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, 23 Maggio 2024

La lezione che ci ha dato Gian Piero Gasperini


Il primo trofeo della sua carriera è coinciso con una lezione morale.

«È il modo in cui abbiamo vinto» ci tiene a sottolineare Gian Piero Gasperini, ebbro di una felicità che ormai il mondo del calcio sembrava ripudiargli. Una settimana prima aveva perso la terza finale della sua carriera: tutte di Coppa Italia, tutte negli ultimi cinque anni. La Juventus di Massimiliano Allegri era riuscita a sbloccare la partita dopo quattro minuti con un bell'inserimento di Vlahovic e le cose lì erano morte. L'Atalanta spuntata di ogni arma, tecnica e caratteriale, mentre arrabattava un paio di conclusioni sporche, un dominio del pallone fine a sé stesso. La differenza sottile che c'è tra vincere e perdere, ha detto qualcuno.

Ci sarà un motivo se uno arriva a 66 anni senza vincere, vero?

Era la dimensione a cui tutti avevano ancorato Gasperini: un maestro di provincia, bravo a coltivare la terra ma inadatto a gestire la pressione di una società intransigente e capitalista; un allenatore brillante, con proposte innovative ma con una venatura di piccolezza, arrivato nel calcio di alto livello come un intruso. Per Gasperini arrivare a queste finali da uomo anziano era un lusso, una di quelle cose che ti succedono e a cui non speravi neanche più.

Ha cominciato a Crotone nel 2003, dopo nove anni spesi a valorizzare le giovanili della Juventus. Nel 2009, da allenatore del Genoa, ha rilanciato le carriere di Thiago Motta e Diego Milito: l'anno dopo avrebbero vinto il Triplete con l'Inter. Dopo la disavventura proprio all'Inter nel 2011 è ripartito da zero: Palermo, di nuovo Genoa, poi Atalanta. Il suo pressing a uomo asfissiante ed esteso su tutto il campo è stato un manifesto di controcultura in Italia e in Europa. Quando tutti si concentravano sulla gestione dello spazio libero, e sulla posizione da assumere al suo interno, Gasperini rimetteva l'accento sui corpi dei giocatori: sul duello individuale come sfida continua, che determina la vittoria o la sconfitta.

A volte erano persino i suoi estimatori a notare che mancasse un trofeo per celebrare questo lavoro. Non bastava la sua influenza sui giocatori allenati – e che oggi a loro volta allenano: Juric, Palladino, Thiago Motta. La Serie A dell'ultimo decennio diventata il laboratorio tattico di Gasperini, un campionato forgiato dalle sue idee, che per sopravvivere ha dovuto farsi gli anticorpi. Oggi è difficile non riconoscere a Gasperini l'apertura della finestra su un modo rinnovato di giocare a calcio. Rendere il pressing uno strumento non solo difensivo, che rompesse le linee avversarie, ma una opportunità per essere pericolosi offensivamente, come negli anni Ottanta avevano insegnato la Dinamo Kiev di Lobanovskyi e il Milan di Sacchi.

Ieri, in finale di Europa League, Gasperini non ha rinunciato alla sua identità. Ha schierato tre attaccanti insieme – Lookman, Scamacca e De Ketelaere – dal primo minuto per mettere pressione ai difensori del Bayer Leverkusen: una squadra imbattuta da 51 partite stagionali. «Oggi c'erano tutte le condizioni per farlo» ha spiegato Gasperini a Sky, «oggi non bastava difendere, si giocava solo per vincere». Gasperini leader politico, quindi, portatore di una visione chiara del mondo, che nell'intervallo dei quarti di ritorno contro il Liverpool chiede ai suoi militari se vogliono abbassarsi, rinunciare alla propria natura, accettare un compromesso.

«Nella mia carriera non ci sono coppe, ma diverse medaglie e questa ne è una» aveva commentato Gasperini, orgoglioso come un padre che riconosce il figlio come suo pari, ormai diventato adulto e per certi versi immune alla sporcizia del mondo. Vedere l'Atalanta giocare con coraggio, alla pari con il Liverpool, non è già di per sé un segno di vittoria?

A Bergamo esisterà un calcio prima e dopo Gian Piero Gasperini.

