
Andrey Rublev, prendere o lasciare
Per il russo è arrivato il momento di liberarsi dal peso delle sue emozioni.
Sono passati appena dieci minuti, nel secondo turno degli Internazionali d’Italia contro Marcos Giron, e Andrey Rublev ne ha già abbastanza di sé stesso. Non sta colpendo bene come al solito con il suo diritto, è un po’ lento negli spostamenti e in uscita dal servizio, ma è nettamente superiore al suo avversario e riesce a procurarsi una palla break. Non la sfrutta e, dopo un paio di errori banali, perde il game: tanto basta per mandarlo fuori di testa. Si gira verso il suo angolo e inizia a urlare platealmente, parla in russo, poi un po’ in inglese, sembra sull’orlo di piangere ma si trattiene, vince il turno di servizio seguente - senza neanche aspettare un secondo per respirare tra la fine di un punto e l’inizio del successivo - e si siede al cambio campo con l’espressione di chi, potesse, distruggerebbe tutte le racchette presenti nel borsone.
È uno dei tanti momenti Rublev che si presentano nelle sue partite, momenti in cui le emozioni prendono il sopravvento sulla ragione e la lucidità scompare. Sono però dei petardi in una bottiglia, lo scoppio c’è, ma è attutito, Rublev non esce mai realmente dalle partite, anzi, con il tempo ha imparato anche a non mollare, accettando le giornate no pur di riuscire lo stesso a portare a casa il risultato. Nella partita appena citata, contro Giron, dopo un primo set molto frustrante, perso 7-5, è riuscito a ricomporsi e, tra uno sfogo di rabbia e l’altro, a ribaltare la situazione e vincere 7-5 al terzo.
Pochi giorni dopo, debilitato da una specie di influenza che lo aveva colpito già durante il Master 1000 di Madrid, è caduto sotto i colpi di Alexandre Müller salutando Roma soltanto al terzo turno.
La stagione di Rublev fino ad adesso è stata pessima, dopo un buon inizio con i quarti agli Australian Open, ha inanellato una serie di sconfitte nei primi turni preoccupante, di cui tre consecutive subite a Miami, Montecarlo e Barcellona. L’unico torneo, prima di Madrid, dove ha fatto abbastanza strada, è stato il Dubai Open, in cui ha raggiunto la semifinale. Lì però, si è consumato il fattaccio, che ha fatto da apripista al mese e mezzo pessimo vissuto dal russo. A fine terzo set, su una palla non chiamata fuori, Rublev ha completamente perso la testa, andando a urlare in russo, direttamente in faccia al giudice di linea, “colpevole” di aver mancato la chiamata. Per l’episodio, è stato squalificato dalla partita e multato di 36.400 dollari, ma soprattutto ha subito un contraccolpo psicologico evidente, che, come detto, si è manifestato nei tornei successivi. È stata la prima volta in cui la rabbia di Rublev si è ripercossa su qualcuno che non appartenesse al suo angolo ed è come se, questa consapevolezza di poter perdere così tanto il controllo, da inveire anche con gli ufficiali di gara, lo abbia deluso.
Alexander #Bublik è il primo finalista dell'#ATP 500 di Dubai 🇦🇪
— SuperTennis TV (@SuperTennisTv) March 1, 2024
Rublev viene squalificato dal torneo sul punteggio di 6-7 7-6 6-5 in favore del kazako!
Il motivo 👇#tennispic.twitter.com/Po6GZNFexb
A Madrid è arrivato senza aspettarsi nulla e con una forte influenza, che lo ha costretto a prendere antibiotici per le due settimane del torneo, paradossalmente le condizioni migliori per lui. Rublev è un giocatore che rende meglio quando non si aspetta nulla da sé stesso, la condizione di underdog esalta le sue qualità di lottatore e in un torneo dove non aveva nulla da perdere, ha rispolverato il suo miglior tennis, battendo Alcaraz, Fritz e i propri demoni in finale contro Auger-Aliassime, in una situazione in cui si era ritrovato improvvisamente favorito.
