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Roma-Bayer Leverkusen (0-2) - Considerazioni Sparse


La Roma ci prova, il Bayer incanta: la squadra di Xabi Alonso ipoteca la qualificazione.

La Roma non perde in casa da 20 gare europee consecutive, il Bayer è ancora imbattuto in stagione, l’Olimpico straborda nel suo, oramai classico, sold out. Gli abiti migliori sono tolti dalla naftalina degli armadi, perché in questo match c’è la possibilità di una finale europea e la sfida nella sfida tra due leggende del centrocampo degli ultimi 20 anni, e se vogliamo pure una rivincita del recente passato. Tutte queste promesse la gara le mantiene: è viva, vibrante, giocata a viso aperto, e fa capire che quei due signori centrocampisti che siedono sulle due panchine non hanno in comune solo un gran passato da giocatori, ma anche un brillante presente e futuro da tecnici. Finisce 2-0 per i tedeschi, con una Roma che ci prova con grande generosità, è sfortunata negli episodi, ma si trova davanti un Bayer che dimostra di esser più avanti nel percorso: anche se mancano altri 90 minuti questo risultato sembra una sentenza per i giallorossi, più per la severità del punteggio che per l’attitudine che hanno mostrato sino all’ultimo secondo di gara, con le grande occasioni nei piedi di Azmoun e, proprio sul gong, sulla testa di Abraham, che avrebbero clamorosamente riaperto in parte il discorso.

E’ la sfida tra un nuovo giochismo, che si potrebbe definire di scopo: il breve palleggio attrattivo, i principi di fraseggio curato con verticalizzazione improvvisa, l’alternanza tra il saltare addosso e l’attendere a seconda delle fasi, i numerini che cambiano in costruzione o in non possesso, le due fasce come principio del cambio di fase. Sono idee figlie di quegli influssi da grandi giocatori e da grandi allievi che De Rossi e Xabi Alonso sono stati, sono anche causa di risultati così buoni, perché se il Leverkusen ha già fatto la storia, De Rossi in 20 partite ha rianimato la sua Roma. Di questa gara impressiona la rapidità di verticalizzazione, la tecnica con cui si osa la giocata, il numero di giocatori con cui le squadre provano ad offendere e le occasioni che ne scaturiscono. Tutte e due ci provano, ma la differenza è che il Bayer lo fa meglio e più a lungo della Roma: per la precisione lo fa alla grande per 90’ con massima qualità, mentre la Roma ci riesce solo per una frazione e in modo più disordinato ma apprezzabile, nel finale, senza riuscire ad andare a rete. Il 2-0 finale è figlio di questa differenza qualitativa, che ha giustamente premiato chi quel calcio lo conosce e lo sa applicare meglio.

Questo Leverkusen gioca un calcio pazzesco, ma paradossalmente per segnare ha bisogno di episodi, di un erroraccio individuale e di una prodezza: la frittata fatta da Karsdorp a metà primo tempo, quando la Roma era in piena corsa ed aveva appena colpito una traversa, costa carissima, ed il gol di Andrich è balisticamente eccezionale. Sino al primo gol la gara somigliava ad una partita di basket con un’azione per parte, in cui però la Roma stava reggendo alla grande e poteva addirittura recriminare su qualche episodio: dopo quel momento, i giallorossi hanno accusato il colpo ed il copione è cambiato radicalmente. Resta il fatto che Xabi Alonso incanta sia per l’identità di gioco che ha costruito, con sincronismi perfetti ma anche una accuratezza nei passaggi decisiva per farli funzionare, sia per la strategia tattica che gli suggerisce di togliere un riferimento offensivo per rinfoltire centrocampo ed innescare le corsie laterali: in questa macchina perfetta, brillano oltre misura le stelle di Wirz goleador implacabile, Xhaka in cabina di regìa, Frimpong per le soluzioni che offre, ma lo spartito è suonato all’unisono. D’altro canto, non si arriva ad una statura così dominante, a vincere un campionato in carrozza ed in fondo a tutte le altre competizioni senza produrre qualcosa di speciale, e le aspirine lo han mostrato anche stasera.

E’ una Roma che prova a splendere, ma ha troppi cerotti e stanchezza accumulata per reggere l’urto di questo Bayer: molti dei suoi top player non sono al meglio, alcuni perché recuperati all’ultimo (Lukaku e Smalling), alcuni perché tirano la carretta da troppo tempo (Mancini, Dybala, El Sharaawy). Sembra tanto un vorrei ma non posso: i giallorossi vorrebbero far calcio faccia a faccia con i tedeschi, ma hanno minore qualità e brillantezza per farlo come desidererebbero, soprattutto con il passare dei minuti.  In quel vorrei però c’è tutto ciò che De Rossi ha instillato: non abbiamo la controprova, ma forse mesi fa la stessa squadra si sarebbe chiusa dietro, avrebbe buttato  la gara in rissa (ed è emblematico come nell’isteria collettiva De Rossi predicasse la calma), condannandosi così al destino che il Leverkusen gli avrebbe riservato, che fosse una esecuzione o, come un anno fa, una sfangata. Oggi se la gioca, consapevole che un atteggiamento speculativo contro chi non perde da 46 gare sarebbe stato un rischio, ma soprattutto sarebbe andato contro al suo nuovo corso: in questo mosaico pesano tanti episodi, il non averla sbloccata per una questione di centimetri con Lukaku e l'errore marchiano che ha segnato la gara, ma soprattutto la serata moscia di Dybala, Pellegrini ed El Shaarawy, incapaci di accendere una qualsivoglia miccia per mutare il corso delle cose. Al di là di tutto questo, l'impressione è di una Roma che ha continuato il suo processo, e forse anche per questo ha chiuso tra gli applausi e l’inno cantato orgogliosamente dalla sua tifoseria.

DDR e Xabi Alonso sono due gemelli diversi ma predestinati, per carisma, magneticità, intelligenza calcistica superiore. Diversi per aplomb e look, per eleganza e fascino, con quella barba lunga che stride rispetto alla rasatura perfetta, quel maglioncino girocollo che stride rispetto al t-shirt e giacca abbondante, quasi a ricordare chi si sporcava con i tackle e chi giocava col contagiri, ma anche che si può esser maestri in modo diverso. L’intelligenza tattica era comune, quella di pochi, e chi dice che i migliori allenatori nascono a centrocampo stasera titilla la sua personale convinzione nel vederli là a bordo campo ad emergere: da giocatore, Xabi ha dato due delle lezioni più sonore che DDR abbia mai preso (il celebre 7-1, ma anche quel 4-0 in finale europea), e stasera è arrivata anche la prima dalla panchina. L’impressione è che lo spagnolo, al di là di una abitudine a vincere e ad essere allenato dai migliori da atleta, abbia già vissuto anche da tecnico esperienze che l’hanno fatto maturare, come anche quella stessa vissuta in questo stadio un anno fa, trovando un club che ha creduto in lui e nel suo progetto. Alcuni di questi ingredienti non mancano a Daniele De Rossi, incassata meritatamente la fiducia del club dopo questo primo atto in cui ha mostrato tante belle cose, ma era forse troppo presto per uno step così, contro un avversario tanto perfetto. Di sicuro è bello vederli ancora lì, sempre lì, lì nel mezzo: la sensazione è che abbiano le carte in regola per restarci a lungo e meritatamente.

  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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