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Cantone
, 10 Maggio 2024

Il rapporto tra calcio e mafie, intervista a Raffaele Cantone


Con l'ex magistrato antimafia abbiamo parlato del ruolo delle mafie nel calcio.

La storia delle mafie italiane affonda le proprie radici nei grandi latifondi del sud Italia di fine Ottocento, nel patto stretto fra i grandi feudatari meridionali e i cosiddetti gabellotti, veri e propri cani da guardia della borghesia latifondista, a cui veniva affidata la gestione dei fondi agricoli, compito che esercitavano imponendo ai contadini la propria autorità con violenza e metodi intimidatori.

Per anni ha resistito un’immagine stereotipata e semplicistica della mafia, riflessa soprattutto al cinema e in televisione da personaggi violenti, grezzi, tutta coppola e lupara. È stato per certi versi un sintomo di come la criminalità organizzata è stata ridimensionata, se non addirittura negata, tanto che solo in tempi relativamente recenti, tra gli anni '80 e '90, l’opinione pubblica ha preso piena consapevolezza del fenomeno mafioso.

La verità è che, negli ultimi decenni, le mafie italiane si sono trasformate in sofisticatissime aziende in grado di operare, con modi e misure differenti, sull’intero territorio italiano e in qualsiasi settore dell’economia nazionale. L’istituto di ricerca Eurispes stima in 210 miliardi di euro annui il giro d’affari complessivo generato dalle mafie italiane, poco più del 10% del PIL nazionale. Numeri che restituiscono la capacità delle mafie di infiltrarsi nel tessuto imprenditoriale italiano, trasformandolo nello strumento per riciclare il denaro proveniente dalle attività illecite.

Le mafie seguono i principi e le regole proprie dell’economia legale: diversificare gli investimenti e puntare su settori in grado di massimizzare i profitti. Attività immobiliari, commercio, trasporti, edilizia e sanità sono quelle in cui si concentrano la maggior parte dei profitti, come riportato da Transcrime. Per quanto riguarda le infiltrazioni mafiose nel calcio, consiglio di consultare due documenti per approfondire l’argomento. Da una parte la “Relazione finale sui rapporti tra mafie e calcio”, redatto dalla commissione parlamentare antimafia nel 2017; dall’altra l’inchiesta realizzata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel 2009.

Dalla lettura di questi due documenti emerge chiaramente un fatto: le mafie del nostro Paese sono sempre più interessate al calcio e sempre più spesso ci investono grosse somme. A molti questo non suonerà come una grande notizia. Eppure, se ci pensate, è meno intuitivo di quanto non sembri.
Se investire nell’edilizia o nella sanità significa decuplicare il proprio investimento iniziale, perché puntare così forte su un settore fortemente in crisi e perennemente in perdita come il calcio? La Serie A non sta attraversando il miglior periodo della sua storia, e le serie minori non se la passano sicuramente meglio, non solo da un punto di vista sportivo, ma anche da un punto di vista economico e di appeal.

Libera denunciava le infiltrazioni mafiose nel calcio più di un decennio fa.

Se si vanno a leggere i bilanci delle società calcistiche, poi, ci verrà restituita un’immagine ancora più chiara della situazione non idilliaca - per usare un eufemismo - in cui versa il calcio nostrano. Secondo quanto emerso dallo studio di PwC, le perdite del calcio italiano negli ultimi dieci anni supererebbero i tre miliardi di euro e circa il 60% del passivo generato dal calcio professionistico italiano in questi anni sarebbero generato dalle sette big del nostro calcio.

Insomma, viene da chiedersi come mai le mafie investano così tanti soldi nel calcio, se non è un’attività redditizia. Per avere qualche risposta ho parlato con Raffaele Cantone, attualmente Procuratore della Repubblica a Perugia. Cantone è stato uno dei magistrati di punta della direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli, dedicandosi al contrasto del clan camorristico dei Casalesi, riuscendo ad ottenere la condanna all'ergastolo di alcuni fra i suoi più importanti capi. Tra questi Francesco Schiavone, detto Sandokan, Francesco Bidognetti, Walter Schiavone, Augusto La Torre, Mario Esposito e numerosi altri.

