
Giro 2024, Tappe 10-15 - Considerazioni Sparse
Il dominio di Pogacar sul Giro 2024 è draconiano, merckxiano.
Sabato sera, dopo aver sfiorato il bis a cronometro e a poche ore dall'ennesima impresa, Tadej Pogacar si è divertito su Instagram. Non è una novità: lo sloveno, infatti, in più occasioni pubblica a ripetizione post, reels e stories. Ha prima condiviso un'immagine dall'albergo in riva al lago di Garda che ha ospitato lui e i suoi compagni di squadra; poi si è mostrato in maglia rosa proprio mentre affrontava la prova contro il tempo con arrivo a Desenzano del Garda in cui è stato battuto soltanto da uno straordinario Filippo Ganna. Più di quello scatto - ormai ci siamo praticamente abituati a vederlo con la maglia simbolo del Giro - è la canzone d'accompagnamento che ha strappato un sorriso. Tadej, per farsi vedere con il simbolo della leadership della più importante corsa ciclistica del nostro Paese, ha utilizzato una canzone ch'è il tempo ha fatto diventare pari al brano che da Bolzano a Trapani si canta con la mano sul petto: ha selezionato L'italiano di Toto Cutugno, quasi ad omaggiare un popolo che sta sognando e volando grazie alle sue mirabolanti gesta. Quasi a dimostrare che ciò che sta producendo sulle strade in queste settimane non è casuale, anzi, ma frutto di una ferma volontà di conquistare l'Italia e gli italiani. Come a trasformarsi in "uno di noi". La missione è praticamente compiuta: perché ciò che ha fatto a poche ore da quel post, in una domenica di gloria per il ciclismo mondiale che ha chiuso la seconda settimana del Giro d'Italia e scritto definitivamente (ora davvero non ci sono dubbi) il nome del vincitore dell'edizione 2024, è in grado di conquistare anche il meno passionario degli sportivi.
Il dominio di Pogacar sul Giro 2024 è draconiano, merckxiano. Come se non bastassero i tre successi di tappa già ottenuti nelle prime giornate (Oropa, la crono di Perugia, Prati di Tivo), il fenomeno sloveno ha deciso di lasciare ancora il segno, prendendosi la tappa regina dell'edizione 2024, quella con il Mortirolo (dal versante "meno nobile" di Monno), il Foscagno e l'arrivo fra la neve e le nuvole del Mottolino, su una strada ricavata nel bel mezzo delle piste da sci. L'ha conquistata a modo suo la tappa, dando spettacolo e mettendo a nudo tutti i (tanti) limiti dei suoi avversari che in nessun modo sono riusciti a contrastarlo: è scattato a poco più di 12 chilometri dal traguardo, sfruttando una breve accelerazione del compagno Rafal Majka. Poche pedalate e ha fatto il vuoto: l'unico del gruppo dei big che ha tentato di seguirlo è stato Daniel Martinez, sempre più convincente e sempre più secondo in classifica generale. Il colombiano, però, dopo nemmeno duecento metri ha dovuto desistere onde evitare di scoppiare e subire le stesse conseguenze avute da Ben O'Connor, l'australiano che tentò di seguire il capitano della Uae sulle rampe di Oropa prima di implodere sulla sua bicicletta. Una cavalcata fantastica: lungo la strada e le pendenze arcigne prima del Foscagno e poi del Mottolino, Pogi ha ripreso tutti i fuggitivi. Con una facilità disarmante: li ha superati a doppia velocità, mettendo in imbarazzo alcuni atleti che pure hanno le qualità per difendersi al meglio in salita. Come Attila Valter: l'ungherese della Visma è stato l'unico a provare a seguire la sua scia. Niente da fare, poche pedalate e l'atleta in maglia tricolore ha visto la maglia rosa sparire fra la folla festante. C'ha scherzato, poi, Valter che pure qualche anno fa (era il Giro del 2021) aveva indossato la maglia del leader della classifica generale per qualche giorno: sempre su Instagram, infatti, ha pubblicato l'immagine del folle tentativo di seguire Pogacar. «I'm gone, I'm dead», l'ironico messaggio d'accompagnamento allo scatto che ha ripreso le parole pronunciate proprio da Pogi - che ha risposto ridendo nei commenti - dopo il pesante ko subito sul Col de Loze nel Tour dello scorso anno, quando alzò bandiera bianca al cospetto di un fantastico