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Inguscio Ungheria
, 8 Maggio 2024

Essere vice dell'Ungheria, intervista a Cosimo Inguscio


Tra Szoboszlai e Kerkez, tra la crescita dell'Ungheria e il rapporto con Marco Rossi.

Intercettiamo Cosimo Inguscio, vice allenatore dell'Ungheria, in una serata particolare. Il Comitato Esecutivo dell'UEFA ha comunicato da qualche ora la possibilità di convocare fino a 26 giocatori per nazionale a Euro2024. La richiesta, espressa da diversi selezionatori e CT delle nazionali più quotate, è in linea con le liste di Euro2020: se nello scorso torneo itinerante 3 giocatori non potevano, a turno, comparire in distinta, in Germania ciascun CT potrà portare in panchina tutti e 2 i portieri e le 13 riserve di movimento.

Cosimo Inguscio, vice di Marco Rossi sulla panchina magiara, ci concede il suo prepartita di Fehérvár-MTK Budapest, anticipo della 31° giornata di OTP Bank Liga. "Passare da 23 a un massimo di 26 non è automatico, dovremo tenere in considerazione più profili provenienti dal campionato ungherese. Favorirà squadre come l'Italia, Spagna, Inghilterra, che possono scegliere in mezzo a 50 giocatori di pari livello o quasi. Per noi e per altre nazionali sarà più complicato non avere un distacco tra i titolari e le ultime scelte, però... Faremo in modo che anche l'Ungheria sarà rappresentata da 26 giocatori tutti affidabili, tutti su cui poter contare". Se esiste però, nel panorama del calcio europeo per nazionali del 2024, uno staff tecnico in grado di reinventarsi e adattarsi al contesto è quello dell'Ungheria. Grazie, anche, alla presenza di Cosimo Inguscio.

Non capita tutti i giorni di leggere le parole di un assistente che dichiara di "voler essere il miglior viceallenatore del mondo". Perché rivendica l'importanza di questa posizione, percepita come "subalterna e quindi di secondaria importanza in uno staff tecnico? Difficile anche definire un modello: se un calciatore ha un idolo sin da bambino e un allenatore un altro mister a cui ispirarsi, la cosa vale anche per un vice? se magari da calciatori si ha un idolo, un modello, da allenatore si ha un modello e esiste un viceallenatore modello, e nel caso se lei lo ha, lo ha avuto?

Non voglio sembrare immodesto: per me il top è arrivare a essere il migliore secondo, perché lo vedo come una professione. Però se dovessi mai, per qualsiasi motivo, diventare un capo allenatore tra i professionisti, mi piacerebbe che il mio secondo fosse come penso di essere io in questo momento. Non lo dico con vanto: sono convinto che, nel momento in cui questa figura dovesse essere come me, la penserebbe esattamente a modo mio. Il ruolo di vice è fondamentale, ben distinto dall'allenatore in prima, ma non significa che sia inferiore. Ha i suoi pro, i suoi contro, i suoi limiti: bisogna capire qual è il confine tra l'allenatore e il primo assistente. Però è un compito basilare all'interno di uno staff, di uno spogliatoio, di un club o di una Nazionale.

Non ho mai avuto un punto di riferimento da emulare come secondo: solitamente i membri dello staff dopo un po' cambiano, vogliono diventare primi... Uno di quelli che mi intriga è Guy Stéphan, il vice allenatore della Francia: lo vedo da sempre legato a Deschamps (2009-2012 Marsiglia, 2012- Francia, ndr), mi fa piacere... Oppure Steve Holland: anche lui lo noto da anni al fianco di Gareth Southgate (2013-2016 Inghilterra U21, 2016- Inghilterra, ndr). Loro due sono dei secondi che riesco facilmente a individuare, di solito non succede che uno li sappia riconoscere perché si è portati a cambiare.

Riferendosi alla pressione e alle responsabilità, tecniche e mediatiche, che un vice allenatore evita rimanendo in secondo piano, non ha mai pensato che potesse essere una sorta di autogiustificazione?

Per quanto mi riguarda, tornare capo allenatore non è un aspetto che mi fa gola. Anche quando ero nelle categorie inferiori in Italia ho lavorato come secondo: l'ho fatto al livello dell'attuale serie D e Lega Pro, Ma se a livello tecnico c'è fiducia nella relazione col primo allenatore, perché cambiare? Con Marco (Rossi, ndr) siamo insieme da 13 anni, c'è totale affidamento da ambo le parti: riusciamo a combinare i ruoli, far sì che ognuno non interferisca nel ruolo dell'altro.

