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Weber bowling
, 29 Maggio 2024

Il ciclone Pete Weber ha cambiato il bowling


Molti lo conoscono come meme, ma Pete Weber è diventato un'icona del bowling.

Potreste aver già visto questo video. Se passate più tempo della media sui social network, X in particolare, è quasi sicuro che vi sia capitato di vederlo almeno una volta. C’è un uomo sulla cinquantina – portata male – con lo sguardo torvo e un paio di occhiali da ciclista che assumono anche un tono leggermente ridicolo quando l’inquadratura si allarga e rivela che stiamo assistendo ad una partita di bowling.

Lo scorebug in basso a sinistra ci mostra che siamo all’ultimo tiro della partita. Fagan – sarebbe Mike Fagan, trentuno anni da Westbury, New York, recentemente vincitore dello USBC Masters, il primo torneo Major della stagione del PBA Tour, il massimo circuito del bowling mondiale – ha totalizzato 214 punti. Reduce da uno spare, l’uomo sulla cinquantina, il cui cognome ci viene rivelato essere Weber, ha bisogno di uno strike per vincere il torneo, ovvero lo US Open, il torneo più importante dell’anno, e anche il telecronista ce lo ricorda.

Un vortice verde e rosso invade il parquet lucido di olio – agli US Open, anziché applicarne di più al centro della pista, ogni listello della pavimentazione ne riceve la stessa quantità – e lo attraversa con una traiettoria che sembra seguire le linee di uno degli Stati d’Animo di Umberto Boccioni. Strike. Pete Weber, la cui carriera professionistica è iniziata nel 1979, un anno prima che nascesse il suo rivale, batte Mike Fagan 215-214.

Quello che succede dopo è storia dei meme forse ancora di più che storia del bowling. Weber erutta, il volto rosso come lava, gli occhi aguzzi come le armi fabbricate da Efesto – gli occhiali, nel frattempo, devono essere caduti a telecamera lontana – il suo gesticolare violento come una pioggia di cenere. Weber celebra il suo posto nell’olimpo dei dieci birilli e rivolge un urlo ad un non meglio identificato hater fuori campo: “Who do you think you are? I am!”, chiunque tu ti creda di essere, ecco, quella cosa sono io, e te lo ho appena dimostrato.

In una successiva intervista, Pete Weber affermerà che questo straordinario monologo fosse rivolto ad un adolescente a bordo campo che aveva passato la partita a tifare contro di lui, il che, se possibile, rende tutto ancora più esaltante.

Benvenuti nello straordinario mondo di Pete Weber, magari non il più grande giocatore di bowling di sempre ma indubbiamente la cosa più strana che sia successa allo sport. La sua storia è una di quelle che sarebbe meglio analizzata scomposta da un prisma, magari quello dell’omonima serie del canale YouTube Secret Base, perché, forse aiutata dalla sua lunghezza, non è mai stata univoca o facilmente digeribile, ma composita come una costruzione di Lego. In primo luogo, Pete Weber è stato un figlio d’arte, e non uno qualunque.

Suo padre, Dick Weber, è stato insieme a Don Carter una delle prime grandi stelle del bowling professionistico. I due, entrambi di St. Louis, erano figure a metà tra il mitologico e la celebrità, un po’ Achille e un po’ Pericle, un po’ Leonidas e un po’ Pelé, hanno messo il bowling sulla mappa ma hanno pure saputo dominarlo, con record durati a lungo.

Uno di questi era quello per numero di US Open vinti, entrambi fermi a quota quattro, un traguardo che proprio Pete Weber avrebbe superato in occasione della sua vittoria del 2012 contro Fagan. Eppure, parlando ai media subito dopo la finale, un Weber molto diverso da quello precedentemente microfonato aveva affermato “Non dirò mai di essere meglio di loro. Hanno asfaltato la strada che noi abbiamo percorso per essere qui”.

In realtà, agli inizi della sua carriera c’era voluto molto poco tempo a Pete Weber per distogliersi dall’ombra paterna, sia pure non necessariamente per i risultati in campo, pure comunque assolutamente non banali – nel 1987 è diventato il più giovane a raggiungere quota dieci trofei, a ventiquattro anni. Questo perché Pete Weber ha espresso fin dai suoi primi anni, come potreste aver capito a questo punto, una personalità ribelle, casinista, ignorante, consapevolmente o meno, di qualsiasi etichetta, entrando nel Tour con lo spirito distruttivo del futurismo.