Jonas Vingegaard. Li ha rimontati tutti fino all'ultimo, fino a quel Nairo Quintana che sulle Alpi, con l'aria rarefatta e le pendenze che gli hanno ricordato la sua Colombia, ha ritrovato se stesso, mostrando di avere un talento così grande da fargli rischiare un colpo grosso nonostante un anno di inattività. Qualcuno ha sperato che Nairoman ce la potesse fare, tutti gli altri erano convinti che Pogacar - nonostante i tre minuti di svantaggio - sarebbe stato capace di trionfare. Di regalare all'Italia il trionfo più atteso che gli ha anche fatto chiudere a doppia mandata il discorso classifica generale. I rivali per la maglia rosa non hanno potuto nulla. E' vero, forse il livello medio non è poi così alto. Ma, probabilmente, anche con tutti i big al via ci sarebbe stato poco da fare contro il Pogacar visto sul Mottolino: il primo degli uomini di classifica è stato il coraggioso Romain Bardet che ha beccato poco meno di tre minuti, seguito a pochi secondi da Martinez e dal solidissimo Geraint Thomas. L'azione di Pogacar li ha fatti disperdere, ha distrutto ogni resistenza. Ne sa qualcosa, ad esempio, Antonio Tiberi: la più grande speranza per le corse a tappe dell'Italia ha dovuto fare i conti con la forza dell'avversario e con le fatiche di una corsa dispendiosissima tutti i giorni. E' arrivato al traguardo con quattro minuti, salvandosi dal naufragio anche grazie all'assistenza di un encomiabile Damiano Caruso. Il ragazzo si farà: anche queste crisi serviranno per acquisire esperienza in un futuro che potrà essere roseo. E che, intanto, in quest'ultima settimana di Giro potrà diventare bianco, come la maglia del miglior giovane che dovrà difendere dal ritorno di Thymen Arensman, il vice-capitano della Ineos che sta trovando una condizione sempre migliore.
La seconda settimana del Giro 2024 ha detto anche altro. Tanto altro. La meraviglia di Pogacar nella tappa regina è riuscita a superare un'altra frazione bellissima, pure destinata a restare nel ricordo di questa stagione ciclistica. L'arrivo di Fano al termine del tour fra i muri marchigiani ha segnato il ritorno sul grande palcoscenico di Julian Alaphilippe. LouLou finalmente ce l'ha fatta a tornare grande, a mostrare nuovamente quell'enorme talento che l'aveva portato a vincere - fra gli altri - due campionati del mondo e ad inserirlo nella ristretta cerchia - con lui, Pogacar e Vingegaard anche Van Aert, Van der Poel, Roglic ed Evenepoel - del gotha di questo sport, degli atleti che nelle ultime stagioni hanno (ri)portato il ciclismo a un livello tale da far diventare straordinaria (quasi) ogni corsa a cui partecipano. Alaphilippe ha trionfato mostrando il coraggio dell'attaccante: è partito a 120 chilometri dal traguardo, mentre dietro regnava l'anarchia per far partire la fuga buona. Se n'è andato con un tentativo un po' folle, trovando al suo fianco uno splendido sparring partner, Mirco Maestri. Con l'atleta della Polti-Kometa ha scritto una pagina bellissima di sport e fair play: l'azzurro, inevitabilmente, sembrava spacciato al cospetto del campione francese. Ma non si è risparmiato, ha dato tutto quasi per agevolare quel tentativo di fuga con uno dei suoi idoli prima di vederlo andare via sull'ultima asperità di giornata, il monte Giovo. E LouLou, da gran campione qual è, ha riconosciuto quest'impegno: subito dopo il traguardo, dopo essersi sfogato per il successo ritrovato che ha messo in archivio un po' di polemiche sulla sua vita d'atleta (lo scorso inverno, infatti, Patrick Lefevere, il "padre padrone" della sua Soudal-Quick Step, l'aveva accusato di essere troppo attento ai party e poco attento agli allenamenti, aprendo una querelle a non finire), ha atteso Maestri per abbracciarlo e ringraziarlo, prima di donargli una maglia autografata e il cartone della pizza con il suo volto utilizzato dalla squadra belga per presentare gli atleti al via del Giro. Una gioia per gli occhi, il trionfo di Alaphilippe, uno dei pochi francesi capace di scaldare il cuore anche degli italiani.
