
Dominic Thiem ha dato tutto
Ricordo intimo di un tennista che, malgrado tutto, ha lasciato un segno.
Seguire il tennis nella primavera del 2016 era leggermente diverso da oggi. Non solo per noi italiani, che nelle ultime stagioni abbiamo vissuto una ventata di entusiasmo che allora, anche a voler essere ottimisti, non avremmo nemmeno immaginato. Il circuito era diverso, dominato da Novak Djokovic all'apice del suo cannibalismo, nemmeno particolarmente contestato. Roger Federer e Rafa Nadal erano alle porte di una stagione drammatica. Andy Murray sembrava poco più che l'uomo designato dal destino a perdere le finali importanti (quello sarebbe stato il suo anno, ma noi ancora non lo sapevamo) e il Sunshine Double proponeva finalisti improbabili come Milos Raonic e Kei Nishikori, quasi agnelli sacrificali in finali fittizie contro il despota serbo.
Forse, ripensandoci bene, nella primavera del 2016 un po' ci annoiavamo a seguire tennis.
Eppure, alla fine di marzo una luce si accende, a volerla vedere, una scintilla, un barlume di speranza a irradiare una prospettiva un po' sinistra. Il Miami Open sta serenamente prendendo le sembianze di un comodo allenamento per il numero 1 al mondo: Murray (unica minaccia vagamente credibile) cade con Dimitrov in secondo turno e sulla strada di Djokovic agli ottavi si trova un austriaco di 22 anni con i capelli spettinati, che tira saette con il rovescio a una mano e che in quel momento è tra i più in forma del circuito.
Se oggi ci viene probabilmente un po' complicato considerare giovane a pieno titolo un ventiduenne, forse è perché il tennis ci sta abituando bene, forse è perché l'evoluzione un po' frenetica del dibattito sportivo ci porta a rischiare di voler vedere tutto e subito. Va però considerato che il panorama e le prospettive di 8 anni fa non erano esattamente quelli di oggi. Si arrivava da anni e anni di oligarchia, quasi mai messa in discussione da nuove leve che, nella migliore delle ipotesi, finivano per essere eterne promesse e, nella peggiore, sporadiche meteore: provate a pensare a quanti tennisti nati nella prima metà degli anni 90 hanno davvero raggiunto l'apice per restarci.
In quel momento, un classe '93 era aria fresca.
Per i più appassionati, comunque, Dominic Thiem non era certo una novità: già da un paio d'anni stabilmente nei primi 50, nella stagione precedente aveva messo in bacheca i primi titoli ATP (Nizza, Umago e Gstaad, terra rossa) e il 2016 sembrava proprio essere il suo anno. ATP 250 di Buenos Aires e 500 (il primo) di Acapulco conquistati in un fantastico mese di febbraio: al cospetto di Djokovic arriva come numero 14 del mondo. Non proprio un esordiente alle prime armi, ma la versione 2016 del serbo dominava gran parte dei top 10 senza nemmeno fingere sforzo, il che rendeva l'ottavo di finale con Thiem poco più di una tappa interlocutoria.
Ma allora che cos'ha di speciale quel match, vinto da Djokovic 6-3, 6-4, come un milione di altre partite? I due si erano già incontrati a Shanghai un anno e mezzo prima, ed era finita con lo stesso punteggio. Eppure stavolta è diverso. Thiem sembra avere qualcosa di speciale, una qualità immateriale in grado di decodificare la robotica perfezione del tennis di Djokovic e di offrirgli una partita, cosa abbastanza inusuale in quel periodo. Se guadagnarsi 14 palle break (7 per set) contro il dominatore del circuito è un merito sorprendente, convertirne solo una sarà il rimpianto del giovane Dominic, in un torneo che Nole vincerà in carrozza, ma che lascerà la sensazione di aver visto qualcosa di inedito.
Dominic Thiem non è solo un giovane di talento, ma è uno che può reggere il livello più alto del tennis mondiale. Materiale da Slam e, chissà, magari anche da numero 1. Guardandolo giocare, non solo iniziamo a prenderlo sul serio, ma riponiamo in lui le speranze di vedere finalmente sbocciare una nuova generazione, di farci uscire dalla monotonia di un tennis un po' stantio, di provare quell'innata curiosità del nuovo, che ci appartiene per natura.
È l'anno in cui diventa grande, in cui batte Federer (praticamente immobile) a Roma, gioca la sua prima semifinale Slam a Parigi, partecipa alle sue prime ATP Finals a Londra. Sembra avere davvero tutto. Dove potrà arrivare? Cosa potrà raggiungere?
