, genio del salary cap, passato ora alla compagnia Black Knight Football (Bournemouth e Hibernian le principali società legate alla BKF): a sostituirlo, probabilmente, l'assistant GM Issa Tall – potrebbe essere un successo tanto grande quanto l’essere riusciti a portare Lionel Messi oltreoceano. Se la NBA ha Gregg Popovich e la NFL Bill Belichick, perché non immaginare che Wilfried Nancy possa essere il loro equivalente per il calcio maschile statunitense?
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