Il calcio piace a tutti, o quasi, fa abbracciare uomini di legge e criminali, nella grande città, così come nel paesino della cosca. Rappresenta da sempre una delle più straordinarie vetrine per chi vuole maggiore visibilità. Si può presupporre, quindi, che uno dei motivi per cui le mafie desiderano stare nel calcio è perché dà loro maggiore lustro, rafforzandone l’immagine? Farsi vedere e fotografare con il Diego Armando Maradona di turno, come fecero i camorristi Raffaele e Carmine Giuliano, è un modo per rafforzare l’immagine all’interno del territorio?

Le organizzazioni mafiose vivono e prosperano solo se in grado di controllare il proprio territorio. Ci sono due modi per farlo, o tramite l’intimidazione, o tramite il consenso. Pensare però di controllare il proprio territorio solo con l’intimidazione è pressoché impossibile, risulta quindi necessario creare dei meccanismi attraverso i quali mantenere vivo il contatto con il proprio territorio e attraverso i quali generare consenso. Avere la capacità e la forza di portare Maradona in un quartiere popolare, difficile e povero come la Forcella di quegli anni, portarlo in quei vicoli dove nessuno voleva andare e farlo vedere, rappresentava il massimo sfoggio di potere e prestigio che i Giuliano potessero immaginare.

E quella foto che li raffigura insieme, mentre bevono champagne, seduti sulla vasca a forma di conchiglia, immortala e rappresenta perfettamente l’apice del potere camorristico dei Giuliano, un clan che riusciva a portare il giocatore più forte di sempre, non in una villa della Napoli bene, ma lì dove altrimenti non si sarebbe mai recato. Era il loro modo di mostrare la propria forza al quartiere e di conquistarne la venerazione.

calcio maradona giugliano
Mettere le mani sul calcio e farsi vedere in compagnia dei calciatori più popolari ti garantisce visibilità e fama, ma forse ridurre tutto a questo è riduttivo. Il calcio è anche uno strumento grazie al quale avvicinarsi ed entrare in un sistema di relazioni politico – imprenditoriali a cui altrimenti non avresti mai accesso.

Chiaramente essere nello sport, e nella fattispecie nel calcio, può essere un modo per comprarsi una presentabilità che ti permette di stare al centro di una rete di relazioni che non trova mai porte chiuse, perché non c’è politico, imprenditore, prefetto o questore che, per dovere o per tifo, non incontri il padron di una squadra. E attenzione, non dobbiamo sottovalutare quello che accade nelle serie minori, chi viene o vive in provincia sa quanto siano importanti e quante attenzioni ricevano.
Io ho conosciuto, direttamente per aver svolto indagini o indirettamente per aver consultato atti, le vicende di due società di provincia, la Mondragonese e l’Albanova, la squadra di Casal di Principe.

Quello della Mondragonese è un caso di controllo diretto in cui giocò un ruolo centrale Renato Pagliuca, membro del clan La Torre, uno dei più violenti fra i gruppi casertani di quegli anni. Pagliuca era un camorrista atipico, descritto come un tipo che sparava poco, che doveva il suo potere alla camaleontica capacità di tenere costantemente un piede dentro la camorra e uno fuori. Quando nel 1991 un’operazione delle forze dell’ordine fece finire in carcere tutti gli uomini del clan, solo due esponenti di punta vennero scarcerati: Fernando Brodella e Renato Pagliuca. In breve tempo, con estrema violenza e creando un sanguinosissimo gruppo di fuoco attorno a se, Brodella si impose, diventando il gestore del gruppo criminale. Ma tutto ciò non piacque ad Augusto La Torre, vero boss del clan, che dal carcere, temendo la violenza militare e le capacità organizzative di Brodella, ne ordinò l’uccisione. Tale compito venne affidato a Pagliuca, che senza batter ciglio eseguì, organizzando l’omicidio. A quel punto la reggenza del clan passò a Pagliuca, meno temuto perché considerato meno pericoloso.

Il nuovo reggente intuì che era necessaria una discontinuità rispetto al suo predecessore, perché a gestire gli affari del clan solo con la violenza e le armi si rischiava di richiamare l’attenzione dello Stato e di inimicarsi il resto del clan ancora in carcere.

Pagliuca capii che uno strumento utile per realizzare i suoi piani poteva essere il calcio. Fu così che acquistò una piccola squadra di provincia, la Mondragonese. Il neo presidente passò subito all’azione, imponendo agli imprenditori del territorio di finanziare e sponsorizzare il club, oltre a travasare enormi risorse economiche provenienti dalle casse comuni del clan nella squadra.