È stato un grande risultato, una delle poche volte in cui, anche nei grandi palcoscenici, Rublev è riuscito a incanalare le proprie emozioni nella direzione giusta, nonostante la situazione di grande pressione. Non è stata la prima volta in cui è riuscito a farlo, lo scorso anno, dopo aver vinto Montecarlo e aver raggiunto la quinta posizione in classifica mondiale, sembrava pronto per il salto definitivo; la finale contro Rune, in cui, per una volta (come dichiarato da lui stesso nel post partita) aveva allontanato i pensieri negativi, che gli dicevano di non essere in grado di poter vincere un torneo così importante, poteva avergli dato la confidenza necessaria per tentare l’assalto a uno Slam o quantomeno superare per la prima volta l’ostacolo quarti di finale. Non è andata così, pochi rimpianti sia chiaro (solo la sconfitta a Parigi contro Sonego), ha perso con Djokovic a Wimbledon, Medvedev agli US Open e Sinner agli Australian Open, tutti giocatori che gli sono superiori, ma forse è proprio questo il problema, anche nel momento migliore della sua carriera, non è riuscito a colmare il divario con i quattro giocatori indiscutibilmente più forti di lui.
Da sempre Rublev è vittima di una specie di “sindrome dell’impostore”, ovvero mette in dubbio di poter appartenere al livello a cui effettivamente appartiene. In una intervista di due anni fa, dopo aver già raggiunto la quinta posizione mondiale, aveva ammesso di non sentirsi un top player e anzi, di avere paura che con il tempo la sua classifica sarebbe crollata, i suoi risultati non sarebbero stati più gli stessi e il suo livello non sarebbe stato più sufficiente per ottenere grandi vittorie. Per questo perde il controllo anche in partite che sta dominando: non gli basta vincere, vuole farlo in modo perfetto, senza commettere neanche un errore, solo così può essere sicuro di appartenere al livello in cui si trova. Dopo ogni vincente o vittoria, prova una sensazione di sollievo, più che di felicità, come se sia più contento di non aver perso, che di aver vinto. Non raggiungere quell’ideale di perfezione, che si prefissa ogni volta che scende in campo, lo fa bruciare dentro, e se da un lato può avere degli aspetti positivi, come il fatto di non accontentarsi mai del proprio livello e continuare a lavorare per migliorare i propri punti deboli, dall’altro lo porta spesso, come detto, ad avere reazioni esagerate, complicandosi da solo partite, che potrebbe vincere con molta più tranquillità.
Non lo scopriamo certo oggi, l’aspetto emotivo, nel tennis, è forse quello più importante e nel circuito maschile, nessuno mostra le proprie emozioni in campo come Rublev. Rendere visibili le proprie emozioni, esplicitarle davanti a tutti, è uno svantaggio o, meglio, è un vantaggio per l’avversario. Controllare i propri gesti, non perdere mai la calma, se non per brevi momenti, rimanere impassibili nonostante quello che succede internamente ed esternamente, è parte dell’incontro, tanto quanto un diritto colpito bene o un servizio vincente. Tra i primi dieci giocatori del mondo, ci sono alcuni giocatori che riescono a gestire le proprie emozioni come se fossero dei robot (Sinner, Ruud, Hurkacz, Dimitrov), altri che ogni tanto perdono il controllo, riuscendo però, quasi sempre, a ritrovare velocemente il giusto binario (Zverev, Medvedev, Alcaraz, Djokovic) e altri, che ancora non hanno ben capito come gestire tutto lo stress e la frustrazione che una partita di tennis comporta (Rune, oltre a Rublev).
Lo scorso anno, al Roland Garros, Rublev è stato rimontato da Sonego, perdendo al quinto set dopo aver vinto i primi due. È stato l’esempio perfetto di ciò che non va nell’atteggiamento del russo: nonostante due set vinti abbastanza agevolmente (6-0 il secondo), non ha mai smesso di lamentarsi, urlando continuamente verso il proprio angolo, Sonego, combattente nato, ha preso la palla al balzo e si è insinuato tra le crepe caratteriali del suo avversario, piazzando una rimonta che sembrava impossibile.
Rublev è ben consapevole di avere questi problemi di atteggiamento. Due anni fa, nella stessa intervista citata in precedenza, dichiarava come tra i suoi obiettivi ci fosse quello di riuscire a incanalare le proprie emozioni nel modo giusto, perché spesso, anche se sta giocando un ottimo tennis, sono quelle a bloccarlo. Il problema è che, dopo due anni, la situazione non è ancora migliorata, se non per sporadici tornei. Accettare i periodi in cui non si riesce a giocare il proprio miglior tennis, trovando il modo per riuscire a vincere comunque, è ciò che separa i giocatori forti dai campioni. Rublev riesce a farlo solo in alcuni tornei, e, soprattutto, solo contro avversari che sono nettamente inferiori al suo livello; contro i top 10, per non parlare dei top 4, fa ancora molta fatica a riuscirci. Anzi: contro quei giocatori, spesso succede il contrario, cioè che nonostante stia giocando un ottimo tennis, non riesca a vincere a causa dei suoi blocchi emotivi.

