
Le squadre di calcio hanno un DNA?
Un argomento sempre più sulla bocca di club e tifosi.
«Ho avuto la fortuna di far parte di questa famiglia e di questo club che ha un DNA unico. Difficilmente potrà essere cambiato, può essere modellato, ma non cambiato» dice Massimiliano Allegri ed è come se dedicasse – attraverso la sua retorica peculiare, un po' scanzonata e, allo stesso tempo, grave come un macigno – un breve commiato alla Juventus e ai suoi tifosi, nei giorni in cui le voci su un suo possibile esonero a fine stagione continuano a infittirsi.
È strano: perché dire di essere onorato di essere stato parte della storia recente della Juventus con un'immagine così fissa e immutabile?
Allegri è all'ottavo anno da allenatore della Juventus e dal suo ritorno, nell'estate del 2021, sembra parlare come un profeta rivelatosi nella storia bianconera. La filosofia del Corto Muso, poi leggermente ritrattata dopo Juventus-Nantes della scorsa primavera, ha contribuito alla creazione di un humus culturale intorno alle partite della Juve. Da anni il club stampa sul retro delle sue divise da gioco il motto «vincere non è importante, è l'unica cosa che conta» e cos'è questo, più che la trascrizione di un'eredità che non si tocca, non si vede, eppure che i giocatori che indossano quella maglietta dovrebbero percepire?
Certo, la storia della Juventus non è iniziata, e non finirà, con Allegri. Gli va però riconosciuta una certa influenza sul dibattito "genetico" di questi giorni sulla natura del club, una narrazione identitaria che è sempre esistita nel calcio e che, però, negli ultimi mesi sembra essere tornata. «Ho detto semplicemente che il DNA Juventus è un DNA dove si lavora, si sta zitti e si cerca di fare risultati giocando a calcio, a volte si gioca meglio e a volte peggio. Ho detto questo, niente di eclatante» ha specificato Allegri.
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Prima di continuare, è inevitabile chiedersi: cos'è il DNA di una squadra di calcio?
Spesso nel chiacchiericcio da bar – un tipo di discussione a cui, come sappiamo, i social hanno dato una visibilità smodata – si ricaccia fuori la genetica: la tradizione europea che scorre nelle vene del Milan, la natura perdente del Tottenham, la follia dell'Inter, la mistica del Real Madrid nelle fasi finali della Champions League. O ancora: il gioco totale dell'Ajax, la genetica basca dell'Athletic Club.
Potrei andare avanti per ore. Sono tutte approssimazioni generali, che pure hanno un fondamento nella costruzione identitaria che i tifosi hanno di sé e del loro rapporto con la squadra. Da quando esiste il calcio come fenomeno intrinseco alla società, o meglio come manifestazione di orde di individui che si raggruppano secondo una bandiera, è stato difficile destrutturare le ragioni che conducono al tifo, all'amore per una squadra e all'odio per un'altra.

È però in questa dialettica che si ripete infinitamente che la genetica viene inserita in ambienti sportivi: dalla commistione del sentimento popolare dei tifosi con il corso degli eventi che ne scandisce la memoria, o anche da banali contingenze. Quello del DNA, per una squadra di calcio, è un concetto interessante, per quanto sfumato. Tarpare il discorso a una radice intangibile che muove i fili del calcio è però infantile. È impossibile negare che il Real Madrid abbia un rapporto sensuale con la Champions, che ne conosca segreti indecifrabili per altri club; ma sarebbe quantomeno goffo, sbadato ricondurre i risultati presenti con quelli di un'epoca passata, con cui non c'è alcun legame. Bellingham non è Di Stefano né Zidane, per quanto possa ricordarceli, ma Bellingham nella sua purezza, insomma.