L’intuizione si rivelò giusta, perché i successi della squadra non tardarono ad arrivare, rendendolo in breve tempo un personaggio molto amato e popolare in città. Inoltre la squadra si dimostrò utilissima ad accrescere il suo prestigio, permettendogli di creare una rete di contatti con politica e imprenditoria, che nessuno fra i boss in carcere poteva vantare. Ma gli affiliati avvertirono Augusto La Torre, dicendogli che Pagliuca stava rubando i soldi del clan e che li stava spendendo per la Mondragonese e che molto probabilmente si era messo in testa di usare il calcio per fare il salto di qualità, crearsi un’immagine nuova, da vero capo, per passare da reggente a boss ed impadronirsi della guida del clan.

Fu così che nella notte dell’Assunta del 1995, Renato Pagliuca venne ucciso, in un omicidio poco camorrista e molto più (in stile) mafioso. L’ordine di morte era partito direttamente da Augusto La Torre, suo amico di infanzia. Il padrino era in carcere, ma da lì a poche settimane sarebbe tornato in libertà.

Qualcosa di simile avvenne anche a Casal di Principe, roccaforte del clan dei Casalesi. La squadra di Casal di Principe è l’Albanova, una modesta squadra di provincia, mai arrivata a grandi livelli, che ha vissuto i suoi risultati migliori nella seconda metà degli anni 90, arrivando a un passo dalla serie C1. Non sono anni casuali, perché quelli sono anche gli anni in cui il potere dei casalesi e della famiglia Schiavone è al suo apogeo.

albanova calcio 94-95
Albanova 1994-1995

I camorristi formalmente non controllavano il club e non avevano incarichi direttivi nella squadra. Ufficialmente in quegli anni il presidente dell’Albanova era Dante Passerelli, uno dei più importanti imprenditori della regione, proprietario dello zuccherificio più grande del Sud Italia e di una società che gestiva gli appalti delle mense di moltissime scuole e ospedali nelle provincie di Napoli e Caserta, appalti che secondo i collaboratori sarebbero stati vinti grazie agli interventi del clan.

Ma tutti sapevano che dietro alla squadra c’era Walter Schiavone, fratello di Francesco Schiavone detto “Sandokan”, storico leader dei Casalesi. Secondo molti pentiti l'Albanova sarebbe stata una sorta di contentino concesso da Francesco Schiavone a suo fratello Walter, grande appassionato di calcio.
Ma l’Albanova in quegli anni è molto di più, si dimostra uno strumento utilissimo per coinvolgere politici e imprenditori, che sistematicamente venivano inseriti nell’organigramma dirigenziale della squadra. Anche in questo caso il calcio fu usato per creare questo legame con gli esponenti di punta del sistema economico-politico locale.

Ci sono stati casi in cui il calcio è stato usato in maniera più trasversale? Sia per rafforzare la propria immagine che la proprio rete di relazioni?

Ci sono, ma appartengono ad una camorra e ad un Paese che non esistono più. Va fatta una premessa, oggigiorno i mafiosi si nascondono, anni fa invece chi era amico dei mafiosi se ne faceva vanto. Da questo punto di vista una buona immagine ce la restituisce perfettamente una foto scattata nel tribunale di Napoli nell’Ottobre del 1980, durante quello che è stato il primo e vero maxi processo alla camorra.

La foto rappresenta un giovanissimo e ignaro giocatore brasiliano, Juary, allora in forza all’Avellino, che militava in Serie A, mentre consegna una medaglietta ad un detenuto chiuso in una gabbia. Il problema è che quel detenuto era Raffaele Cutolo, leader della Nuova Camorra Organizzata, uno dei criminali più sanguinari del Novecento italiano. Accanto ai due c’è un terzo personaggio, Antonio Sibilia, imprenditore fortemente impegnato nella ricostruzione dell’Irpinia post sisma e presidente dell’Avellino, che ha guidato per quasi 10 anni in Serie A. Sibilia era un imprenditore che aveva il suo spessore, che non aveva bisogno di Cutolo, eppure in quel momento ha ritenuto utile farsi vedere da Cutolo e “celebrare” il tutto con quel “tributo calcistico”.

La relazione dell’OCSE del 2009 cita un solo caso di squadra di vertice finita nelle mire di un clan: la tentata scalata camorristica del Casalesi alla Lazio, svelata da Lei e dai suoi colleghi. Com’è nata la vostra indagine?

