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Panathinaikos
, 28 Maggio 2024

La settima Eurolega del Panathinaikos


Sloukas e Ataman guidano il Panathinaikos sulla vetta d'Europa a 13 anni dall'ultima volta.

È storia a Berlino: il Panathinaikos vince l'Eurolega dopo 13 anni di astinenza. Lo ha fatto con una grande partita, grazie soprattutto a un Kostas Sloukas da 24 punti con 6/6 dal campo. La finale memorabile del play greco consegna nella bacheca personale la quarta EL della carriera dopo le due con la maglia dei rivali dell’Olympiacos e quella del 2017 con il Fenerbahce.

Per arrivare alla finalissima della Uber Arena, che settimana si è vissuta a Berlino? Quali le sorprese e le delusioni dell'atto conclusivo della massima competizione europea per club?

Ataman show

Lo spettacolo comincia già giovedì 23 sera, ancor prima che le squadre vadano a saggiare il parquet di Berlino. Il protagonista è (chi se non lui) Ergin Ataman. All'arrivo del Panathinaikos in hotel, diversi tifosi del Fenerbahce hanno atteso che si palesasse l'ex allenatore dei cugini dell'Efes: alle provocazioni dei tifosi turchi - suoi connazionali ma non per questo meno morbidi nel ricordargli alcune vicende oscure di doping che avevano coinvolto l'Efes Istanbul negli anni in cui allenava l'attuale CT della Turchia - Ataman ha risposto inferocito. Le sue proteste, sotto gli occhi di turisti e giornalisti increduli e spaventati, sono continuate nella hall dell’albergo, dove ha inveito chiedendo a gran voce un intervento della polizia e della stessa Eurolega.

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Panathinaikos – Fenerbache: tensione alle stelle

Una partita fra una squadra greca e una turca non è mai una partita banale: tra le due non scorre buon sangue, esiste una storica rivalità che va ben oltre la pallacanestro e lo sport. Entrambe le squadre arrivano a Berlino dopo essersi conquistate il posto passando per una gara 5 nella serie decisiva dei Playoff - il Panathinaikos sudandosela contro il Maccabi, il Fenerbahce addirittura all’overtime in casa del Monaco con due triple dell'insospettabile Calathes.

(Not so) fun fact: la partita inizia con mezz’ora di ritardo a causa di alcuni disordini avvenuti all’esterno della Uber Arena, con arresti e sequestri a tifosi del Fener che hanno cercato di forzare i cancelli ancora chiusi e penetrare all'interno senza possedere un biglietto. Casomai ce ne fosse bisogno, ora è chiaro quanta tensione ci sia attorno alla gara.

Il Panathinaikos però non si fa condizionare dai sentimenti. 12-0 di parziale in apertura, i turchi sono in confusione totale e commettono 4 palle perse nei primi 4 minuti. Il Fener fatica a trovare un vantaggio per costruire dei buoni tiri: la grande fisicità messa in campo dalle due squadre si traduce in una partita a punteggio molto basso, come del resto ci si poteva aspettare. I gialloblù di coach Jasikevicius, mattoncino dopo mattoncino, provano a ricucire lo svantaggio e grazie anche a un controparziale di 23-13 riescono a chiudere il primo tempo sotto soltanto di due lunghezze.

In assenza di conclusioni facili nei pressi del ferro, il Fenerbahce si affida tanto, forse troppo, al tiro da tre punti. Dopo l’ 1/7 iniziale, i turchi rientrano grazie al 7/14, ma da lì in avanti entra solo una tripla delle successive 14. Le 35 conclusioni da tre punti (contro le sole 24 da due) evidenziano il grande lavoro svolto dalla difesa del Pana in area da Lessort e sul perimetro da tutti gli esterni. I gialloblù rimangono comunque in partita fino alla fine del terzo quarto, ma i soli 7 punti dell’ultimo parziale li condannano e regalano ai Greens la finalissima.

Il Panathinaikos è stato sopra nel punteggio per tutti e 40 i minuti, grazie a un Lessort ha catalizzato l’attenzione della difesa per tutti i minuti in cui è stato in campo, e ha dato la sensazione di essere sempre in controllo della gara, fatta eccezione per il secondo quarto in cui hanno anche rischiato di subire una rimonta. Decisiva anche, per il 73-57 finale, la compattezza di Nunn, sempre attento in difesa e che quando chiamato in causa ha sbagliato pochissime decisioni.

Il Madrid si conferma la squadra da battere

Real Madrid - Olympiacos è semifinale tra chi ha dominato la regular season dall’inizio alla fine e un Olympiakos che è riuscito a battere, non senza difficoltà, i cugini del Real, il Barcellona di Grimau. L’avvio della seconda semifinale è tutto per i Blancos di Chus Mateo, che prendono subito confidenza con la partita e mettono a referto 5 delle prime 6 triple.

Primo quarto da 28 punti per il Real, con l’Olympiacos molto lento nel reagire ai pericoli proposti dagli esterni madrileni. L'asse Campazzo-Tavares prima e quello Rodriguez-Poirier poi: i primi 20 minuti sono tutti del Real che scappa anche sul +25 e la sensazione è che la partita sia già nelle mani dei castigliani, che tirano con percentuali fantascientifiche (75% da due e 69% da tre) e dominano incontrastati a rimbalzo.