In una recente intervista al Corriere della Sera l'antropologo, e ricercatore presso l'Università di Genova, Bruno Barba ha detto: «La ripetitività storica [di un club] non può essere assunta come una legge immutabile». Vi consiglio un esercizio mentale stupido, che però può rendervi bene l'idea della fluidità con cui le migliori squadre del mondo si passano il testimone da un'epoca all'altra, cambiando stili e identità. Prima dell'avvento degli sceicchi, come ricordate giocare il PSG o il Manchester City? Barba prosegue il ragionamento citando la rivoluzione di Sacchi al Milan: «da lì in poi si è iniziato a parlare del gioco spettacolare: prima non era il Milan di Nereo Rocco?».
Non possiamo confondere, aggiungerei, la tradizione o la storia come elementi immutabili, imperituri. Dovremmo ripensare alla filosofia di Eraclito – e non tanto nel banalizzato significato di panta rei. L'arrivo di Marcello Lippi alla Juventus, a metà anni Novanta, dopo il disgraziato secondo mandato di Giovanni Trapattoni, dovrebbe ricordarci in fondo quanto l'identità di un club rimanga tale nel tramando dei suoi tifosi. Il calcio segue la linea orizzontale del tempo: conosce la memoria solo se gli agenti esterni – come sono i media o i tifosi – ne conservano un pulviscolo.
È curioso notare, come ha scritto Valerio Moggia su Pallonate in Faccia, un'ulteriore ipocrisia che giace sotto la retorica di un DNA calcistico: il fatto che esso venga «citato solamente quando la sua regola viene confermata». Se parliamo della tradizione in Champions del Real, ad esempio, tralasciamo interi archi temporali in cui la Casablanca faticava a superare gli ottavi, o usciva in semifinale, e la Decima sembrava un obiettivo irrealizzabile. Un sogno demoniaco proibito agli umani.
Rimanendo in Italia, è giusto citare il caso successo poco fa. I tifosi del Torino, che sin dalla fondazione rintracciano nello stile del "granatismo" – e cioè la fatica e il sudore come prima manifestazione dello spettacolo calcistico, il rimboccarsi le maniche ed essere coriacei come filosofia di vita – il loro modo di stare al mondo, un valore a cui non si può rinunciare, hanno visto tutto ciò scricchiolare di fronte al video di alcuni giocatori insultarli durante la commemorazione di Superga. «Ciao ciao pezzi di merda» si sente: «Questi sono gli stessi che ci insultavano ieri, eh?».
Non che questo possa cambiare lo status dei tifosi del Torino o la loro cultura. Semplicemente è una piccola frattura della realtà in cui ci rendiamo conto di come a volte anche i giocatori ignorano il peso della storia del club per il quale scendono in campo, chiusi in un reticolo di cristallo da cui non riescono a uscire. I giocatori del Torino sono a conoscenza di quello definiremmo "DNA Toro"?
Lettera aperta della squadra pic.twitter.com/F2Ode7N9g8
— Torino Football Club (@TorinoFC_1906) May 8, 2024
Tutta la rosa del Torino si è scusata in pubblico, ma non è chiaro come si suturerà il rapporto con il pubblico, che è ancora in aperta contestazione verso il presidente Urbano Cairo, accusato di essere il primo fautore di un Torino sempre più anonimo, slegato dalla sua identità.
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Prima dell'andata dei quarti di finale di Champions tra Barcellona e PSG è stato chiesto a Luis Enrique – che con il Barça ha vinto un Triplete nel 2015 – chi tra lui e Xavi rappresentasse meglio lo "spirito" del club. Una domanda provocatoria, che sembrava avere il fine di screditare il lavoro di Xavi – quest'anno il Barcellona ha attraversato lunghe fasi di crisi identitaria, oltre che sportiva – più che ricompensare quello di Luis Enrique. «Io incarno lo spirito catalano del calcio. Non è un'opinione, lo dicono i dati: il possesso palla, i gol, il pressing alto, i titoli, i trofei. Rappresento meglio il Barcellona anche se altri pensano il contrario» ha risposto Luis Enrique, finendo per rendere persino un po' analitico un discorso che altrimenti sarebbe rimasto puramente filosofico, slegato dal campo di gioco vero e proprio.