A livello di rapporti nello spogliatoio essere il vice cambia molto, è ovvio, però non è la pressione che viene meno. Non ti fa pensare meno, non ti fa rimanere calmo perché tanto rischi poco. Mi sento responsabile in tutto come si sente responsabile Marco, la pressione c'è sempre. Ovvio che qualcosa cambia nella relazione col calciatore: molto spesso non si riesce a dire una cosa al mister, allora è molto più facile che vengano a confidarsi con te. Ma è un aspetto che deve aiutare nella crescita del gruppo, qualcuno deve esserci e quel qualcuno è il secondo.

Lo staff dell'Ungheria, in parte italiano e in parte autoctono, come comunica tra sé e con i giocatori? Si utilizza sempre l'interprete in situazioni codificate come l'allenamento o le riunioni video o si cerca di gestire in autonomia, utilizzando anche l'inglese o altre lingue?

Io e Marco abbiamo iniziato questa avventura nel giugno 2012. Io ero già all'Honvéd B portato da Vincenzo Mazzeo, che mi chiese un aiuto per poter preparare al meglio la squadra per il Torneo di Viareggio 2012. Essendo amico gli diedi la mia disponibilità, dicendo che alla fine del torneo me ne sarei ritornato in Italia. Così fu, peccato che poi mi richiamarono a maggio. Fabio Cordella, DS dell'Honvéd dell'epoca, mi chiese se fossi interessato a collaborare con colui che sarebbe stato il nuovo allenatore della prima squadra, Marco Rossi.

Ci ritroviamo con Marco a giugno ed eravamo solo noi due: non c'erano altri collaboratori tecnici, preparatori atletici, match analyst. Eravamo davvero soli a fare il tutto. Coi ragazzi parlavamo in inglese già al tempo: Marco lo parlava in maniera fluida, io molto meno. Nel corso degli anni ho dovuto perfezionarlo, era obbligo farlo. Marco parlava con lo spogliatoio in inglese e in spagnolo: nel club c'erano molti sudamericani e Marco, avendo giocato nell'América di Città del Messico, l'ha utilizzato sin da subito.

Non abbiamo mai avuto nessun interprete che ci abbia aiutato, anche perché al di fuori dell'Italia il 90% dei ragazzi parlano perfettamente in inglese già in età scolastica, è un limite prettamente italiano... Ci siamo districati in questo modo e nel corso degli anni, mano a mano, si è perfezionata la lingua.

Adesso si comunica solo in inglese, qualcuno dei ragazzi addirittura riesce anche in italiano o in spagnolo. L'ungherese è davvero ostico, non è una lingua che si impara solitamente a scuola ma che richiede tanto tempo per apprendere. Abbiamo inserito molti vocaboli, specialmente quelli che ci possono aiutare durante una partita o un allenamento, ma dire che lo utilizziamo con costanza col gruppo sarebbe troppo... (ride, ndr)

Ha allenato due squadre di club (Honvéd e DAC Dunajska Streda) e adesso una Nazionale al fianco dello stesso allenatore. Quanto è differente un contesto dall'altro, nonostante il collega di riferimento sia lo stesso? C'è così tanta discrepanza nel lavoro di campo tra il club e la Nazionale o è più una questione di gestione a livello umano a pesare?

Credo che cambi molto essere selezionatore e vice-selezionatore di una nazionale o allenatore di una squadra di club. Con il club ti relazioni ogni giorno, hai mille modi per entrare nella testa dei ragazzi, hai mille modi di recuperare qualcosa che non è andata bene. In Nazionale hai finito la seconda gara della finestra e lasci ragazzi di cattivo umore se si è perso o entusiasta se hai vinto. Li ritrovi dopo tre mesi in cui non condividi praticamente nulla con loro, se non qualche riunione Zoom che facciamo per tenerci vicino. Però è totalmente differente, in un club riesci a entrare dentro la squadra molto più appieno. A onor del vero, ora siamo riusciti in un certo modo a farlo anche con la Nazionale, visti i risultati, nonostante ci sia la mancanza di lavoro quotidiano.

Anche per quanto riguarda l'aspetto fisico, per esempio, non puoi incidere in alcun modo. Quando ci troviamo, molto spesso facciamo 2 gare in 9/10 giorni: non puoi fare altro lavoro che non sia aiutarli a recuperare. Il tempo che passano con noi è solo un tempo che viene utilizzato al meglio per farli recuperare dalle fatiche del club, quindi pensare di incidere a livello fisico secondo un nostro interesse non esiste.

