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La festa del Bologna in Piazza Maggiore
, 13 Maggio 2024

È tornato lo Squadron


Un anno da sogno condensato in una notte.

A me le feste sono sempre piaciute. Quelle in cui dovevi portare i calzini antiscivolo e ti ingozzavi di pizzette del supermercato. Quelle in cui speravi (e speri ancora) almeno di baciare per sbaglio l'angolo della bocca della ragazza che ti piaceva. Quelle in cui ti presenti con una bottiglia di vino da pochi euro in mano e a fine serata hai la testa nel water della casa da fuorisede del tuo amico. Soprattutto, mi piacciono le feste spontanee, disorganizzate, impulsive, che coinvolgono una marea di persone e che nascono perché tutti in fondo sanno che devono andare a quell'esatta ora in quell'esatto luogo. Appunto, il luogo: inserito in una riga di codice genetico deputata a ricordarci dove dobbiamo dirigerci per festeggiare una vittoria, celebrare un traguardo, difendere un diritto o manifestare dissenso. Il DNA di Bologna e dei bolognesi, in merito, recita a chiare lettere Piazza Maggiore.

Da Via Rizzoli rimbombano i cori, amplificati dai quattro edifici che abbracciano la piazza più centrale di Bologna. Atalanta-Roma non è ancora finita, ma sembra che la diga di non detti, che da mesi tutti i rossoblù stanno ergendo con cura, stia finalmente per cedere. Champions League è stata per mesi una parola vietata, alla stregua di una bestemmia in chiesa.

Tutti, in cuor loro, sapevano come fosse un epilogo sempre più vicino. Se qualcuno evitava di parlare dell'Europa che conta l'aria diventava ancora più elettrica, la città si caricava ulteriormente, l'attesa sembrava pesare ancora e ancora e ancora di più. Bologna, in questa primavera che tardava ad arrivare, era una polveriera. Un cavo dell'alta tensione, un tubo coi coriandoli pronto ad esplodere. Qualcuno forse, timidamente, in una notte di metà maggio, quel nome lo inizia a dire.

Il suo nome detto questa notte mette già paura, cantava Lucio Dalla. Chissà quanto si sarebbe divertito, Lucio. Forse sarebbe sceso in via D'Azeglio, in mezzo ai tifosi. O forse avrebbe guardato dalle finestre soddisfatto la sua città. Anche quando si parla di calcio, Bologna e la musica sono un binomio indissolubile. Dalla e Morandi in principio, Luca Carboni poi e - oggi più che mai - Cesare Cremonini infine.

Parte della magia di questo pazzesco anno rossoblù è sua. Una città intera sa ormai a memoria Poetica e non vede l'ora di cantarla ogni volta che il Bologna vince, per potergli dire, come a un'innamorata, Questa sera sei bellissima.

Ora è la musica dei cori che fa da sottofondo ai miei pensieri. Mangio un gelato in mezzo a un continuo sciamare di persone ammantate di rossoblù - maglie, bandiere, sciarpe, cappellini. Come è possibile affezionarsi così tanto ad una squadra che non si tifa?, penso mentre cammino verso Piazza Maggiore.

Non sono nato a Bologna, non tifo Bologna. Il mio DNA, in caso di festeggiamenti, mi attira 250 km a Nord, in Piazza Primo Maggio a Udine, vessilli bianconeri e gialloblù. Da qualche anno Bologna mi ha adottato e, pian piano, anche il Bologna mi ha adottato.

Forse è proprio Bologna-città che mi ha fatto appassionare al Bologna-squadra. La gioia e il trasporto di questa annata bellissima e assurda, i clacson delle auto e dei motorini che lasciano lo stadio dopo la vittoria contro la Fiorentina, gli anziani in centro che si salutano con un "Forza Bologna".

Le vetrine rossoblù, le luci rossoblù, i bambini rossoblù, una città tutta, interamente rossoblù.

Una passione respirabile a pieni polmoni nell'aria di tutta Bologna, che mi ha costretto a soffrire e aiutato a gioire per una squadra che non è la mia. Certo, quando una formazione gioca come gioca il Bologna di Thiago Motta è più facile che scatti la scintilla. Quando i singoli che la compongono sono un gruppo così, è più facile sentirsi vicini.

