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Pogacar
, 6 Maggio 2024

Diario da Oropa, la rosa di Pogačar


La seconda tappa del Giro d'Italia è arrivata in un luogo iconico, il santuario di Oropa.

A 8 chilometri dal Santuario di Oropa, il più importante dell’arco alpino e la cui struttura originaria risale al IV secolo, lungo la strada che porta al centro di Biella, c’è un monumento in ferro. Rossiccio a causa della ruggine, composto da tante lastre piatte e appuntite che sembrano delle fiamme. C’è un cartello di fianco all’installazione che spiega ai pochi che non sanno dove si trovano: in questo punto della strada ci fu il famoso salto di catena che fermò momentaneamente Marco Pantani al Giro d’Italia 1999. È in questo punto che nacque la leggenda del Pirata, che da qui lanciò la lunghissima rimonta - prima scortato dall’intera Mercatone Uno e poi in solitaria - per recuperare il terreno dai suoi rivali diretti Jalabert e Jimenez e poi vincere la tappa.

Quando l’autunno scorso è stato annunciato il percorso del Giro d’Italia 2024, non ho esitato un attimo a scegliere quale tappa andare a vedere dal vivo. L’organizzazione del Giro ha deciso di piazzare l’arrivo della seconda tappa al meraviglioso santuario di Oropa, domenica 5 maggio: luogo speciale, di domenica, meglio di così? Quale occasione migliore del 25° anniversario di quell’impresa memorabile, nel giorno e nell’anno in cui un altro fenomeno potrebbe indossare la Rosa?

Andare a vedere da spettatore comune una tappa del Giro è sempre un’esperienza molto particolare. Può sembrare una cosa un po’ da matti: che senso ha impegnare dalle quattro alle sei ore della propria domenica per 30 secondi di passaggio del gruppo a tutta velocità? In mezzo tanta attesa, seduti in bilico su un muretto o per terra o dopo una sfacchinata di svariati chilometri in bici. Cosa rende guardare il ciclismo dal vivo così speciale? Quale motivo spinge tante persone a radunarsi a bordo strada?

La seconda tappa del Giro 2024 è la San Francesco al Campo-Santuario di Oropa: 161 km totali, gli ultimi 11 di salita verso la famosa chiesa che incombe su Biella. Il difficile: dove posizionarsi lungo il tragitto? Come arrivarci? Sono arrivata a Biella da Milano con la macchina: sapevo che avevano chiuso al traffico tutta l’ascesa dal centro città al Santuario, ho tentato la fortuna salendo verso la chiesa da un’altra strada, a nord. Una strada stretta, a senso unico alternato, riaperta a gennaio dopo quattro anni di chiusura a causa di una frana: in realtà immaginavo che a una certo punto avrei trovato la strada chiusa, ma confidavo di trovare un parcheggio da qualche parte e poter salire fino al santuario.

Incontro lo sbarramento molto prima del previsto e ho quindi ripiegato sul piano B: lasciare la macchina direttamente a Biella e salire lungo la via principale: ho rinunciato di fatto ad arrivare in vetta, ma in compenso avrei potuto trovare un ottimo punto di osservazione a metà salita sperando anche di indovinare la curva dove assistere all’attacco decisivo. Finalmente lasciata la macchina, mi avvio verso il centro città: sono circa le 11 e mezzo del mattino e l’arrivo della carovana è previsto verso le 16.30, quindi l’attesa sarà lunga. Che sia un giorno speciale si percepisce già da questa mattina: alle finestre, lungo i muretti che circondano le strade, sui pali dei semafori o della segnaletica, sono appesi palloncini, striscioni e coccarde rosa e tanti tantissimi ciclisti, uomini, donne e bambini, da soli o in gruppo in sella alle biciclette pronti ad affrontare la lunga salita verso il santuario: la strada è chiusa al traffico di macchine e moto, ma non a quello delle biciclette. Migliaia di ciclisti hanno approfittato quindi dell’assenza completa delle auto per affrontare questa salita iconica.

Il clima come sempre in queste occasioni è molto frizzante e allegro per l’attesa in generale, e perché quasi sempre gli appassionati di ciclismo sono raramente divisi dal tifo per questo o quell’altro ciclista, è una grande festa. La piazza principale di Biella è già piena di persone che si aggirano tra i bar per un caffè o uno spuntino prima di incamminarsi verso il santuario: i ristoranti, i bar, i negozi sono addobbati a festa: maglie, lo spumante brandizzato in rosa, menù speciali di giornata. La cittadina presenta il suo volto migliore. Nei pressi del cartello che segnala il traguardo volante a 11 km, c’è un camioncino che vende gadget a tema Giro da cui svetta una grande bandiera bianca, blu e rossa della Slovenia, a fianco la maglia Rosa: perché sì, oggi si aspetta che succeda propria quella cosa lì, che Tadej Pogačar prenda la maglia Rosa di leader. È ciò che di più scontato possa succedere quest’anno al Giro, ma i tifosi in giro non vedono l’ora che accada, lo si legge negli occhi, lo si sente negli spezzoni dei discorsi rubati: in che punto della salita Pogačar attaccherà?