È un peccato, perché il russo gioca proprio bene, oltre a essere un grande lavoratore. Da quando è arrivato nel circuito, i miglioramenti otto l’aspetto tecnico sono notevoli, soprattutto sul lato del rovescio, adesso molto più solido anche in lungolinea. Il gioco di Rublev è opposto al suo lato emotivo, se il secondo è una continua montagna russa, il primo è monotono, invariabile, uguale dall’inizio alla fine di una partita, di un torneo, di una stagione. Il suo dritto è uno dei colpi più impressionanti del circuito, ha un’impugnatura semi-western, con cui colpisce la palla quasi di piatto, mentre sale; per riuscirci gioca con i piedi sulla linea di fondo, non arretra mai, ma neanche si avventura in avanti, staziona lì, nella sua zona di comfort, cercando di togliere il tempo all’avversario e di costringerlo all’errore. Nonostante l’incredibile accelerazione della racchetta e il suono che produce con la voce quando colpisce la palla (più simile a quello di un pugile, che a quello di un giocatore di tennis), Rublev non cerca di “spaccare” la pallina a occhi chiusi, i rischi che prende nello scambio sono sempre calcolati, forse perché sbagliare gli fa troppo male, più probabilmente perché con il tempo ha affinato la capacità di leggere le partite e ogni colpo ha una sua logica. Come detto, è un grande lavoratore.
Certo, ci sono limiti anche sul piano del gioco, la completezza richiesta per poter giocare con i giocatori della nuova generazione è superiore a quella che possiede attualmente Rublev: essere in grado di variare il gioco, con back, palle corte, discese a rete, o rallentarlo, esplorando gli angoli e alzando la traiettoria dei colpi, è diventato necessario. Essere prevedibili è ormai un lusso che nessuno può permettersi e spesso, il gioco del russo tende a esserlo, soprattutto sui campi veloci, dove dalla parte del rovescio (nonostante i miglioramenti) fatica a essere incisivo.
Nei suoi periodi di forma migliori, però, giocare contro Rublev è un’agonia, i suoi avversari sembrano entrare in un vortice in cui non riescono a respirare, asfissiati da una pressione costante, che prima o poi li costringe a sbagliare. Agli Australian Open c’è stato bisogno del miglior Sinner per vincere un secondo set in cui, finale a parte, era apparso più in difficoltà che in tutte le altre partite del torneo.
Ecco perché, l’aspetto su cui dovrà lavorare di più, se vorrà veramente provare a fare il salto di qualità anche negli Slam, è la gestione delle emozioni in campo. Rublev ci mostra quanto il tennis sia uno sport stressante dal punto di vista mentale, i suoi sfoghi sottolineano quanta pressione ci sia, sulle spalle di un giocatore di quel livello. Per questo è uno dei giocatori più amati del circuito, gli spettatori vedono in lui un’umanità che non vedono negli altri, i timori e i demoni che affronta durante le partite, sono quelli che affronterebbe una persona “comune”, se si trovasse al suo posto, e questo rende facile empatizzare con lui. La costante lotta tra ciò che vorrebbe fare e ciò che effettivamente riesce a fare sul campo, che turba la sua pace interiore, è quella vissuta da qualsiasi persona che abbia giocato a tennis, uno sport così crudele, da voltarti le spalle all’improvviso, proprio quando pensavi di aver capito i suoi segreti.
A 27 anni, per Rublev è arrivato il momento di decidere chi vuole essere da grande, il tempo e il modo di raggiungere certe vette ci sarebbero ancora, soprattutto in una fase così incerta come questa, dove la generazione al potere sta cambiando, ma gli infortuni lasciano spiragli per tutti. Chissà se in questo Roland Garros, il più aperto dall’era pre-Nadal, possa trovare pace ai suoi conflitti per due settimane e regalarsi un torneo da sogno.
Con Rublev non si può mai sapere, è così, prendere o lasciare.
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