L'evoluzione tattica e della proposta di gioco dell'Ungheria, da quando siete arrivati voi, è stata apprezzata a livello internazionale. Innanzitutto, se e quanto è contato il cambio di modulo in una diversa prospettiva dell'approccio alla partita, in un'epoca nella quale forse si "sopravvaluta" come si disegna l'11 sulla lavagna? Questo cambiamento, sia a livello teorico che poi nell'attuazione concreta, è stato un passaggio drastico o graduale?

È stata una decisione presa l'indomani della gara perduta in Galles, nell'ultima giornata della fase di qualificazione a Euro2020. In quel momento eravamo una squadra che molto spesso era destinata ad avere una minore percentuale di possesso palla e di gestione della gara rispetto alle squadre che incontravamo. Anche sulla base delle caratteristiche dei calciatori, abbiamo deciso di passare a 3 dietro, un 3-5-2 all'epoca trasformato poi in 3-4-2-1.

Da diverse gare facciamo solo questo, però non siamo integralisti. L'unica cosa per noi imprescindibile è quella del gioco a 3 dietro, abbiamo considerato che ci può aiutare moltissimo e continueremo a basarci su quello. Se poi possiamo giocare a 4 in mezzo al campo con un 10 e due attaccanti o con due elementi a collegare i reparti, questo lo vediamo di volta in volta, a seconda della gara e della squadra che affrontiamo o del risultato stesso.

La sfida col Galles ha preceduto di poco lo spareggio con l'Islanda: la positività del CT al Covid, la sua presenza in panchina a gestire in prima persona una partita storica per l'Ungheria, il finale memorabile... Come ha vissuto quei giorni?

Il giorno prima della gara (11 novembre 2020, ndr) facciamo il tampone rapido per vedere se fossimo positivi al Covid, come era prassi al tempo. Facevamo il tampone ogni giorno, e ogni sera avevamo il risultato. Marco riceve la "bella" notizia della positività al Covid: un disastro. La comunicano a lui, e lo staff stava solo aspettando che lo dicessero a tutti: eravamo perennemente in contatto con Marco, non ci spieghiamo ancora oggi come abbia fatto a essere positivo solo lui.

Avevamo già quasi deciso tutto, mancava solo la gestione della partita di per sé. Però per formazione e preparazione è già stato tutto fatto, fortunatamente. Siamo andati avanti con collegamenti prima e durante la gara, sia durante i 90' che all'intervallo. È stata una dinamica un po' difficile, mai provata. Però per fortuna i ragazzi sono stati bravi: è stata anche una motivazione di più, il fatto che Marco non stesse in panchina fisicamente.

Già due volte mi era capitato di sostituire Marco in panchina a causa di una squalifica: ricordo che scaramanticamente avevamo scherzato nel prepartita, dicendo che non ci sarebbe stato due senza tre... (ride, ndr) Alla fine andò bene, ci siamo qualificati vincendo una gara che fino all'88° stavamo perdendo...

Quella partita, nella sua personale classifica delle soddisfazioni più grandi dell'esperienza in Ungheria, dove sta? Prima delle gare di Euro2020 o altre sfide di Nations League?

Quella con l'Islanda penso sia la più significativa, alla pari della qualificazione a Euro2024 o della vittoria del campionato con l'Honvéd, a livello di obiettivo raggiunto, per la gioia per quello che stava succedendo in campo e per quello che è successo alla fine. Di queste, forse, è quella che ricordo con più piacere.

Ma in senso assoluto, senza guardare al risultato nell'immediato, Inghilterra-Ungheria 0-4 in una gara che valeva tre punti... Era sì una gara di Nations League, ma credo che rimarrà qualcosa di indelebile, che potrò raccontare tranquillamente ai miei nipotini tra qualche anno.

Arriviamo, finalmente, a parlare dell'Europeo in arrivo. Prima di tutto, le ultima amichevoli che avete fissato alla vigilia di Euro2024 (Irlanda, 4 giugno, e Israele, 8 giugno, ndr) nascondono una motivazione tecnica in particolare o è dettato da accordi con nazionali disponibili già da mesi? La somiglianza con squadre che incontrerete in Germania è casuale, voluta o inesistente?

Quando si organizzano le amichevoli, lo si fa mesi e mesi prima della data fissata. Ci sono un po' di incastri da combinare: squadre che non sono qualificate alla fase finale del torneo, squadre che possono venire in Ungheria o che preferiscono giocare in casa... C'era una griglia che, man mano, si è snellita. Abbiamo scelto queste due nazionali che, secondo i nostri intendimenti, potevano aiutarci a trovare il miglior ritmo. L'Irlanda è una squadra di tutto rispetto, ha un modo particolare di giocare che può tornare utile quando andremo ad affrontare la Scozia. Israele, per altre peculiarità, è molto vicina invece a quella che potrebbe essere la Svizzera di Yakin.