Il tutto viene a galla quando insieme al collega Milita iniziamo a indagare su uno dei business più redditizi per le mafie: quello dei rifiuti. In quel momento i nostri sforzi investigativi erano concentrati su un consorzio attivo nello smaltimento dei rifiuti molto presente nel casertano, la Ce4 (Caserta4), e sulla società mista da esso dipendente, la Eco4.

Ed è proprio a quel punto che entra in gioco il personaggio più importante di questa storia, tale Giuseppe Diana. Diana era un imprenditore, titolare di alcuni depositi per la vendita di gas in provincia di Caserta, zone soggette al dominio dei casalesi. Ma non è un imprenditore come gli altri, perché secondo i pentiti era l’uomo scelto per riscuotere la quota che i vertici della Ce4 e dell’Eco4 pagavano al clan dei La Torre.
Inoltre fra i suoi uomini di fiducia c’era uno dei fratelli Bova, organici al clan La Torre, ufficialmente inquadrato come custode di uno dei depositi di gas.

Ma c’è dell’altro, perché nel 2000, all’interno degli uffici della società di Diana, i carabinieri arrestano due fra i più importanti latitanti del clan La Torre, Peppe Fragnoli ed Ernesto Cronacchia. Quando i carabinieri intervengono, scoprono che negli uffici era stato organizzato un vero e proprio rifugio, con tanto di letti e brandine per dormire, oltre ad armi di grosso calibro. La prova che Diana sapesse chi la notte utilizzasse il suo deposito non c'era, ma la scelta del custode, uomo di fiducia dei La Torre, non poteva essere un fatto neutro.

Fu proprio intercettando il telefono di Diana che le indagini passarono dai rifiuti al calcio. Diana aveva rapporti con alcuni faccendieri romani e proprio in una telefonata con uno di questi si parla di 24 milioni di euro che i referenti di Diana avevano investito in Ungheria, in attività non meglio identificate, che si dovevano far tornare in Italia.

Fra i modi più semplici per far rientrare quei 24 milioni viene individuato l’investimento nel calcio. La prima idea è quella di provare ad acquistare il Lanciano, che all’epoca militava in serie C1, ma uno dei romani alza il tiro. Sostiene di conoscere molto bene Giorgio Chinaglia e di poterlo coinvolgere. A quel punto il piano prende forma: far rientrare i 24 milioni dall'Ungheria e affidarli a Chinaglia. Con quei fondi l'ex capitano biancoazzurro avrebbe dovuto provare ad acquistare la Lazio.

Lotito e Chinaglia

Ma ai magistrati di Napoli e Roma sorge lo stesso dubbio: com’è possibile che Giuseppe Diana potesse disporre di 24 milioni pur non avendo attività imprenditoriali che potessero giustificassero tali incassi? E se quei soldi fossero stati di qualcun altro? Se quei soldi fossero stati dei casalesi? La prova provata che i soldi fossero del clan non è emersa [Giuseppe Diana è stato assolto per la seconda volta dalla Corte d'Appello nel maggio 2019, ndr], ma sono molti i sospetti. In primis il fatto che Diana avesse rapporti accertati con i casalesi e in seconda battuta la sua vicinanza con i fratelli Orsi, che hanno gestito il più importante affare sui rifiuti (secondo molti pentiti) per conto dei casalesi.

Quindi quello di Diana è stato un semplice tentativo di far rientrare e riciclare milioni di euro. Il calcio come lavatrice di sporchi soldi.

Anche, ma non solo. È il presidente Lotito a dichiarare alla Procura di Roma di aver conosciuto Giuseppe Diana, il quale si era proposto di sponsorizzare la Lazio in alcune partite di Coppa UEFA. Era stata decisa anche la cifra, circa 2 miliardi, ma poi l’accordo non andò in porto, perché i vertici della squadra romana si insospettirono quando l’imprenditore campano disse di voler pagare in contanti. Ma quale ritorno d’immagine poteva avere un’azienda senza interessi nel Lazio a veder scritto il proprio nome sulla maglia della squadra capitolina? È legittimo presupporre che fosse anche un modo per entrare nella Roma che conta, nella Roma della politica e degli affari. È proprio questo ciò che emerge dalle nostre indagini: una personaggio borderline, con conclamati rapporti con i casalesi, che punta a fare il salto di qualità usando il calcio.