“Vi devo dire una cosa molto triste, ma anche molto bella: il 2024 sarà la mia ultima stagione”. C’è l’inevitabile tristezza, ma anche un po’ di sollievo dietro al sorriso gentile di Thiem, mentre con un video sui social dà un annuncio di cui non possiamo fingerci sorpresi, ma che non per questo ci giunge meno doloroso. Le ultime stagioni sono state uno stillicidio di infortuni, ritiri, ripartenze, piccole conquiste e tante disfatte che fanno più male di quel polso che ha messo un freno ai sogni dell’austriaco. È lui a convincere tutti, dopo aver convinto se stesso, che quello straziante percorso nel sottobosco dei Challenger non lo riporterà più ai livelli più alti. Che questa fatica non vale più la pena di essere fatta.
I have to be honest with myself. The pain is a lot less compared to the last few weeks, but like I said, I haven't regained my full strength. pic.twitter.com/bINmGLLpDk
— Dominic Thiem (@domithiem) April 4, 2024
Una fatica alla quale erano ancora aggrappate le speranze di grandezza di quel ragazzo che a 23 anni, nel 2017, osava eliminare Rafa Nadal in un eroico quarto di finale al Foro Italico, facendosi incoronare dal pubblico di Roma, di fronte al re indiscusso degli Internazionali. Impresa ripetuta, quasi a dimostrare che non era stata fatta per caso, anche l’anno successivo a Madrid, sempre nei quarti, confermando una predisposizione naturale ad una superficie che comincia a scarseggiare di specialisti, e sulla quale Thiem si dimostra in grado di battere più di una volta il più forte specialista di tutti i tempi. Mentre qualcuno comincia a chiamarlo the Prince of Clay, sembra quasi naturale quel tanto atteso passaggio di consegne, non fosse che entrambi i tornei (Roma ’17 e Madrid ’18) vengono vinti da un tennista che è più giovane, più sfrontato, più spettinato, più alto e forse anche più bello. Sasha Zverev è il primo volto di una generazione che è nuova anche per Thiem, ma che è già pronta a mangiarsi tutti i suoi sogni, schiacciandolo in una morsa fatta da vecchi campioni e giovani proposte.
Quanto è dura diventare quello che tutti si aspettano da te.
«Ho ottenuto successi e vinto trofei che non avrei mai nemmeno sognato, è stato un viaggio incredibile, con i suoi alti e bassi». Sembra quasi che, annunciando la fine della propria carriera, Thiem voglia far pace davanti a tutti con i suoi momenti difficili, con le sue debolezze, tracciando un bilancio sorridente al termine di un percorso che non ha sempre dato solo gioie.
Ci vuole il 2018, quasi venticinquenne, per raggiungere la sua prima finale Slam, ovviamente a Parigi, che gli aveva già regalato due semifinali. Finale in cui quel Nadal battuto a Roma e a Madrid riprende in mano lo scettro della terra rossa e, al centro del suo regno, lo spazza via senza appello, senza la minima discussione, ripetendo lo stesso lapidario copione anche l’anno successivo (nonostante un set illusoriamente vinto), con un doppio 6-1 a chiudere una finale di un crudo realismo per Dominic.
«Questo fa riflettere su quanto sia difficile vincere uno Slam in questo momento. Ieri mi sono sentito molto felice, una vittoria fantastica, ma oggi ho perso e tutto cambia. Ho fallito, non sono stato in grado di realizzare il mio sogno, quindi ovviamente non posso essere felice come ieri» aveva detto Thiem dopo la finale.
C’è un momento nella vita in cui la realtà comincia a prendere sembianze tangibili che, purtroppo, spesso sono difformi alle aspettative più rosee che possiamo permetterci di avere nell’apice della gioventù. Il 9 giugno del 2019 Dominic Thiem, che per arrivare in finale aveva ottenuto la vittoria più importante della sua carriera battendo Djokovic, si scontra nuovamente con l’imponente figura di Rafael Nadal, manifestazione di una realtà brutale: vincere uno Slam è troppo difficile per lui. A 25 anni (quasi 26), con qualche finale persa alle spalle ma pochi titoli di grande spessore, comincia a insinuarsi l’idea che forse ci aspettavamo tutti semplicemente troppo da lui. Forse non è quel giocatore.
Nelle sue parole ferite comincia a prendere forma una fredda disillusione, ma Thiem promette di continuare a lottare per il suo sogno. E lo farà, ma il 2020 si apre con un’altra delusione in finale: questa volta è Djokovic a sradicare con la sua classica spietatezza il suo sogno, dopo averlo fatto andare avanti due set a uno a Melbourne. “Non è che ci sia molto da cambiare: ho dato tutto quello che avevo”. Ancora una volta aver dato tutto non basta, ancora una volta gli altri sono troppo forti. Ma Thiem è più vicino di quanto forse lui stesso non pensi mentre, con lo sguardo basso, dice ai giornalisti che non ha rimpianti, semplicemente non poteva fare di più. Quando si solidifica la consapevolezza che manca qualcosa per raggiungere quel traguardo, arrivano gli US Open 2020. Il 2020 è un anno dalla programmazione assurda, a causa del lockdown dovuto alla pandemia da coronavirus, ma è anche finalmente il suo anno.