Piazza Maggiore è piena. Bandiere che sventolano e cori che riempiono l'aria. Si aspetta solo che la sconfitta della Roma sia ufficiale. Sono le stesse bandiere che ho imparato a riconoscere guardando la Curva Bulgarelli al Dall'Ara, gli stessi cori che ormai so a memoria come quelli dell'Udinese.

Ho avuto la possibilità di vedere dal basso, da bordocampo, il muro di voci, volti e colori che è l'Andrea Costa. E l'effetto è stato magico. Un coro in particolare è entrato nei miei organi e nelle mie ossa, senza la minima intenzione di lasciarli. Un coro che a un certo punto fa: Tornerà a tremare il mondo, rivogliamo lo squadron.

https://youtu.be/4tOqZdRcb2M

Lo sta cantando tutta la piazza, che continua a riempirsi e a riempirsi. Il Bologna è ufficialmente in Champions League. L'aria si riempie dell'odore acre dei fumogeni. Le bandiere sempre più alte, come se chi le porta volesse infilzare le stelle e portarle giù tra i tifosi. San Petronio, severa e imponente, si tramuta in palco per la festa, massima espressione della metafora che vede il calcio come una profana religione.

Si canta e si canta ancora, dai cori più ricchi di pathos a quelli più scanzonati che tutti ormai hanno sentito almeno una volta in questi mesi. C'è chi cerca gli amici, chi sale sulle spalle di qualcun altro, chi sventola bandiere, chi telefona urlando di gioia e chi fotografa la gioia degli altri. A un certo punto sbuca un due aste che recita: È tornato lo squadron. Cazzo se è tornato.

C'è tutta Bologna in piazza. Chi l'ha sempre vissuta, chi l'ha incontrata per strada nella sua vita, chi la conosce come le sue tasche e chi la deve ancora decifrare. Dietro di me una voce intona per qualche momento Amarsi ancora, il coro ormai simbolo della Virtus. A Bologna dicono che quando nasci devi scegliere una consonante: la F o la V. Fortitudo o Virtus. Da lì dipenderà una buona parte delle tue scelte future.

Oltre a queste ce n'è un'altra, senza altre opzioni o possibilità, la B di Bologna Football Club. Quella è di tutti, e quando c'è di mezzo quella, biancoblu e bianconero smettono di esistere per un po'. Questa è la serata di tutta Bologna.

Domenica sera per tutti c'era una sola cosa: il Bologna.

Partono i fuochi d'artificio. Una piazza intera punta il naso all'insù, guarda colorarsi la facciata di San Petronio e il cielo. È il cielo a cui ha puntato il Bologna quest'anno. Partita dopo partita, mattoncino dopo mattoncino, costruendo il suo sogno, senza avere paura. Zirkzee, Ferguson, Calafiori, Skorupski, Beukema, Orsolini e tutti gli altri hanno fatto volare a 20 metri da terra una città intera vincendo, divertendo, meravigliando. Questo è il risultato: migliaia di persone che festeggiano tutte assieme un traguardo, che si abbracciano, che sorridono, che guardano un cielo che, beh, così bello era un po' che non si vedeva.

Guardo queste facce, le sciarpe, le loro bandiere, le loro maglie. Le maglie di una squadra sono in grado di raccontare storie come nemmeno un litro d'inchiostro. E vedo gente con la maglia di Moscardelli, Marazzina, Sussi, Loviso, Signori, Destro, Paramatti. Nomi che raccontano di una finale di UEFA sfumata sul più bello, una sconfitta a Londra una sera d'estate, una Serie B che sembrava non finire mai, stagioni di speranza, un baratro sempre più vicino sotto i piedi, una tifoseria che inseguiva il suo presidente per fargli vendere la società, stagioni grigie.

Ogni maglia una storia, ogni faccia un tifoso, ogni sofferenza una rifioritura dai colori splendenti. Dai bambini sulle spalle dei genitori agli anziani, che forse il Bologna in Europa non pensavano di vederlo più.