Secondo uno studio del GAFI (Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale) del 2006 sarebbero diversi i modi attraverso i quali il calcio verrebbe usato per riciclare i “soldi sporchi”. Nella fattispecie si fa riferimento al trasferimento dei diritti d’immagine ad enti con sede in giurisdizioni off-shore, ai scarsissimi livelli di controllo che si fanno al momento in cui c’è da scegliere uno sponsor e al mondo delle scommesse, che sfruttando la disomogeneità dei regolamenti nazionali e lo sviluppo dei nuovi device, rende possibile scommettere legalmente ingenti somme senza che venga appurato l’origine dei fondi. Secondo Lei, ci sono altri modi per riciclare denaro tramite il calcio?

Ad oggi uno dei metodi più usati per riciclare e far rientrare denaro è la compravendita di giocatori. Penso nella fattispecie a quelle compravendite da mercati, come quello sudamericano ed africano, caratterizzate da scarsissimi livelli di trasparenza, in cui le regole contabili funzionano in maniera quantomeno claudicante. Sopravvalutare il valore economico del giocatore ceduto o acquistato, non solo ti permette di creare plusvalenze fittizie utili a sistemare i bilanci, ma anche a riciclare ingenti somme.

Se ad oggi non ci sono prove di un club di Serie A o B finito nelle mani della criminalità, lo stesso non si può dire per alcuni settori che ruotano attorno al calcio.

Le informative della forze dell’ordine da anni ci indicano come la ‘ndrangheta abbia stretto rapporti con membri di spicco di alcuni gruppi ultras delle squadre del Nord, in cerca di forze nuove da usare nel traffico di droga e nelle estorsioni. In quest’ottica è utile riprendere il discorso Lazio. Nella cordata che puntava ad acquistare la squadra, oltre Diana e Chinaglia, c’erano elementi organici alla curva della Lazio e agli ambienti dell’estrema destra romana, che hanno ripetutamente minacciato e fatto pressioni sul presidente Lotito affinché cedesse il club, fiduciosi, probabilmente, di trarre maggiore profitto dall’eventuale nuova proprietà.

E poi ci sono altri due business attraverso i quali lucrare, il bagarinaggio, anche se il fenomeno si è notevolmente ridotto da quando sono stati inseriti i biglietti nominativi, e il mercato del falso, che in alcune realtà si è totalmente mangiato il merchandising ufficiale. Bandiere, sciarpe, abbigliamento e magliette con il logo ufficiale, ma senza pagare i diritti. In questo caso però si parla quasi sempre però di gruppi criminali medio piccoli.

Ci sono sufficienti elementi per poter sostenere che le mafie facciano male al calcio. È così?

È così. Il tema interessa soprattutto le piccole e medie società, perché il calcio minore è un calcio profondamente in crisi. Oggi a vedere le partite della Lega Pro ci sono massimo 400 -500 persone, numeri che 30 anni si vedevano in eccellenza o in promozione. Te la poni la domanda: come si fa a gestire una squadra di serie C o ancora peggio di serie D e promozione? Chiaro, c’è ancora qualche mecenate che investe per passione, o magari spinto dalla genuina volontà di crearsi una rete di relazioni grazie al calcio, ma sono sempre meno, soprattutto nei territori ad alta densità mafiosa.

E qua ci dobbiamo porre la seconda domanda: perché sono sempre meno? Perché nei territori in cui la presenza della criminalità è soffocante, un qualsiasi imprenditore che vuole usare il calcio per fare il salto di qualità, si deve porre il problema che dovrà rendere visibili le sue ricchezze e dovrà fare i conti con personaggi legati agli ambienti criminali. Questo significa inevitabilmente rendersi vulnerabile.
Anche per questo motivo in serie A e B, fra le squadre del Sud, sono pochissime quelle che non provengono da un capoluogo di provincia, anche per questo motivo al Sud non vengono fuori “miracoli sportivi” come il Chievo e il Sassuolo, ovvero società che sono parte di una galassia imprenditoriale più ampia, che può agire in quel modo anche perché agisce in territori a basso inquinamento criminale.
Nel dossier dell’OCSE del 2009, in cui si parla del rapporto fra mafie e calcio, viene utilizzato il termine “SUGAR DADDY”. Lo sugar daddy sarebbe il regalo che l’uomo fa alla propria amante per portarsela a letto, il regalo per una storia che non sarà mai seria, destinata a rimanere senza futuro. Se ci pensiamo bene le mafie si comportano così, non hanno intenzioni serie, non investono nel calcio guidati dalla passione, ma lo usano, ne traggono profitto e poi lo buttano via.


  • 32 anni, Umbro Yugoslavo, medico appassionato di sport, letteratura e psicologia.

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