Mi avvio verso la salita: ho deciso di camminare finché ce la faccio, poi si vedrà. Con me ci sono già tante persone che a piedi hanno avuto la stessa idea, mentre di fianco mi sorpassano molte bici, che puntano invece decise verso il santuario. A bordo la strada gli addobbi, gli striscioni, le bici dipinte di rosa sono già pronte per salutare i corridori. Dopo un paio di chilometri, ecco il punto che speravo di trovare: il monumento a Pantani mentre sull’asfalto a grandi caratteri c’è scritto Pantani sempre nella storia. Un signore invita i tanti appassionati a porre una dedica o una semplice firma su questo monumento “in modo da renderlo vivo”, come mi dice tutto felice. Ovviamente con pennarelli rosa.

il monumento in ferro arrugginito dedicato a Marco Pantani lungo la salita verso Oropa
Monumento del "salto di catena" di Marco Pantani al Giro del 1999

Verso le 14 decido di fermarmi proprio dove c’è il cartello che indica che mancano 6 km. Qui inizia il tratto più duro e c’è una stretta curva verso sinistra, con uno spiazzo, dei muretti: proprio quello che fa al caso mio. Ora comincia il tempo dell’attesa: tra panini, chiacchiere con gli altri appassionati, gli incitamenti per i tanti ciclisti amatoriali che piegati sul manubrio salgono sbuffando e la diretta sul telefono della corsa per vedere dove si trova la carovana, il tempo sembra volare via. Ogni tanto una moto della polizia o una macchina dell’organizzazione passa sfrecciando o suonando il clacson per farsi strada.

Verso le 16 tra il pubblico serpeggia una certa preoccupazione: giù a Biella dove sappiamo essere la corsa, Pogačar ha forato ed è caduto: ho forse atteso invano il talento sloveno? Ma poi torna il sereno: nulla di grave. Pogačar ha cambiato bici e insieme a due compagni UAE sta ricucendo lo strappo con il gruppo.

Nel frattempo, cosa è successo alla gara? La fuga di giornata è stata ormai ripresa, a eccezione di uno stoico Andrea Piccolo che dopo una fuga solitaria di 40 km viene riassorbito poco prima della curva in cui mi trovo io. Alla “mia” curva intanto l’eccitazione sale, i ciclisti amatoriali non ci sono più, mentre moto e auto dell’organizzazione, della stampa o degli sponsor si susseguono con sempre più frequenza: passa la macchina con i cartelli dell’inizio corsa, manca davvero poco. Quando sento il rombo dell’elicottero, il rumore della folla comincia a salire: quando si sente l’elicottero significa che il gruppo è ormai dietro l’angolo.

Accompagnato dal fragore crescente della folla, dietro la curva compare il gruppo che avanza a spron battuto, in testa le maglie bianche della UAE con un’andatura forsennata per spianare la strada all’attacco decisivo di Tadej Pogačar, che vanifica le mie speranze e decide di attaccare un chilometro e mezzo dopo e non davanti a me. Poco importa, il gruppo è passato in un turbinio di urla, applausi, voci che gridano i nomi dei ciclisti, clacson, il fragore delle moto. E dopo? Ora comincia la lunga attesa dei ciclisti staccatisi nei chilometri precedenti, o che dei gregari che hanno “finito il lavoro” di traino in testa al gruppo: ecco che passa piano piano tra gli applausi Filippo Ganna, che ha tirato tanto nelle ultime due ore.

Tadej Pogačar esulta in maglia Rosa sul podio di Oropa
Tadej Pogacar è la nuova (ultima?) maglia Rosa

A chiudere la corsa, poco prima della macchina che segnala il fine gara, dopo tutta la sfilata delle coloratissime auto ammiraglie, arriva il folto gruppo dei velocisti, che in salita devono solo stringere i denti. Ma devono tenere duro, poiché le tappe più adatte arriveranno la prossima settimana. Appena passa la macchina del fine corsa ecco che la strada si riempie di nuovo di persone, ma che questa volta prendono la strada che scende: tornano indietro da dove sono venuti. Anche io mi incammino verso Biella, mentre dal cellulare seguo gli ultimi metri di Pogačar che arriva in trionfo sul traguardo del santuario, staccando la maglia Rosa Narvaez di 2 minuti abbondanti. Dei diretti contendenti di Pogačar, solo Geraint Thomas ha limitato i danni, chiudendo a 27 secondi (in Classifica Generale ora è a 40 secondi), mentre Romain Bardet perde ancora 1 minuto e 20. In seconda posizione arriva Daniel Martinez della Bora (ora terzo in GC) mentre la stellina e capitano della Visma, Cian Uijtdebroeks, è settimo (quarto a 54 secondi in GC).

Mentre cammino con tante altre persone ai lati della strada, di fianco mi sfrecciano con il passare dei minuti sempre più ciclisti a tutta velocità, chi gridando, chi scampanellando e con mia grande sorpresa pian piano arrivano anche tutti gli atleti che poco prima ho visto faticare in salita: in città li attendono i pullman per il breve trasferimento verso Novara da dove partirà la prossima tappa. Io, nel frattempo, ho ottenuto quello per cui sono venuta qui: vedere Pogačar finalmente con la Maglia Rosa.


  • Chiara Finulli, milanese, classe 1992. Nutro una passione smodata per Tadej Pogačar e per il calcio in ogni sua forma: ogni volta che posso sono allo stadio o sulle strade di qualche corsa. Nel tempo libero lavoro sommersa tra i libri in una casa editrice.

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