Oltre a Scozia e Svizzera, però, l'avversario più grande del gruppo A sarà la Germania padrona di casa. Che effetto fa incontrarla nuovamente? Cambia qualcosa nella preparazione della gara, rispetto ad altre due nazionali che non avete mai fronteggiato ma di rango inferiore, se la squadra di maggior qualità è stata già affrontata sul campo?

Quando siamo stati estratti con la Germania, ci abbiamo scherzato su. Gli ultimi risultati tedeschi contro di noi non sono stati molto buoni, abbiamo vinto soltanto noi e pareggiato in un altro paio di casi. Abbiamo avuto un po' di paura nel pensare quello che potrà essere la gara con la Germania in casa loro, valevole per l'Europeo e non per una Nations League...

Ogni gara è una gara a sé. Tu vai ad incontrare la Germania, hai la fortuna - o sfortuna, dipende come la si vede - di giocare contro una squadra in cui 20 giocatori sono conosciuti in tutto il mondo: hai ben poco da scoprire. La Svizzera e la Scozia magari sono meno riconoscibili a livello individuale, ma la preparazione di una gara non prescinde dal conoscere quanti più aspetti possibili. Che sia l'Albania, Andorra o l'Italia. Il nostro modo di preparare è sempre lo stesso, trovare quanti più aspetti possibili negli avversari e capire come fare per non farsi male una volta che li incontri. Cerchiamo anche di mettere in atto qualcosa che possa fare loro del male, ma non stiamo inventando nulla, è qualcosa che fanno tutti gli allenatori e tutte le squadre del mondo.

Non puoi andare a giocare un Europeo pensando di essere il migliore e preparando una gara superficialmente, pensando di conoscere abbastanza anche il più forte degli avversari. L'Italia, la Germania, la Francia, la Spagna sono formazioni che preparano le sfide esattamente come noi, cercano quante più notizie possibili per presentarsi al meglio, è uno stimolo ulteriore per tutti gli staff.

A livello extracampo, invece, come procede l'avvicinamento di una Nazionale come l'Ungheria a un evento così totalizzante come Euro2024?

Dopo il sorteggio, tutto lo staff ha staccato un po' la spina. Il primo obiettivo è stato quello di cercare di organizzare subito il luogo del ritiro. In quello è stato fantastico Attila Tömő (team manager della Nazionale ungherese, ndr): abbiamo delegato tutto a lui e ha trovato la sede di Weiler im Allgäu. Sappiamo che era stata adocchiata da moltissime altre squadre di rango, tra cui l'Italia, le quali avevano manifestato l'intenzione di accaparrarsela. Ma Attila ha anticipato tutti.

Trovato il ritiro, poi abbiamo fissato le varie riunioni, i contatti, anche telefonici, per cercare di organizzare al meglio la nostra permanenza in Germania. Come ultima cosa, abbiamo certificato gli avversari delle ultime due amichevoli di preparazione.

Ha parlato di giocatori conosciuti in tutto il mondo. Se in Italia si parla di Ungheria del calcio, il nome che balza subito alla mente è Dominik Szoboszlai. Ma è anche curioso che altri due pilastri dei Magyarok come Gulácsi e Orban condividano la stessa formazione ad alti livelli di Szoboszlai. Il cosiddetto modello Red Bull ha avuto influenza nella costruzione della vostra proposta di gioco? O i giocatori sono in grado, a livello mentale, di vivere serenamente uno stacco tra quello che si costruisce in un club e una nuova proposta come quella dell'Ungheria?

Gulácsi e Orban, come Sallai e altri ragazzi potrebbero tranquillamente giocare in un buonissimo club in Italia, Spagna, Francia, Germania, Inghilterra. Loro sono più che contenti di stare a Lipsia, che è diventata anche grazie a loro una squadra di alto livello in Germania, un campionato di primissima fascia.

Dominik Szoboszlai è un caso a parte. Lo conosciamo dai tempi in cui giocava nel Liefering, poi al Salzburg e ancora al RB Lipsia. Era un predestinato: aveva delle qualità che, una volta messe al servizio del club o della Nazionale, hanno dimostrato tutto il suo valore. La sua crescita individuale ha inciso molto, per lui e per noi: andare al Liverpool significa che vivi già con tante persone addosso. Sei qualcosa di fuori dall'ordinario, un top player. Non spendono 70 milioni per te, altrimenti.

Però credo che abbia influito molto anche la sua esperienza con l'Ungheria. Marco ha deciso di dargli la fascia di capitano a 20 anni, l'ha messo di fronte a una crescita obbligata dal punto di vista della persona. E questo non poteva fare altro che giovare alla crescita professionale.

