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Copertina Mbappé
, 4 Giugno 2024

Mbappé è troppo perfetto per essere vero


Il suo trasferimento al Real Madrid è l'ultimo passaggio di una carriera sceneggiata.

Se avete aperto un social network a caso almeno una volta negli ultimi sei mesi è probabile che vi siate imbattuti in un post in cui qualcuno – verosimilmente Fabrizio Romano – parla dell’imminenza del passaggio di Mbappé al Real Madrid. Se invece, più probabilmente, siete utilizzatori regolari dei suddetti social, ci sono ancor più significative possibilità che in questi post vi siate imbattuti almeno una volta a settimana, se non addirittura più spesso, visto il proliferare di profili e siti che non fanno altro che propagare la stessa identica notizia decine e decine di volte.

Facendo un piccolo esperimento sociale, se uno apre il profilo X di Fabrizio Romano e cerca le parole “Mbappé” e “Real Madrid” trova su per giù una trentina di post che partono da agosto 2021 e arrivano fino a oggi stesso, con una frequenza sempre crescente, fino a ripercorrere anche tutte le fasi della stesura del comunicato ufficiale da parte del Real Madrid, in una cronaca tanto meticolosa quanto quasi disturbante.

Quello di Fabrizio Romano, però, è solo un esempio pratico di quanto, attorno a questo trasferimento, ci sia una necessità di documentare che si divincola dalla semplice cronaca giornalistica e sfocia nell’ossessività maniacale. Attorno a Mbappé e al suo trasferimento al Real Madrid c’è una bramosia di narrazione che è difficile ritrovare nella storia di questo sport.

Per citare le parole di Luke Entwistle sul Guardian, “C’è sempre stato un senso di temporaneità nella permanenza di Mbappé al Paris Saint-Germain.” Ed effettivamente Mbappé è arrivato a Parigi appena maggiorenne e in un paio di anni è diventato più grande sia della sua squadra che addirittura del suo stesso campionato. E anche per questo forse c’è stato sin da subito l’irrazionale e violento bisogno di cucirgli attorno una narrazione più grande.

E così da tre anni, Mbappé al Real Madrid è passato dall’essere una semplice idea di mercato a essere un destino ineluttabile per l’umanità, come ben certificato dal “Tic tac” su musica drammatica con cui Josep Pedrerol ha aperto il programma spagnolo El chiringuito de jugones nell’agosto del 2022, quando sembrava che Mbappé fosse veramente vicino al Real.

Per due anni quindi abbiamo finito per essere bombardati di notizie che ci dicevano che sì, Mbappé andrà al Real Madrid e se non ci andrà quest’estate ci andrà la prossima e se non la prossima quella dopo. Il tutto dipingendo la proprietà del PSG come un’entità oscura che aveva come unica colpa quella di voler tenere un suo asset fino all’ultimo momento possibile.

L’accumulo di notizie su questo trasferimento è stato forse il principale affronto alla sopportazione di lettori, tifosi e commentatori. Sul passaggio di Mbappé al Real Madrid sappiamo quello che dicono i suoi allenatori passati e futuri, sappiamo ogni milione che gli entrerà sul conto nei prossimi cinque anni, sappiamo tutto; anzi, sappiamo troppo, tanto che abbiamo finito per accogliere la notizia della sua ufficialità come una liberazione, anche con tutto il corredo di dettagli insignificanti che la sta accompagnando.

Eppure, è difficile non essere affascinati e al tempo stesso nauseati da questo trasferimento: il Real Madrid, neanche due giorni dopo aver vinto una Champions League, con i video dei tifosi che riempiono Plaza de Cibeles che ancora non sono stati fagocitati dall’algoritmo, prende forse il miglior giocatore del mondo, mettendo ancora una volta in chiaro cosa rappresenta quel club.

Il club più famoso, ricco e vincente del calcio europeo, quello più vicino a costituire un’entità politica a sé stante, che si salda al giocatore più mediatico, più chiacchierato, più cool e più politicizzato del calcio mondiale. Non c’è nulla di sbagliato, no? D’altronde, nell’universo calcio il destino ultimo sembra essere questo: una polarizzazione sempre più estrema, con sempre più denaro, talento e potere in mano a una decina di club, che poi diventeranno sei o sette, poi due o tre e poi, alla fine, uno solo: il Real Madrid, il predatore alfa per eccellenza.

Quello che più rende disturbante questo trasferimento, però, è quanto sia al tempo stesso artefice e figlio di una narrazione che vuole Mbappé come un esempio plastico di calvinismo, in cui il successo a tutti i costi diventa il fine ultimo dell’esistenza terrena.  

Tutto ciò che ruota attorno a Kylian Mbappé sembra scritto a tavolino per renderlo una figura mitologica: lui che esordisce diciottenne e fa vincere il titolo al Monaco; il PSG che mette 180 milioni su di lui nell'estate in cui ne mette 200 su Neymar; lui che vince in serie la Ligue 1; lui che polverizza ogni record di precocità, di gol e di vittorie; lui che decide un mondiale e che segna una tripletta in finale in un altro. In poche parole, se non fosse stato per quei due o tre momenti l’anno in cui le sue squadre sbattono contro una delusione, verrebbe quasi da dire che la carriera di Mbappé sia stata sceneggiata a Hollywood.