Per molti anni, Pete Weber è stato, senza mezzi termini, odiato dal resto della competizione. Nel 1987, nonostante avesse vinto il Tournament Of Champions, uno dei major della stagione del bowling, e avesse guidato la nazione per compensi economici, i suoi colleghi gli privarono il titolo di Giocatore dell’anno a seguito di una votazione.

Weber faceva trash talking in un’era in cui non era socialmente accettato come può esserlo adesso, e in uno sport riempito di regole non scritte all’insegna della buona creanza e dell’educazione, visto anche il suo spazio culturale all’interno degli Stati Uniti – il bowling, nell’ideale consumistico statunitense, è il passatempo familiare simbolo della classe media, e non è un caso che anche le nostre sale bowling siano rimpinzate di riferimenti a un’idea molto caricaturale di Stati Uniti.

I telecronisti cercano di far passare la reazione di Weber a questo errore che gli regala un titolo come genuina. Io, dopo averla rivista innumerevoli volte, non so decidermi se sia ironica: è l’abilità dei grandi trash talker, saper fluttuare sulla sottile linea tra serietà e presa in giro.

Almeno nei primi anni della carriera, però, quella voglia di distruzione dei limiti prestabiliti, quel costante surfare sopra i cavi dell’alta tensione non era dovuta solamente ad un’affinità spirituale ai motivi del movimento marinettiano. Come molti altri atleti statunitensi negli anni '80, Weber sviluppò una dipendenza dall’alcol e dalla cocaina, lungo quelli che suo padre Dick ebbe modo di definire “otto anni d’inferno”, e, a differenza di altri, non faceva molto per nasconderlo.

Nel 1985 Pete Weber riferì a Sports Illustrated di quella volta che, una sera, totalizzò un punteggio più vicino ai trecento che ai duecento punti dopo aver passato l’intera giornata, a partire dalla mattina, a consumare Long Island Iced Teas. L’anno dopo avrebbe detto ad un giornale della Florida di spendere cinquecento dollari a settimana in cocaina.

Weber aveva sviluppato queste dipendenze ancora adolescente, dopo aver esordito giovanissimo, ancora in età da liceo, lasciato prima del diploma proprio per entrare in un bowling professionistico in cui circolavano, in una maniera forse incomprensibile ai nostri occhi moderni, tantissimi soldi. Anche grazie alla fama del padre Dick Weber, in quegli anni il bowling era lo sport capace di raccogliere più telespettatori in tutti gli Stati Uniti, riempiendo palazzetti in tutto il paese, oltre che all’estero, e beneficiando anche di un accordo televisivo con l’emittente ABC che sarebbe durato per oltre quarant’anni.

Negli anni novanta, tanto Pete Weber quanto il bowling professionistico sembravano aver intrapreso la strada del declino definitivo. Nell’era in cui il Dream Team elettrizzava il mondo mentre le sue stelle, insieme a campioni di altri sport come Deion Sanders, riscrivevano il concetto di cosa voglia dire essere forti, dominanti e belli da vedere, la Professional Bowlers Association era ancora ancorata a regole da collegio come obbligare gli atleti a tenere i capelli corti e a osservare un silenzio quasi totale durante le partite, avvicinandosi pericolosamente all’insolvenza.

Pete Weber, intanto, stava vedendo sparire i risultati che giustificavano, anche agli occhi dei più puristi, il suo atteggiamento iconoclasta. Tra il 1994 e il 1996, Weber non ha vinto nessun torneo e nel 1995 non è neanche riuscito a qualificarsi ad una singola fase finale. Fuori dal campo, due divorzi e una continuata dipendenza dall’alcol – quella dalla cocaina era per fortuna terminata a metà del decennio precedente – contribuivano quasi sicuramente alle difficoltà di fronte ai dieci birilli. Nel marzo 2000 Pete Weber verrà squalificato per il resto della stagione dopo un alterco, causato proprio dalla sua eccessiva ubriachezza, in un torneo in Michigan dell’anno precedente.

L’alba del nuovo millennio porta con sé anche speranze di cambiamento, tanto per Weber quanto per l’apice della sua disciplina. Il terzo matrimonio con Tracy Weber è la spinta, per stessa ammissione del bowler, ad un cambiamento di rotta e per un ritorno nei giusti binari. Nel frattempo, tre ex amministratori di Windows acquistano la pericolante PBA con l’intenzione di risemantizzarla per attirare un nuovo pubblico e riconquistare il proprio storico spazio sui palinsesti, e per farlo identificano subito in Pete Weber il volto per simboleggiare questo rinnovamento.