Thiem raggiunge la finale a Flushing Meadows e questa volta l’avversario non è uno di quegli inarrivabili mostri sacri, ma è ancora Alexander Zverev, colui che sembrava spuntato apposta per fargli terra bruciata. Dominic ha i favori del pronostico, ma in poco più di un’ora si trova sotto di due set, con una montagna da scalare per scacciare una volta per tutte i suoi fantasmi. Sa più di tutti che è ora o mai più, che è questo il momento di prendersi quello che gli è sfuggito per tutto questo tempo: mentre stringe il trofeo, sommerso dalle stelle filanti tipiche di una premiazione dal sapore spiccatamente yankee, il suo sorriso è raggiante, liberatorio.
Ce l’ha fatta, ha vinto uno Slam. È diventato grande per davvero. Le ATP Finals di Londra sembrano dargli pieno accesso all’élite, con due vittorie in due meravigliose partite contro Nadal in Round Robin e contro Djokovic in semifinale, che riempiono gli occhi e gli lasciano la consapevolezza di aver raggiunto ancora un livello superiore (testimoniato anche dalla classifica, che ora lo mette al numero 3). E poco importa la finale persa contro Medvedev. Sono le sensazioni ad essere cambiate.
«Ci ho pensato a lungo: si tratta del mio polso, ma anche delle mie sensazioni» ammette il Thiem del 2024, con il quale abbiamo sofferto nella speranza di rivederlo sorridente come in quella premiazione, al fianco di Zverev. Chi lo avrebbe immaginato che quell’infortunio sull’erba di Maiorca, in un apparentemente innocuo secondo turno contro Mannarino, avrebbe distrutto con quella velocità tutto quello che aveva costruito negli anni precedenti?
Il tennis è uno sport di una crudeltà inarrivabile, spietato nel non fare sconti a nessuno, rapido nel dimenticarti, annegando le tue difficoltà nel vortice della sua necessaria frenesia. Thiem è naufragato appena dopo aver raggiunto il vertice, inghiottito dal ritmo che questo sport chiede agli atleti, ma che i suoi problemi al polso non gli consentivano più di reggere. Ci ha provato, è ripartito dal basso, ha pestato i terreni dei Challenger più disgraziati, risalendo un po’, ma dovendo sempre ricominciare: nei suoi occhi potevamo rivedere lo sguardo triste e sommesso di Juan Martin Del Potro, nel suo dimenarsi per superare un limite fisico che gli impediva di sentirsi quello che aveva mostrato di poter essere.
«Non sono più il giocatore del 2020». Dopo aver perso ad Estoril, in aprile, contro Richard Gasquet, Dominic Thiem scopre le carte e sferra una coltellata, dolorosa ma necessaria, alle ultime speranze di un recupero dignitoso. C’è l’aria della fine, c’è la sensazione che questa estenuante rincorsa stia per finire, che la fatica, la delusione, il dolore, stiano superando le esigue soddisfazioni residue. Il meglio è passato, ora va lasciato alle spalle anche il peggio.
“Sono giunto alla conclusione che la decisione di chiudere la mia carriera alla fine di questa stagione sia l’unica giusta” dirà qualche settimana dopo, nell’annuncio definitivo, triste ma consapevole, quasi riconciliato a sé stesso e alla realtà. Quanti di noi sono diventati esattamente quello che sognavano di essere, hanno ottenuto esattamente quello che sognavano di ottenere, hanno raggiunto esattamente quello che tutti si aspettavano che raggiungessero? Quante volte la vita riscrive la nostra sceneggiatura, costringendoci a fare pace con un copione completamente imprevisto.
Non sappiamo che cosa sognasse per sé stesso Dominic Thiem, né se abbia trovato dal tennis quello che quel ragazzo di 22 anni che sprecava 13 palle break contro Djokovic sperava di raggiungere. Di sicuro la sua carriera gli ha riservato una strada molto più irregolare di quello che chiunque potesse immaginarsi: grandi speranze, una consacrazione raggiunta dopo tanto sforzo e tante delusioni, un posto ai vertici perso nel modo più sadico, proprio all’apice della sua parabola, a causa di un infortunio distruttivo.
La fatica mai ripagata per provare a riprendersi quello che aveva perso. E poi la consapevolezza, serena, che le cose non vanno quasi mai come le abbiamo programmate. E che questo percorso, il suo percorso, è stato quello che gli ha dato le gioie e le delusioni che si porterà fino a Vienna (ultima tappa del suo percorso) e forse anche oltre. E che gli ha dato un posto nel tennis.
È inutile, forse anche un po’ doloroso, fare il solito esercizio: chiedersi cosa sarebbe potuto essere di Thiem senza quell’infortunio, quanti e quali Slam avrebbe vinto, il ranking che avrebbe occupato. Sappiamo solo che cosa è stato, Dominic Thiem. E a lui, ormai, basta questo.
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