Il Barcellona è il club che forse più di qualsiasi altro ha spinto sul riconoscimento dei propri tifosi come individui nella squadra di calcio. La cultura culer, e cioè da un lato sostenere il Barcellona come squadra e dall'altro lottare per il riconoscimento della lingua e della cultura catalana è stato, nel corso della Storia, quasi sovrapponibile. È facile citare la naturalezza con cui ancora oggi i calciatori più longevi nella storia del Barcellona – o comunque di quelli che hanno lasciato un segno, come Guardiola e Piqué – hanno accolto con favore i moti e le lotte dell'indipendentismo catalano. «Domani non si vota per l'indipendenza, ma per la democrazia» aveva detto Guardiola nel 2017.
In questo senso va letta anche la storia dell'odio verso il Real Madrid. Nell'aprile del 2023, per difendere la reputazione del Barça a valle del caso Negreira, il presidente Laporta aveva definito il Real una squadra «che ha avuto sempre favori arbitrali» ma soprattutto «universalmente considerata di regime».
— Real Madrid C.F. (@realmadrid) April 17, 2023
E la risposta polemica del Real Madrid non si fece attendere.
Qual è allora il confine? Da dove nasce la vocazione del Barcellona a essere una specie di club-stato, in cui i tifosi sentono il dovere di rispecchiarsi settimana dopo settimana? Dall'odio verso una Spagna dal governo centralizzato, la soppressione linguistica del catalano durante la dittatura franchista? Johan Cruyff, l'uomo che forse più di chiunque altro ha contribuito a creare il Barça come lo conosciamo oggi, ha fatto nascere suo figlio ad Amsterdam per chiamarlo Jordi. Come ha fatto notare qualche anno fa Gabriele Moretti in un interessante articolo sulla natura politica del Barcellona su Sportellate, il club è diventato: «uno strumento di promozione internazionale della cultura locale e delle sue istanze politiche». Ed è in questo cambiamento microscopico che il Barcellona ha cambiato, appunto, il suo DNA: da squadra di protesta a club d'élite, con tutto il peso e le contraddizioni che derivano da quello status. Xavi Hernandez, ad esempio, è stato una bandiera del Barcellona da giocatore, e ha più volte giocato con la maglia della Nazionale catalana. Eppure anche a lui il cosiddetto "ambiente" intorno al Barça non ha perdonato alcuni brevi mutamenti del gioco di posizione, il marchio con cui i blaugrana vendono la loro immagine nel mondo sul campo da calcio. Sono bastati pochi mesi di crisi nello stile di gioco a gettare ombre sul suo operato come epigono della tifoseria culer.
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La teoria dell'identità sociale, sviluppata da Henri Taijfel e John C. Turner, sostiene l'esistenza di tre gradi, interconnessi, attraverso i quali costruiamo un'identità collettiva, appunto. Essi sono: la categorizzazione, l'identificazione e il confronto sociale. Per goderci appieno il senso dello sport abbiamo bisogno di creare stratificazioni intorno alla meccanica degli atleti, una semantica che esce dal campo da gioco e arriva tra le persone che si abbracciano o si scontrano. Abbiamo bisogno, come dicevano Taijfel e Turner, di appartenere a un gruppo, di condividerne gli interessi e i valori. Uno stile.
È anche da qui che la storia del tifo, nel calcio, si intreccia con quella delle rivalità. Come specie siamo inclini a dividere il mondo in due fazioni: noi / loro. È un meccanismo evidente nel calcio: sembra melenso da dire, ma cosa sarebbero il River Plate senza il Boca Juniors, la Roma senza la Lazio, il Celtic senza i Rangers? Una metà incompiuta, se il riconoscimento dell'altro come ente esterno a noi – e potenzialmente avverso – è formativo per la nostra costruzione sociale.