Lo scorso maggio, quando ha annunciato il suo addio al PSG, la prima persona a parlare di lui è stata il presidente francese Emmanuel Macron, che aveva auspicato la sua presenza, come capitano, alle Olimpiadi di Parigi. Ora, facendo un ripasso veloce, quante altre volte un Capo di Stato del G7 è andato a legarsi così tanto a un calciatore da parlarne come se fosse il suo procuratore?

Qui forse iniziamo a capire cosa c’è dietro e dentro la figura di Mbappé. Già nel 2022, come spiega Valerio Moggia su Pallonate in Faccia, durante il ballottaggio per le elezioni presidenziali erano cominciate a circolare voci su un’amicizia personale tra lui e Macron, con quest’ultimo che pare abbia spinto Mbappé a rinnovare il suo contratto con il PSG, creando anche un tema di dibattito politico con la populista e leader di estrema destra Marine Le Pen, che contro Mbappé, la sua ricchezza e la sua origine etnica ha sempre mostrato una malcelata avversione.

Macron, secondo le parole dello stesso Mbappé, è stato decisivo per la sua permanenza al PSG nell'estate 2022; come racconta lui stesso al Time: «Macron mi ha detto: "Voglio che tu rimanga. Non voglio che tu te ne vada adesso. Sei così importante per il Paese".» E sempre Macron è tra le persone che lo è andato a consolare dopo la finale dell'ultimo Mondiale.

Il presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, consola Kylian Mbappé dopo la finale del Mondiale 2022, persa contro l'Argentina.
(Foto: EPA-EFE/Friedemann Vogel)

Ecco, a questo punto è facile intuire come l'immagine di Mbappé che guida la sua Francia alla vittoria nelle sue Olimpiadi di casa non sarebbe stata un’immagine sportiva ma piuttosto politica, e Mbappé è in pieno uno strumento politico.

Già oggi Mbappé è un personaggio larger than life: la sua vita sembra quella di Jim Carrey in The Truman Show, chiuso dentro questo gigantesco set cinematografico. Ma a lui questo mondo, tutto perfetto e avvolto in una plastica di formalità, potere e status politico, non sembra andare stretto; anzi, ci vive al suo interno quasi quasi passivamente, percependo il successo come normalità.

Mbappé non sembra mai propriamente felice della sua grandezza: nelle sue immagini dopo il mondiale vinto nel 2018, per esempio, lo si vede a malapena accennare un sorriso, baciando la coppa con un'espressione ai limiti del cringe, la stessa di chi probabilmente pensa: “Beh? Tutto qui?” E più o meno lo stesso vale per quelli che saranno i suoi compagni al Real Madrid, come ha raccontato Joselu a Cadena SER dopo la finale di Champions League: «Alcuni neanche hanno festeggiato… hanno detto “bello, un’altra”.»

A livello ideologico, quello tra Mbappé e il Real Madrid è l’incontro perfetto: il giocatore che ha normalizzato le performance straordinarie nella squadra che ha normalizzato la vittoria. Mbappé ha vissuto sei anni a Parigi tutti uguali tra loro e si appresta a farne almeno altrettanti nel Real Madrid, dove segnerà centinaia – o forse migliaia – di gol, vincerà trofei fino a quando non gli verrà la nausea, rendendo i suoi dribbling, i suoi scatti e i suoi tiri un esercizio di ripetizione ossessivo-compulsiva e le sue performance un prodotto industriale.

In otto anni di carriera, l’unica vera emozione che abbiamo visto trasparire dal volto di Kylian Mbappé è la delusione: ci sono solo due immagini in cui, guardando il volto del francese si riesce a dire compiutamente che dietro di esso si nasconde un essere umano fatto di carne e ossa, che ogni tanto soffre come noi: quando passa davanti alla Coppa del Mondo che ha appena perso in Qatar e dopo il rigore sbagliato contro la Svizzera agli ultimi Europei.

A questo punto, andare al Real Madrid e confrontarsi con una realtà in cui la perfezione è dovere sembra un controsenso per un giocatore che soffre dei suoi errori più di quanto goda dei suoi successi. Dopo l'annuncio, lui stesso ha postato delle foto in cui aveva la stessa tuta acetata del Real Madrid che chiunque abbia la sua età ha visto almeno una volta tra i banchi di scuola; quasi a ricordarci che, alla fine, Mbappé, prima di essere un semidio, era un ragazzo che sognava di giocare al Real, come forse tutti siamo stati almeno una volta.

Una piccola crepa di umanità all’interno di una figura che oggi sembra solo volersi distaccare dalla sua dimensione terrena.

  • Nasce a Roma nel 1999. Chimico e tifoso di Roma e Arsenal, dal 2015 scrive di calcio inglese e dal 2022 conduce il podcast Britannia. Apprezza i calzettoni bassi e il sinistro di Leo Messi.

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