Una Francia che sta emozionando al Giro: questo successo, il coraggio di Bardet ma anche la vittoria che ha aperto la seconda settimana, quella di Valentin Paret-Peintre che sulla salita di Bocca della Selva è riuscito a imitare il fratello Aurelien che dodici mesi prima, sempre in Campania, si impose sul traguardo di Lago Laceno. Una vittoria che, però, ha ricordato un altro trionfo sui muri marchigiani di qualche Giro fa, quello di Peter Sagan a Tortoreto del 2021. Quella vittoria, per lo slovacco, rappresentò il canto del cigno: da allora, infatti, non è mai più riuscito ad imporsi fra i grandissimi, fino al ritiro. E pure la modalità del successo di Alaphilippe ha fatto pensare a una situazione molto simile: il due volte campione del mondo, per vincere, ha dovuto dar vita a una vera e propria follia. Se fosse rimasto con i compagni di fuga, probabilmente, era destinato ad una sconfitta. Ora toccherà a lui, di qui ai prossimi mesi, dimostrare che può restare ancora nel gotha di questo sport.
La seconda settimana del Giro 2024 non ha sorriso all'Italia sul fronte classifica generale (detto delle difficoltà di Tiberi, nessun altro è riuscito a rimontare una graduatoria che vede fra i primi dieci il costante Filippo Zana e, appena fuori, un Lorenzo Fortunato penalizzato dalle cronometro e da una condizione forse leggermente in calo) ma ha regalato tre successi di tappa. Filippo Ganna, finalmente, è riuscito a sfatare quello che sembrava esser diventato un tabù, raccogliendo il primo successo stagionale su strada nella cronometro di Desenzano sul Garda: il campione olimpico è stato praticamente perfetto su un percorso che - in particolare nella seconda parte - sembrava disegnato su misura per le sue caratteristiche, riuscendo così a tenere a bada lo scatenato Pogacar. Ma la seconda settimana del Giro, in casa Italia, è stata soprattutto quella della consacrazione di Jonathan Milan. Ora non ci sono più dubbi: in casa abbiamo il velocista più forte al mondo, come non si vedeva dai tempi di Alessandro Petacchi e - prim'ancora - di Mario Cipollini. Al momento, al suo livello, c'è soltanto Jasper Philipsen, il vincitore dell'ultima Sanremo che, però, è riduttivo definire soltanto uno sprinter. Il "gabbiano Jonathan" ha imparato velocemente dai suoi errori nell'approccio alle volate ed è riuscito in pochi giorni a calare il tris: dopo il successo di Andora (e le due piazze d'onore arrivate fra Fossano e Napoli), il gigante della Lidl-Trek si è imposto anche sui traguardi di Francavilla al Mare e Cento, dominando le volate con la sua straordinaria potenza. E anche grazie al sontuoso contributo dei compagni di squadra: non è ancora un vero e proprio "treno" come quelli che hanno accompagnato Cipollini nei suoi trionfi in maglia Saeco, ma l'apporto di Daan Hoole, Jasper Stuyven e soprattutto Simone Consonni sta risultando fondamentale. Una menzione la merita proprio quest'ultimo che con Milan condivide anche i trionfi del quartetto azzurro su pista chiamato alla conferma la prossima estate alle Olimpiadi di Parigi: Consonni è diventato il più forte apripista al mondo, nel solco di una tradizione tutt'italiana (da Giovanni Lombardi a Fabio Sabatini) che aveva portato tanti buoni velocisti, a partire dai primi anni Novanta, a trasformarsi in gregari specializzati nel lanciare i compagni-sprinter per finalizzare tutto il lavoro.
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