Per quanto riguarda l'aspetto più tecnico, diciamo che con Szoboszlai ci siamo trovati a dover fare un compromesso. La squadra si adegua un po' a lui e lui si adegua un po' di più alla squadra: c'è una voglia costante da parte di Dominik di migliorarsi per migliorare la squadra, non solo per un proprio tornaconto personale. Questo significa veramente essere un grande capitano.

È scorretto dire che, tra gli elementi affacciatisi con maggiore continuità nel nuovo corso dell'Ungheria, generazione, il principale riferimento sia Milos Kerkez? Al Bournemouth ha vissuto la prima esperienza in Premier League dopo una formazione tra Austria, Ungheria, Italia e Olanda: lo avete visto molto diverso durante i ritiri, grazie alla crescita di settimana in settimana garantita dalla Premier, o ha soltanto grattato la superficie del suo potenziale?

Milos è cresciuto molto allenandosi nel contesto di una squadra di Premier giorno per giorno, però questo non significa che sia al top: ha ancora grandissimi margini di miglioramento. L'aspetto che Kerkez deve migliorare di più, e su cui sta e stiamo lavorando con maggiore attenzione, è la gestione delle energie: è un generoso, molto spesso ne spende senza che possano portare alcun frutto. Quando capirà come amministrarle potrà fare solo meglio, perché nel momento in cui dovrà fare delle scelte in campo sarà più lucido.

Grazie al passato da terzino sinistro nel dilettantismo pugliese, per Kerkez ha più un occhio di riguardo o un occhio clinico?

Non siamo contenti di Milos, siamo contentissimi. Vogliamo solo che presto acquisisca la predisposizione a una gestione furba del motore a disposizione. Siamo molto felici che sia allenato da Iraola a Bournemouth, in questo momento un club di fascia ancora più alta non gli avrebbe forse garantito di sbagliare e capire tanto quanto lo sta facendo adesso. Può solo arricchirsi, ora come ora.

Il terzino sinistro l'ho fatto, non in Premier ma nemmeno in Serie A e neanche in Serie B. Stiamo cercando di aiutare Kerkez perché ha tutte le carte in regola per diventare davvero un grandissimo terzino sinistro. C'è un po' di rammarico che sia andato via troppo presto dal Milan (febbraio 2021-gennaio 2022, 32 presenze totali tra Primavera 1 e UEFA Youth League, ndr), però sono scelte fatte da una società di tutto rispetto che sicuramente aveva valutato meglio di noi.

Un uomo come lei, nato ad Aradeo - comune di poco più di 9000 abitanti in provincia di Lecce - riceve la cittadinanza ungherese. In Italia - come di qualsiasi altra nazione che non sia la nostra - abbiamo una concezione forse un po' stereotipata dell'Ungheria, in quanto paese con fondamenti culturali ed espressioni molto diverse dalla nostre. L'esperienza, sua e di Marco Rossi, esemplifica al meglio come lo sport possa essere uno dei migliori canali di comunicazione tra persone dalla formazione diversa ma che riescono a unirsi sotto valori e concetti che valicano ogni confine. Che effetto l'ha fatto quando ha ricevuto, nell'ottobre 2023, i documenti da parte del Presidente della Repubblica?

Sono veramente lusingato dal fatto di essere stato nominato cittadino ungherese. Lusingato perché - come ho detto quel giorno al Presidente - mi piace pensare che questa riconoscenza ci venisse accordata non solo per l'aspetto calcistico, ma anche per le persone che siamo. Lo ribadisco: questo mi lusinga molto più del fatto di essere stato un allenatore con ottimi risultati in Ungheria. Perché sentirmi ungherese, dopo 13 anni che frequento questa nazione, mi gratifica. Mi dà la possibilità ancora più grande di poter dire a chi non è ungherese, a chi non conosce la realtà o la storia ungherese "Vi sbagliate".

Se si guarda al mondo ungherese come un mondo "di Serie B", per lo sport come per la cultura o il modo di vivere, si sbaglia. In Ungheria ci sono una cultura e tradizioni veramente inimmaginabili per noi, come possono essere tantissime altre in Europa. Molto spesso l'Ungheria non è apprezzata all'estero: forse adesso un po' meno, ma anche in Italia, quando si parla dell'Ungheria, credo che non ci sia il giusto rispetto.

  • (Bergamo, 1999) Calcio e pallacanestro mi hanno salvato la vita, ma anche il resto degli sport non è male. Laurea in Lettere, per ora, solo un pezzo di carta.

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