Per la prima volta nella sua, allora, ventennale carriera, a Weber non solo non viene chiesto di contenersi, ma gli viene data carta bianca. Vuoi invitare la gente a sucare a favore di telecamera dopo ogni strike? Sì, ok, va benissimo. Vuoi urlare ad un fotografo? Non solo sei liberissimo di farlo, ma noi ti mettiamo pure un microfono vicino così che da casa si possa sentire perfettamente ogni parola. Per quella che è forse la prima volta nella storia dello sport in televisione, una lega non solo non nasconde il trash talking, ma lo mette addirittura al centro del suo prodotto.

Pete Weber è la principale ragione per questa mossa. Norm Duke, un Hall Of Famer che con Weber ha condiviso l’esordio da giovanissimi e larghi tratti della carriera, ha descritto nel 2021 cosa voglia dire vedere Pete Weber in televisione: “Pete può passare attraverso lo schermo televisivo, prenderti per il collo, girarti la testa verso di lui e dirti ‘Oh no, no, no. Potresti voler vedere cosa sta per succedere’. E le persone lo fanno”.

Tutto, in questo video, sembra accuratamente coreografato, come se dopo lo sguardo in camera dovessimo sentire un ciak di fine scena. Il responso è uno: Oscar come miglior attore protagonista

Nel 2024, quello della PBA è un tour solido, economicamente sano, che continua ad essere trasmesso sulla televisione nazionale, più recentemente su Fox, e che in caso di grandi eventi può ancora raggiungere un’audience che si avvicina al milione di telespettatori.

Il bowling è uno sport rumoroso, nelle cui arene i tifosi urlano e partecipano attivamente in qualsiasi momento che non sia la fase di preparazione di un colpo, dove agli atleti è richiesta la massima concentrazione, e in qualsiasi interruzione risuona musica rock ad alto volume. Le maglie degli atleti sono colorate, confuse, ricche di dettagli, e gli sponsor hanno nomi aggressivi come Storm e Hammer e se un tempo c’era l’obbligo di tenere i capelli corti, oggi un altro figlio d’arte come Kyle Troup può giocare a fare il cosplayer di Bob Ross.

Il bowling nel 2024 è the house Pete Weber built, la casa che lui ha contribuito a rimettere in piedi, ripartendo fin dalle fondamenta e ridipingendo tutti i muri grigi con i colori della Città che sale di Boccioni. Questi giorni uno dei tornei del tour, il Missouri Classic di St. Louis, ha preso il nome di Pete Weber, nonostante la città del Gateway Arch abbia dato i natali anche al padre Dick e al suo storico compare e rivale Don Carter.

Mike Fagan, suo rivale nella finale dello US Open 2012 e suo arcigno critico, ha dovuto ammettere, qualche anno dopo, che Weber “è stata la persona più notevole di questo sport negli ultimi quarant’anni. A volte in positivo, altre in negativo. Ma ha reso di nuovo il bowling divertente”.

Nel frattempo, Weber ha abbandonato i livelli più alti dello sport: nel 2013 è passato a giocare nel PBA50, il circuito dedicato agli atleti over cinquanta, e nel 2023 a quello per gli over sessanta. Nel marzo 2021, però, durante le World Series of Bowling, Weber, a cinquantotto anni, ha fatto un’ultima apparizione nel PBA Tour, regalando l’ultimo ma ennesimo capolavoro letterario di una carriera dedicata all’elevare il trash talking ad un piano superiore. 

Intervistato a bordo pista dall’emittente televisiva FloBowling prima dell’ultimo colpo della sua carriera nel circuito che ha abitato per quarantuno anni, Pete Weber si è lasciato prendere dall’emozione. Con gli occhi visibilmente ricolmi di lacrime, ha ringraziato il bowling e i suoi fan, ha sottolineato quanto fosse un onore essere stato così a lungo all’interno dello sport. Per la prima volta in carriera, ci teneva a mostrarsi vulnerabile.

Poi, prima di lasciare andare l’ultimo pallone, senza abbandonare lo sguardo commosso, Pete Weber non ha resistito alla tentazione di far uscire per un ultima volta il suo lato più giocherellone e ciambellanesco. Rivolgendosi alla telecamera, con lo sguardo di un bambino di dieci anni che sa di averti fatto infuriare ancora una volta, ha lanciato la sua ultima marachella: “Che mi amiate o mi odiate, mi avete guardato giocare, è stati tutto quello che siete riusciti a fare”.


  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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