La partita però non è finita: l’Olympiacos prova a tornare in partita nel terzo quarto con una fiammata offensiva, il Real si adagia un po’ sugli allori e si fa rimontare fino al -9. Grazie ai canestri di orgoglio e classe imperitura di Sergio Llull, però, il Real mette i punti che pesano di più e riesce a gestire. Le Merengues vincono la partita grazie anche al fatto che le percentuali dell’Olympiacos cominciano a calare: la stanchezza biancorossa, dopo il grande sforzo per rimettere la partita sui binari giusti, è letale.

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Partita in ghiaccio? Non fino alla genialità artistica del Chacho Rodriguez.

La squadra di Bartzokas ha lottato spendendo fino all’ultima goccia di sudore, ma non è bastato per battere i campioni in carica. Rimane la qualificazione alle ultime 3 Final Four e il grande percorso fatto quest’anno, ma il primo tempo del Real, unito a qualche palla persa di troppo nei momenti decisivi, ha compromesso la vittoria dei biancorossi.

L’ultimo atto, la caduta dei campioni

La finale inizia con il protagonista che non ti aspetti: Eli Ndiaye firma 8 punti in meno di due minuti e il Real trova subito ritmo in attacco; Nunn prova a rispondere dall’altra parte ma il Madrid scappa via e segna addirittura 36 punti dopo il primo parziale. Per il Real la tattica è la stessa della semifinale: prendere un vantaggio consistente nel primo tempo e poi amministrare per i restanti 20 minuti.

Il duello atteso è quello sotto canestro fra Tavares e Lessort: Ataman mette subito tanti corpi vicino a canestro per cercare di limitare Tavares e costringerlo ad allontanarsi dall’area se vuole ricevere e attaccarlo in avvicinamento con le penetrazioni degli esterni e le ricezioni profonde del centro dalla Martinica. Risultato? Fallo a rimbalzo offensivo su Lessort e contatto con la mano sinistra di Nunn su appoggio al ferro, 2 falli in 3 minuti per il #22 dei Blancos e rotazione con Poirier anticipata non di poco.

Dal 41-27 in favore del Real, il Pana piazza un 12-2 grazie all’energia di Lessort, all’intervallo lungo torna a -5. Le triple del Real non entrano più con la stessa facilità del primo quarto e la difesa dei greci sale nettamente di livello: il coefficiente di intensità fisica e agonistica è semplicemente pazzesco. Nel terzo quarto Lessort, per limitare Tavares, prova sistematicamente a forzare un cambio per far accoppiare il capoverdiano con un esterno e metterlo in difficoltà.

La mossa sembra funzionare anche per gli effetti maturati nell'altra metà campo: il Real perde completamente la propria identità nella fase offensiva ed è costretta a prendersi tanti tiri forzati. Il risultato è di soli 7 punti realizzati per i Blancos - 0-9 da 3 punti nel solo terzo periodo.

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Jerian Grant, MVP romantico della settimana di Berlino, si accende in attacco, mentre colano a picco le percentuali da tre del Real. Il momento di svolta della partita arriva con due triple incredibili di Sloukas, una più folle dell’altra, contro la zona 2-3 schierata da Mateo per proteggere Tavares dall'eventuale quinto fallo.

Sloukas e la compostezza difensiva del Pana scavano un mini-allungo, in più ai biancoverdi entrano tutte le triple sputate dal ferro nei primi 20 minuti. Nel finale il Real prova a colpire da tre punti con i tiri della disperazione ma non c’è più niente da fare: il Panathinaikos, per la settima volta nella sua storia, è campione d’Europa.

https://www.youtube.com/watch?v=L51dWe21nyo&list=WL&index=13&pp=gAQBiAQB

La maledizione del primo posto di Eurolega continua a mietere vittime: la squadra che vince la regular season non riesce a conquistare la vittoria anche alle Final Four. Il grande assente di questa fase finale è sicuramente Mario Hezonja: 3/11 dal campo in semifinale e 1/7 in finale con oltre 31 minuti di utilizzo in ambedue le partite per il croato in odore di partenza in estate, incisivo solo nel primo quarto contro l’Olympiacos ma mai in grado di dare una scossa nel vero momento di difficoltà della squadra.

È la rivincita di Sloukas, premiato come MVP delle Final Four, che l’anno scorso fallì il tiro della vittoria in finale proprio contro il Real. La gioia di Lessort, in lacrime come un bambino alla sirena finale. L'Eurolega di Ataman, la sua terza negli ultimi 4 anni. Lui che l’aveva promesso fin da inizio anno, quando dopo tre sconfitte in campionato disse ai tifosi di avere fiducia e di iniziare già a comprare i biglietti per la finale, perché ci sarebbero arrivati.

Non si è mai nascosto e soprattutto non ha smesso mai di crederci, neanche quando in finale si sono ritrovati contro una squadra che sembrava imbattibile: questa è la grandezza di Ergin Ataman. E, ora, è la grandezza anche del Panathinaikos.

  • Milanese classe 2003. Cestista mancato, ma gli è rimasto l'amore per il basket e per lo sport in generale.

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