Il Bayer Leverkusen quest'anno ha costruito le sue fortune su una struttura modulare: da un lato quella perimetrale, gli esterni larghi che accettano l'uno contro uno e creano superiorità numerica; dall'altro il quadrilatero di centrocampo, con due mediani e due trequartisti dalle letture geniali. Ieri i tedeschi hanno sofferto l'intensità dell'Atalanta: Éderson e Koopmeiners si alzavano in pressione per impedirgli di costruire con raziocinio, utilizzando a volte l'arma del fallo tattico. Gasperini ha prosciugato la sagacia tattica di Xabi Alonso, ma invece di modificare il suo impianto lo ha semplicemente reso estremo. Una pressione intransigente, con le tre punte sui tre centrali difensivi del Bayer. Quanti altri allenatori avrebbero osato in una finale?

Certo si parlerà della tripletta di Ademola Lookman. Ed è giusto che sia così: l'inglese è nella ristretta cerchia di giocatori che hanno segnato una tripletta in una finale europea. Oltre lui, come ha scritto Jonathan Wilson su X, ci sono Puskas, Di Stefano, Puskas e Prati. Il secondo e il terzo gol, in particolare, ci sembrano l'emanazione pura del talento di Lookman, una dote primigenia: il suo piede destro affilato, e il fisico tosto ma brevilineo che gli permette di essere così sfuggente in dribbling. Eppure basta ripescare la carriera di Lookman prima del suo arrivo in Serie A – stamattina è stata la Süddeutsche a definire la sua esperienza in Bundesliga «un flop» – per rintracciare, per contrasto, il lavoro di Gasperini anche in questa sua serata di gloria.

Anche il terzo gol, come dire, non male.

Senza la fiducia con cui lo ha accarezzato Gasperini, e soprattutto senza una strategia alle spalle degli smarcamenti dei compagni, siamo sicuri che Lookman sarebbe arrivato a questi livelli? Il secondo gol, quello del tunnel a Xhaka, è stato spiazzante per quanto non sembrava vero. Della valorizzazione di De Ketelaere, e dell'apparente languore del suo talento in estate, abbiamo già parlato. Pensate allora a Scamacca, a Ruggeri, a Zappacosta, a Hien. Quanti di questi giocatori sono arrivati grezzi, perfetti per lo stile dell'Atalanta ma troppo acerbi per i grandi palcoscenici.

Più volte Gasperini ha ripescato talenti depressi dal momento di carriera o dalle aspettative riposte in loro. Negli anni ha plasmato la sua Atalanta ideale sulla base del materiale che aveva a disposizione, levigandolo come un antico artigiano del vetro. Con Papu Gomez e Ilicic aveva accentuato il controllo tecnico sulle partite, modulando il ritmo dell'Atalanta sull'umoralità dei suoi due numeri dieci. Nel 2019/20 è andato vicino a eliminare il PSG e arrivare in semifinale di Champions League: chissà cosa sarebbe successo con Ilicic a disposizione, anche solo per un quarto d'ora.

Nel nostro paese, è noto, continua a inquinare il discorso calcistico una guerra ideologica: allenatori giochisti contro risultatisti, coloro che valorizzano il talento e quelli che puntano alla vittoria istantanea. È, ovviamente, una ridicola approssimazione. Gasperini ora a quale delle due categorie appartiene?

Come ha detto lui ieri sera: «Non credo di essere meglio di oggi pomeriggio». Non esistono allenatori disinteressati al risultato – che è, in fondo, il paradigma intorno al quale viene giudicato il loro lavoro dalle società – ed è anzi intorno a questo presupposto che dovremmo partire per arrivare alla lezione che Gasperini ha dato ieri nel post-partita. Che cosa vuol dire raggiungere un bel risultato, per non dire la vittoria, per un club come l'Atalanta, o il Bologna, il Verona, il Lecce?

Tutte e tre queste squadre sono state citate da Gasperini come modello di vittoria, ed è difficile dargli torto. Gasperini non aveva ancora vinto un trofeo, a 66 anni, perché non ha mai allenato una squadra che ne avesse le aspirazioni. Quando è arrivato all'Atalanta, nel 2016, ha raccolto intorno alle sue idee una squadra che dalla promozione in Serie A non era mai arrivata nella parte sinistra della classifica.

I tifosi dell'Atalanta non ci speravano più: erano ansimanti, aspiravano a vincere oltre le maledizioni e la sfortuna. Ci sono riusciti, dopo sessant'anni, mantenendo alta la fedeltà alla loro natura. Per questo Gian Piero Gasperini aveva vinto prima di ieri, e vincerà dopo. Forse non un'altra Europa League, né un altro trofeo così importante. È stato però capace di costruire un'identità comune, di imporre alla sua squadra e al calcio internazionale le idee che hanno permeato per venti anni la sua carriera. Nessuna coppa vale più di questo.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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