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La Lazio del 1974 all'Olimpico
, 12 Maggio 2024

La Lazio del '74 che morì nella bellezza


Cinquant'anni fa una squadra scelse involontariamente l'immortalità.

Ogni squadra ha una sua personale mitopoietica, un pantheon, una stagione che segna inevitabilmente i pensieri di chi la supporta e ci perde il cuore dietro. L'epica sportiva non è, però, contornata spesso dalla tragedia umana, anzi si contano sulle dita delle mani: il Man Utd di Busby, il Grande Torino, La Chapecoense e la Lazio del 1974. La differenza con le squadre citate prima è che quella tragedia non si consumò collettivamente ma, bensì, singolarmente, una sorta di maledizione ad personam che ha braccato alcuni dei suoi protagonisti.

Portieri: Bonetti, Moriggi, Pulici. Difensori: Cremaschini, Facco, Ghedin, Labrocca, Martini, Oddi, Perotti, Petrelli, Polentes, Tinaburri, Wilson. Centrocampisti: Badiani, Borgo, D'Amico, Frustalupi, Inselvini, Masuzzo, Nanni, Re Cecconi, Tripodi. Attaccanti: Chinaglia, Franzoni, Garlaschelli, Loddi. Da mandare a memoria e da tramandarne la memoria, ogni nome, ogni fisiognomica, ogni sguardo, ogni movimento, ogni gol. Ma soprattutto ogni giovedì al campo di allenamento perché è lì che Tommaso Maestrelli ha letteralmente costruito una squadra tecnicamente e tatticamente olandese nel suo modo di interpretare il calcio. Il Maestro abbandonò ogni formula italiana per dedicarsi e portare sui prati verdi italiani quel calcio che l'arancia meccanica di Cruijff sventolava in faccia ai potenti della terra. La tecnica al servizio della tattica, la velocità di pensiero, la ricerca del fraseggio, gli inserimenti delle mezzali, la palla a terra. Innovativo, senza ombra di dubbio alcuno.

Tommaso Maestrelli è sempre stato un personaggio particolare e antesignano soprattutto umanamente. La sua storia racconta di guerre partigiane in terre slave, di medaglie titine appese al petto per il profondo eroismo dimostrato, di liberazioni, di tumulti. Quella esperienza gli fu formativa e la portò in quella Lazio. Dinanzi aveva un gruppo di folli, e non per modo di dire. Personalità gigantesche che senza lui erano pronte innescare reazioni degne del 1945 giapponese. Eppure, la sua enorme personalità silenziosa li aveva convinti che il collettivo potesse valere di più che l'egoismo, che l'unica strada per l'immortalità è la consapevolezza che l'obiettivo possa essere unicamente raggiunto con l'unità. Qual era il modo pratico? Perché la teoria è sempre cosa facile da esporre e da insegnare.

Le partitelle del giovedì a Tor di Quinto: arena sanguigna dove le due fazioni sfogavano ogni odio personale, ogni pensiero maligno, ogni egoismo appunto. Lì nasceva il collettivo e lo si vedeva la domenica negli stadi italiani. Esseri umani che bramavano la giugulare del proprio compagno qualche giorno prima erano pronti a sacrificare l'Io per il Noi, non esistevano barriere di ideali o di personalità. Solo uno splendido organismo che respirava all'unisono e che, come accade nell'intervallo della fatidica partita contro il Verona, coagulò un popolo intero attorno a sé rendendo realmente il Noi il tutto. Archetipo degno di un suono di cetra arpeggiato dinanzi a un fuoco. Proprio in quell'intervallo, tra lo stupore e l'incredulità, si cucì lo scudetto sulle maglie biancocelesti. L'applauso e i cori che il pubblico fecero dopo essersi resi conto cosa accadeva fu un momento degno di essere definito tradizione emotiva. Qualcosa che chi l'ha vissuto può raccontare con i suoi occhi ricolmi di lacrime.

Banditi, pirati, canaglie, bastardi, anche criminali. Nessun aggettivo lo possiamo considerare non adatto alla narrazione di quella "banda" visto il contesto sociale nella quale si formava. Una Roma infuocata da rapine, manifestazioni, omicidi, occupazioni, rivolte e rivoltelle, fucili e paura. Non può davvero esistere migliore metafora sportiva di quel periodo se non quella Lazio. Le fazioni umane e politiche, gli spari dei fucili di Chinaglia and co. a cui si contrapponeva la calma serafica dei Re Cecconi e Maestrelli. Sovrapposizioni mistiche che creano inevitabilmente la grandezza se giostrate con arguzia e intelligenza. Ma poi chi l'ha detto che banditi e pirati siano figure negative? Forse la narrazione che vuole l'ordine precostituito, lo status quo prevalere su di un'altra forma di concezione del mondo che vuole riappropriarsi della propria vita scegliendo di non omologarsi all'esistente ma immaginando un altro mondo possibile. Maestrelli concepì quell'entropico meccanismo che generò bellezza e magnificenza.

Si parlava di tragedia, sì perché il fato non perdona quella spavalderia e quella sfrontatezza insita nella ribellione. Maestrelli consumato da una malattia, Re Cecconi la cui morte assume molteplici forme nelle narrazioni di scenari possibili, la grande fuga di Chinaglia e la mancata partecipazione alla successiva Coppa Campioni perché un inglese ubriaco in giacchetta nera decise di innescare la furia cieca che Maestrelli lasciava sfogare solo il giovedì. Del resto è la tragedia che rende gli eroi degni di memoria e quella Lazio era destinata proprio alla leggenda, non poteva sottrarsi al proprio fato. Beffardo e infame ma gli Dei del pallone non ci perdonarono quell'assalto al cielo e non lo perdonarono ai suoi artefici.

Vi racconteranno tanto, troppo di quella squadra ma l'unica cosa che merita di essere tramandata è di come, come dicono i serbi - sì proprio quelli che Maestrelli aiutò a liberarsi dal giogo nazifascista e sì proprio quella Serbia che porterà un suo figlio, Sinisa Mihajlovic, a vincere con la maglia della Lazio e a confrontarsi con un fato simile ai banditi del '74 - morì nella bellezza: Umirati u lepoti.


  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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