Il volume dei cori si abbassa quando Piazza Maggiore è sullo sfondo. Torna a salire quello dei miei pensieri. Che bello vedere la gente contenta, che belle le feste, che bello il Bologna in Champions League. Ci sono ragazzi che giocano a calcio in strada, le porte fatte dalle loro felpe gettate a terra. È per il pallone che siamo qui, quasi si finisce per dimenticarlo. Un pallone di cuoio che unisce migliaia, a volte milioni di persone, dietro alle stesse bandiere, agli stessi idoli, agli stessi traguardi. Le fa abbracciare, gioire assieme, passare una notte indimenticabile.

Passa poi un camion dell'immondizia, del rusco, e i netturbini cantano assieme alla gente nelle strade, con il cappellino rossoblù in testa. In Champions League non c'è solo il Bologna, c'è Bologna.

Forse è anche per questo che lo Stadio Dall'Ara è così ben incastonato nel tessuto della città, addossato su un portico come se fosse un palazzo. Per rafforzare il legame tra Bologna e la sua squadra, il suo essere stadio ma per molti anche casa. Il Dall'Ara quest'anno era ogni volta sempre più pieno, sempre più bello, sempre più stracolmo di entusiasmo. Quando sono andato a vedere la mia squadra, da avversario del Bologna, quasi mi dispiaceva non poter partecipare a quella grande gioia condivisa, a quell'esplosione di amore per una squadra che ha fatto girare la testa a tutti.

Si è parlato, e lo si potrebbe fare per sempre, della tattica del Bologna di Motta. Dei suoi uomini chiave, delle mosse decisive e delle reti più belle e memorabili. Ma quest'anno si può evitare, solo per un momento, di trovare spiegazioni razionali alla Champions League del Bologna. Fare finta che la mistica esista, o ammettere che la mistica esista davvero.

"Siamo in Champions League" grida un ragazzo mentre risalgo Via Oberdan. Siete in Champions League, porca miseria. O forse siamo. Mi sento ormai legittimato a percepirmi come parte di quel popolo che festeggiava in Piazza Maggiore. Il 2023/24 come percorso di iniziazione per entrare nella tribù, tra una partita allo stadio, una chiacchierata con qualcuno che al Bologna ci lavora, una sciarpa rossoblù appesa alla lampada sulla mia scrivania, rigorosamente accanto a quella bianconera.

Mi sento parte di qualcosa di bellissimo e torno a chiedermi Ma come è possibile affezionarsi così tanto ad una squadra che non si tifa?

Finita Via Oberdan, svolto in Via delle Moline, ormai casa è quasi in vista. Quando cammino per Bologna non riesco a non pensare alle canzoni di Lucio Dalla, ce n'è sempre una adatta per ogni occasione e sono la colonna sonora ideale dei ritorni a casa.

Penso ad Anna e Marco, alle stelle che nei flipper sono più di un miliardo, tante quante se ne vedono stasera nel cielo di Bologna. E penso agli Anna e Marco - Anna che probabilmente non è Anna e Marco che potrebbe non chiamarsi Marco - che ho visto al Dall'Ara in una delle scene più belle capitate davanti ai miei occhi negli ultimi mesi. Stretti in un bacio, in piedi sui gradoni dello stadio dopo il gol di Orsolini a San Valentino, i fumogeni e le bandiere della Bulgarelli sullo sfondo.

Mentre imbocco la via di casa vedo una coppia seduta davanti a un portone. Parlano e si guardano con gli occhi dell'amore. L'amore ha tante forme e tanti modi di essere espresso. E anche quello cantato in piazza con le bandiere al vento è vero amore. Bologna è madre, moglie e amante. L'amore è insito nella sua natura, ma il 12 maggio 2024, giorno della qualificazione del Bologna in Champions League, l'amore è veramente ovunque. Cazzo se lo sento tutto.


  • Classe '99, fervente calciofilo e tifoso dell'Udinese, alla sua prima partita allo stadio vede un gol di Cesare Natali e ne resta irrimediabilmente segnato. Laureato in scienze politiche a Padova e in un corso dal nome lunghissimo che finisce per "media" a Bologna, usa la tastiera per scrivere di calcio e Formula 1 e il mouse per fare grafiche su Canva.

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