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Toni Kroos

Toni Kroos, lo stratega


A 34 anni il centrocampista tedesco è ancora il fulcro del Real Madrid.

Pep Guardiola inaugurò l'era del calcio posizionale con il famigerato aforisma sullo spazio, regalando a chi scrive di sport – e chiaramente di calcio – la prima decriptazione per il gioco del Barcellona degli anni '10. Una stele di Rosetta, il tentativo di razionalizzare un'assurdità: e cioè che a calcio, come aveva cominciato anni prima a predicare Johan Cruyff, si può giocare senza un centravanti, purché la squadra – intesa come un unico organismo pensante – si muova in funzione delle porzioni di campo libere, e che le occupi con rigore e scientificità. Non importa in che ruolo tu nasca, ma quello che interpreti a seconda del contesto.

È curioso ripensarci oggi che il migliore marcatore del Manchester City è un attaccante puro, famelico, un cacciatore di bestiame come Haaland – ed è curioso soprattutto pensarci dopo che l'incontro a Monaco di Baviera, tra Guardiola stesso e Lewandowski, ha portato Pep a modificare piccoli pattern del suo sistema.

Nelle avventure successive al ciclo di Barcellona, l'evoluzione del gioco di posizione ha ruotato interpreti e soluzioni tattiche – siamo passati dai falsi terzini, come Lahm e Alaba, ai falsi centrali come Stones – tenendo presente un principio irrinunciabile: esercitare l'individuazione dello spazio libero da occupare con gli smarcamenti, o da liberare attraverso un passaggio verticale, per allenare i giocatori ad avere più sensibilità intellettiva, a essere brillanti nell'anticipare il proseguo dell'azione.

Per qualcuno è una bieca stortura dello sport, come vedere undici ragionieri che giocano a calcio. Per altri educa i giocatori ad essere più consapevoli.

Toni Kroos è stato allenato da Guardiola ai tempi del Bayern per una sola stagione, ormai 10 anni fa, ma non c'è una componente del suo modo di interpretare il calcio – e lo spazio che i compagni devono occupare intorno alle sue letture – che non sia figlia di quel sistema marcatamente posizionale. In una recente intervista a The Athletic è sembrato così in debito per le lezioni che lo hanno portato a diventare il regista maturo che ancora oggi è il fulcro del Real Madrid da dirsi «orgoglioso di aver lavorato con Guardiola».

Per il suo stile di gioco la conoscenza è fondamentale. Con l'aria di un tenente dell'impero asburgico, Kroos staziona sulla riga del centrocampo e chiede la palla: può entrare nel vivo del gioco solo toccandola, sentendo il cuore della squadra pulsare e, poi, senza farsi notare, manipolarne la struttura a suo piacimento. Come uno scacchista. Una volta Casemiro ha detto: «Il Real Madrid va alla velocità che sceglie Kroos». E non ci sono parole migliori per descrivere la grandezza posizionale con cui Kroos ha dominato la scena la scorsa settimana, nella semifinale di andata di Champions League tra Bayern e Real.

Per i primi 23 minuti il Real Madrid ha potuto poco contro il dominio territoriale del Bayern, oltre che annaspare con un palleggio sterile, spesso piegato a una bieca circolazione di palla a ridosso della linea di metà campo. I tedeschi hanno sfiorato il gol con un tiro incrociato di Sané a sinistra, ma la concentrazione di Lunin ha evitato il gol.

Lucas Vazquez batte una rimessa laterale e il Bayern, con il pressing di Muller, Sané e Musiala, crea già una camera senza ossigeno intorno alla trequarti difensiva del Real Madrid. Allora Toni Kroos fa due cose. Innanzitutto riceve il pallone da Vazquez, lo addomestica con due palleggi da foca, usando coscia e piede; si pianta intorno alla sfera e con il piede sinistro anticipa Muller. Fallo. Pressione alleggerita. Pericolo scampato.

Può sembrare una giocata banale, di quelle che un centrocampista esegue quasi senza pensarci, per resistere il più a lungo possibile al tentativo dei suoi avversari di rubargli la palla. Un gesto istintivo di protezione, di conservazione della specie.

È, però, una qualità primordiale del gioco di Kroos: lavorare a stretto contatto con il tempo, danzando nelle sue strette increspature, velocizzando e rallentando il ritmo a suo piacimento, come se toccasse la palla e contemporaneamente seguisse uno spartito.

Per lunghe fasi della partita il Real Madrid ha boccheggiato al limite della propria area, e per ricaricare i polmoni d'ossigeno si affidava a Kroos, alla sua calma e alle sue letture. Lui giocava in coppia con Tchouameni nel 4-2-2-2 ibrido sperimentato nelle ultime uscite di Champions da Ancelotti, per permettere a Rodrygo e Vinicius di partire entrambi da sinistra, la loro zona d'influenza preferita - in effetti è stata una trovata sagace, che ha funzionato già contro il Manchester City, sia all'andata che al ritorno.