Eppure anche l'odio tra club ha una matrice storica, culturale, oltre che banalmente contingente, più che legata al DNA di due squadre contrapposte. Come ha scritto ancora Bruno Barba, in un estratto dal libro Ma quale DNA?: «Ecco che allora viene fatto un accostamento errato tra un concetto biologico e uno culturale, causando troppo spesso confusione nei tifosi. Il DNA esiste negli organismi viventi, ma non nelle costruzioni sociali». È sciocco pensare al Milan come una squadra popolare e all'Inter come una squadra borghese, come era all'atto delle due fondazioni. Tifare per il Milan o per l'Inter, oggi, è una questione ambientale, culturale, ma non di classe. È il mutamento delle società.
Si cita spesso la mancanza di una vera "cultura" calcistica come il problema primigenio alla base dei tentativi di comprare il calcio: è successo con gli USA, con la Cina, con il Qatar. Nessuno di questi paesi ha trovato la chiave per trasformare i cittadini in macchine da tifo che riempissero gli stadi o pagassero le pay tv. «La cultura calcistica è una forma di dignità umana» ha scritto l'ex capitano del Bayern Monaco, Philipp Lahm, in un articolo per il Guardian dove criticava la recente espansione dell'Arabia Saudita sul mercato calcistico.
Pochi appassionati sopravvivrebbero a un calcio senza radici, in cui le persone sugli spalti cantano e si disperano a pagamento – e non per una vocazione intima. Rino Gaetano trovava affascinante lo stadio come luogo di aggregazione, in cui si va a tifare ma anche per ritrovarsi insieme agli altri, seduti sugli stessi seggiolini, a gridare insieme a persone che non conosciamo. Una rara manifestazione di umanità pura, un santuario che aggira le convenzioni sociali.
L'ambiente intorno a una squadra di calcio però si evolve, come dicevamo, e risente della storia che si dipana, dei mutamenti irreversibili della società. Gianni Brera è stato un ideologo di una nazionale italiana difensivista, che privilegiasse il "catenaccio" perché era questa la strada che gli italiani conoscevano in quanto esseri umani. Scrisse più volte che ogni popolo giocava a calcio secondo la propria natura: nel 1982 celebrò Bearzot per la riscoperta di un catenaccio, a suo dire, Santo.
Chi penserebbe oggi a queste frasi ridicolmente nazionaliste – in certi casi persino lombrosiane – come verità indiscutibili? Dopo l'Europeo del 2021, vinto dall'Italia ribaltando le prospettive del suo tradizionale e accorto modo di giocare, mettendo al centro il fraseggio e la voglia di dominare con la palla tra i piedi, credo che la risposta sia: nessuno, o quasi.
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Allo stesso modo, quanti tifosi della Juventus credono in Allegri perché si rispecchiano in una conformazione tattica che è meramente personale, che afferisce all'allenatore?
Nelle ultime tre stagioni il suo ritorno alla Juventus è stata una guerra ideologica, un continuo dibattito sull'approccio più efficace per giocare a calcio. Allegri che diventava un filosofo ergendosi ad anti-filosofo, uomo pragmatico e malleabile. È in questo contesto che vanno lette le critiche estetiche che gli vengono rivolte e, di conseguenza, le risposte più o meno vaghe che Allegri dà. Manipolare l'opinione pubblica, orientarla a parlare di DNA, è solo l'ultimo tentativo – uno dei più teorici, per usare un termine che per Allegri significa molto – dell'allenatore juventino per distogliere lo sguardo dal suo lavoro.
La Juventus e i suoi tifosi vogliono vincere a tutti costi, è questo il senso della famigerata frase di Giampiero Boniperti. È inevitabile sentire gli specchi stridere per l'interpretazione sofista di Allegri: provare a vincere con timidezza, subendo gli attacchi avversari, arroccandosi in difesa. Uno stile affascinante per il suo estremismo, più cholista di Simeone.
Ci sarà qualcuno che è disposto ad accompagnare le crociate di Allegri, ma se c'è una cosa a cui un tifoso tiene non è tanto un allenatore o un giocatore, per quanto affetto possa provare per lui. Il vero specchio del pubblico calcistico è la squadra per cui ciascuno tifa. L'identità, appunto: molto più sfaccettata e in evoluzione di un patrimonio genetico.
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