Kroos si è comportato da perfetto centrocampista di un sistema posizionale. Secondo i dati di Sofascore, ha completato 79 passaggi – su 82 tentati, 96% di precisione – 7 lanci lunghi e 3 passaggi chiave.

Il Real Madrid di Carlo Ancelotti, ormai lo abbiamo imparato, è una creatura strana, che può farti sbadigliare per decine di minuti prima di intessere una trama pericolosa e farti sobbalzare dal divano. Una squadra che vince con l'aria di un impero ciclico e perenne. Una sovranità necessaria, invocata dall'investitura storica del club e del suo allenatore. La natura del suo gioco è relazionale, e cioè si fonda sulla connessione dei migliori talenti del mondo più che su un sistema deterministico. Nelle azioni offensive del Real Madrid non ci sono modelli rigorosi, ma pennellate istantanee: pure e semplici giocate in cui due, o più, giocatori si scambiano la palla con una qualità eccezionale.

A volte però anche il Real ha bisogno di rallentare le lancette dell'orologio. Ormai ogni club d'élite ha un suo grande passatore, spesso un mediano di posizione – Rodri, Jorginho, Xhaka ne sono solo alcuni esempi, pur con caratteristiche diverse – che diventa una passing machine. Un essere umano a cui viene chiesto di minimizzare gli errori. È un'esigenza venuta ad ampliarsi dalla capillarità con cui si è diffuso il pressing a uomo: in certe zone è meglio non assumersi rischi, preservare il possesso, accentuare il dominio. E forse vale la pena ricordare che nessuno è migliore di Toni Kroos in questo aspetto.

Un esempio, ancora dalla partita contro il Bayern, pochi secondi prima del gol di Vinicius.

Il Real Madrid mantiene il suo possesso sornione, senza grandi idee per attaccare il blocco medio-basso del Bayern, che si difende con tranquillità. Allora Kroos prende in mano l'azione, prima piazzandosi tra i due centrali per ricevere palla senza pressione e guardare il campo...

...e poi, dopo aver passato la palla a Bellingham, e quello averla ceduta a Rudiger, Kroos si defila sul lato destro, come nascondendosi dietro una siepe, per scomparire e ricomparire dietro le linee di pressione del Bayern. È una tecnica che, come vedremo tra poco, ha funzionato.

«Siamo ancora in contatto» ha detto poi Kroos di Guardiola: «non dimenticherò mai quello che mi ha insegnato».

Negli ultimi anni il Real Madrid ha avviato una lunga transizione generazionale, che ha preso piede soprattutto a centrocampo. Sono arrivati talenti freschi, dalle prestazioni atletiche e tecniche fuori scala per quasi ogni squadra del mondo, come Valverde, Camavinga, Tchouameni. Con il trasferimento di Casemiro al Manchester United, nell'estate 2022, è cominciata l'era di sgretolamento della Santísima Trinidad – il centrocampo a tre composto da Kroos, Casemiro stesso e Modric – che aveva allungato il suo regno per quasi dieci anni. Da questa stagione, poi, si è ridotto anche il minutaggio di Modric, prossimo ai 39 anni e con il contratto in scadenza. Chi poteva aspettarsi un destino diverso per Kroos?

A gennaio ha compiuto 34 anni e il suo futuro non è chiaro. Anche se dopo l'andata contro il Bayern si è tornato a parlare di un suo rinnovo, tra qualche mese sarà libero dal contratto con il Real Madrid. Qualche giorno fa ne ha parlato anche Jorge Valdano: «Il Real deve stare attento, non può permettersi di perdere Kroos» ha detto, in un appello pubblico al club madrileno. «In rosa ci sono molti giovani energici, come dice Ancelotti, ma un solo stratega».

«Deciderò il mio futuro quando mi sentirò pronto» ha detto dopo l'andata degli ottavi vinti a Lipsia. «Vorrei giocare ancora in Champions, ma le cose si fanno in due».

Per il Real Madrid è ancora impensabile di rinunciare al rigore con cui Kroos lavora lì in mezzo. E non è un discorso valido solo per la fase di possesso. «Lavoro sul mio fisico per gestire tre partite a settimana senza avere problemi» ha dichiarato di recente Kroos, «per ora sta andando bene». Nel doppio incontro con il Manchester City è passato sotto traccia il suo lavoro difensivo: nell'estenuante arrembaggio degli inglesi, Kroos si abbassava spesso sulla linea dei difensori, sul centro-sinistra.

Qui, al 60° dell'andata, è evidente la difesa a 5 creata dalla posizione di Kroos, al fianco sinistro di Rüdiger, utile ad assorbire il taglio di Stones.

Toni Kroos

Mentre, solo qualche secondo dopo, una bella lettura gli evita di effettuare un contrasto brutale. A volte, persino quando difende, Kroos mi sembra il testimone di un matrimonio: ci tiene che tutto vada bene, che il suo vestito non si sporchi, che la festa proceda senza intoppi.

Era una soluzione studiata da Ancelotti per aumentare la densità centrale, e imbottigliare il palleggio del City nella zona di rifinitura, la più vulnerabile. È stato un lavoro interpretato da Kroos con la calma dell'acqua di mare di agosto alle otto del mattino. Con un silenzio religioso. Kroos non ha brillato per tackle particolari o chiusure che hanno salvato il risultato: gli è bastato intercettare qualche filtrante, pulire l'area nel momento del bisogno.

Anche in Liga il suo lavoro sporco è evidente: secondo FBref, è nel 29% dei centrocampisti con più contrasti tentati, anche se gli intercetti diminuiscono – ne effettua solo 0.60 a partita. I dati lo raccontano ancora meglio se ci addentriamo nella voce dei passaggi: Kroos è primo in Liga, in ordine, per:

  • Passaggi tentati (103.9 a partita)
  • Percentuale di passaggi completati (91.2%)
  • Passaggi nell'ultimo terzo di campo (13.78 per 90')
  • Distanza totale di passaggi progressivi (585.83 mt)

Poche volte, nella scatola di imprevisti della partita, Kroos non è consapevole di ciò che avviene intorno a lui. Vi sarà di certo capitata sotto gli occhi la raccolta di video che sta girando sui social, in cui Kroos è ritratto in conduzione di palla mentre il suo dito indica ai compagni la direzione da seguire. È la prova materiale della sua intelligenza, una finestra sulla sua profondità di letture.

E così arriviamo al momento della Grande Visione. Pochi minuti dopo il fallo ricevuto da Müller, la palla arriva di nuovo tra i piedi di Toni Kroos. È pressato da Kane. Nessun problema: scarico a destra. Vazquez, timidamente, non si imbottiglia nel traffico della fascia e vuole ricominciare. Riappoggia a Kroos, stavolta libero per la pigrizia di Kane e Müller.

Vinicius Jr. – che gioca quasi da attaccante centrale – finta di offrire uno scarico centrale. Kroos sta conducendo con la fronte alla porta, su di lui deve spezzare la linea Laimer ma è troppo tardi. Nel frattempo che quello va in pressione, Kroos ha già puntato il dito a indicare lo spazio alle spalle di Kim Min-jae, che aveva seguito Vinicius a centrocampo lasciando dietro di sé una voragine che né Kimmich, distratto da Rodrygo, né Dier davano l'idea di poter coprire.

«Non è stato niente di speciale» ha minimizzato Kroos nel post-partita, quando gli è stato chiesto di commentare l'assist che ha offerto per il gol di Vinicius. «Gran parte del merito è suo, ho potuto fare il passaggio grazie al suo movimento».

Guardando l'azione dopo aver letto le parole di Kroos, in effetti sembra tutto facile. Un comune passaggio verticale, mentre la difesa del Bayern si fa attirare dall'ossessione per l'uomo e non difende la profondità; l'errore di Kim Min-jae che si fa stanare come un topo dal gatto Vinicius; qualcuno ci ha visto persino una mancata uscita di Neuer.

Non è vero. Quella di Toni Kroos è una prospettiva che forse nasconde un privilegio innato, come se ci stesse dicendo Beh, è banale, per fare quel passaggio serve avere il mio talento. Kroos non si rende conto che il passaggio per Vinicius è speciale perché si sente dannatamente speciale?

C'è un'inquadratura lontana, presa da una camera più alta e che giaceva sopra la porta del Bayern, che ha catturato bene la feritoia spazio-temporale in cui Kroos ha agito per mandare Vinicius in porta, ed è sublime. La precisione con cui colpisce la palla con il suo piatto classico, contando i giri finali. Soprattutto è incredibile la sequenza dei movimenti di Kroos: dice a Vinicius cosa fare con la mano destra mentre corre, quello esegue gli ordini e si trova a tu per tu col portiere, nel giro di qualche secondo. Perché non ci provate anche voi? Sembra un gioco da ragazzi: vi servirà solo leggere in anticipo il vuoto alle spalle di Kim.

«Un passaggio magico» l'ha definito poi Rodrygo, dicendosi entusiasta della classe di Toni Kroos anche in chiave futura: «Spero che rimarrà».

Questo assist ha avuto il merito di mettere al centro della scena un centrocampista d'ombra, che non è molto appariscente ma senza il quale sarebbe difficile vedere il Real Madrid addormentare la partita con la palla tra i suoi piedi quando soffre, o cacciare un coniglio dal cilindro dell'abbacinante talento offensivo. Toni Kroos è diventato una guida nel ringiovanimento del Real, uno dei pochi appartenenti a un'epoca diversa, che pure riesce a trovare fortuna in questa. Contro le previsioni di qualche mese fa, a giugno andrà agli Europei con la Germania: lo ha convinto Julian Nagelsmann, offrendogli responsabilità amministrative nei nervi più delicati dell'impalcatura tedesca.

Nelle amichevoli di marzo, anche grazie al suo ritorno, la Germania sembrava rinata. Non dev'essere stata dura da credere per Toni Kroos: ormai è abituato a essere, malgrado l'età, irrinunciabile.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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