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Milan derby
, 24 Aprile 2024

Milan, l'ora più buia


A Casa Milan è arrivato il momento di prendere scelte importanti.

22 Aprile 2024, ore 23. A San Siro, a poco più di due anni dal 19° scudetto milanista, la musica è cambiata in modo drastico: la melodia di Freed from desire, sulle cui note tutto il popolo rossonero intonava Pioli is on fire, ha lasciato il posto a una techno sparata a frequenze altissime. Un goffo tentativo di disturbare i festeggiamenti dell’Inter: dopo aver vinto il sesto derby consecutivo, ha conquistato il suo 20° scudetto, quello della seconda stella. Questo cambio di colonna sonora, apparentemente poco significativo, è un’efficace metafora per esprimere lo schianto di un Milan che, dall’entusiasmo di due anni fa, è passato a uno stato di apatia e impotenza totali.

Se giocatori e allenatore - ormai da due anni - non trovano modo di impensierire l’Inter, che per lo meno lo facciano le casse di San Siro! Da un lato si coprono i cori esultanti della Curva Nord con i giocatori interisti, dall’altro si scacciano via gli incubi dei milanisti, distraendoli dall’ennesimo tormento degli ultimi due anni. Ieri a San Siro il clima era surreale. Nonostante il derby fosse giocato in casa del Milan, quasi metà stadio era nerazzurra; diversi tifosi milanisti, pur di evitare lo smacco di vedersi vincere lo scudetto in faccia, hanno deciso di abiurare, vendendo il proprio biglietto a tifosi interisti, pronti a spendere qualsiasi cifra pur di assistere alla storia.

Già questo la dice lunga su quanto sia stato triste e inesorabile lo schianto del Milan di Pioli. Una squadra che vinse nel segno del gruppo, del respiro coordinato tra squadra e tifoseria, sempre in simbiosi; la stessa squadra, nell’ora più buia, si è ritrovata senz’anima. Nei giocatori in campo, molti dei quali, risse a parte - non così si dimostra l’attaccamento - hanno disputato una partita asfittica e nei tifosi, che di questa squadra, semplicemente, non si fidavano più. Il Milan si è ritrovato soprattutto senza idee, e qui, senza dubbio, le responsabilità sono di Stefano Pioli, che al sesto derby di fila perso (primo allenatore rossonero nella storia), il decimo in totale (di nuovo, primo di sempre), nonostante il tentativo fantasioso di cambiare qualcosa - Musah quinto a destra e Leão centravanti - ancora una volta, di come fermare l’Inter, ci ha capito poco.

I soliti buchi al centro, le solite transizioni subite, la solita mancanza di schemi e giocate provate negli ultimi metri. La parabola di schianto del Milan di Pioli ha avuto inizio a novembre 2023, quando qualche risultato positivo nascondeva sotto il tappeto l’involuzione sul piano del gioco, l’assenza di equilibrio a centrocampo, la solita miriade di infortuni. Poi è arrivato il primo crollo fragoroso a gennaio e da lì il Milan non è più tornato, salvo qualche partita in Champions in cui gli stimoli erano tali da risvegliare l’orgoglio dei giocatori più importanti.

Milan Pioli

Alla fine dello scorso anno, il Milan ha optato per una rivoluzione a metà, un urlo strozzato in gola. Scelta poco saggia: le rivoluzioni devono sempre essere totalizzanti. Confermare Pioli, addirittura attribuendogli più potere decisionale in sede di mercato, non ha fatto altro che esasperare i problemi di una squadra che, se nella scorsa stagione era poco equilibrata, quest’anno è stata spesso spaccata in due, con una voragine a centrocampo che ben rispecchiava l’aridità di un progetto tecnico ormai in fase di ristagno. Il Milan era già in fase di schianto, ma non l’ha mai metabolizzato. Per due anni ha ignorato i problemi: la questione infortuni, trattata con sufficienza per tre anni, finché non si è tramutata in una vera e propria ecatombe, a dicembre di quest’anno; l’involuzione sul piano del gioco, mai ammessa dal proprio allenatore, grazie al quale a settembre 2023 prometteva una squadra più capace di controllare la partita e gestire i ritmi col possesso, senza dare mai seguito a queste parole. Il Milan ha esasperato la sua verticalità, la sua frenesia con e senza palla, diventando una squadra in cui ogni giocatore sembra disputare la sua partita individuale.

Come nel capolavoro Mathieu Kassovitz “L’Odio”, il Milan, a ogni piano superato durante la caduta dal precipizio, si è raccontato “Fino a qui tutto bene”. L’EuroDerby mal preparato, con i consueti errori tattici e il consueto spirito rassegnato dei giocatori, è stato ridimensionato, perché tutto sommato il Milan era arrivato fino alle semifinali; lo Scudetto irraggiungibile già a fine novembre, con l’Inter a un ritmo insostenibile tutto l’anno. L’uscita dai gironi di Champions 2023 è stata normalizzata: il girone era duro, e l’Europa League è una grande occasione; il Milan ha puntato tutto sulla Coppa Italia, con l'unico risultato di uscire ai quarti con l’Atalanta. Amen, rimane l’Europa League, competizione mai vinta dai rossoneri. Fuori contro la Roma, dopo due partite in cui Pioli è stato surclassato da De Rossi, e i presunti leader del gruppo hanno tradito le aspettative. Fino a qui tutto bene.

Rimane il derby, con la possibilità di salvare la faccia, salvando l’ambiente dall’ennesima umiliazione per mano dell’Inter. Il solito gol nei primi venti minuti, le solite distrazioni su palla inattiva, la solita spizzata sul secondo palo. Hubert, nel celebre monologo dell’Odio, termina la sua parabola con una puntualizzazione decisiva: l’importante non è la caduta, ma l’atterraggio. Il Milan, nella sera della seconda stella dell’Inter, senza averlo mai accettato fino a quel momento, non è atterrato. Si è sfracellato al suolo. Il ciclo Pioli è finito in modo traumatico: quando non si vogliono cogliere le avvisaglie su un rapporto ormai ai titoli di coda, la frase del “Cavaliere Oscuro” di Nolan diventa profetica: “O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo”. Pioli poteva lasciare il Milan da eroe, dopo averlo riportato a vette di gloria di cui non assaporava il sapore da un decennio, ma si sa, nel calcio conta sempre l’ultima giocata, l’ultimo ricordo.

Pioli morirà da villain. Verrà ricordato come l’allenatore con più derby persi nella storia del Milan. Pioli is on fire, prima cantata a squarciagola dai milanisti, sarà con ogni probabilità la colonna sonora dell’estate interista. Quando si prolunga forzatamente un rapporto d’amore, questi sono i risultati. Durante il secondo tempo di Milan-Inter è stato inquadrato un piccolo tifoso rossonero - eroico già solo per aver presenziato - in lacrime. Molti tifosi milanisti, nel commentare l’immagine commovente, hanno tentato di rincuorarlo con una frase-motto dei tipici sbalzi tra picchi di sofferenza e gioia che hanno contraddistinto la storia rossonera: “Dopo Istanbul, c’è sempre Atene”.

Il Milan è un club che da sempre vive di tonfi clamorosi - le due retrocessioni in Serie B su tutti - alternati a successi mirabili: la sofferenza diventa una fase necessaria, pronta a essere sublimata quando arriverà l’inevitabile contrappasso della gioia. Ma per un’intera generazione di milanisti non è così scontato. Chi è nato agli inizi dei 2000 ha senz’altro assistito a più delusioni che altro. Dal triplete dell’Inter nel 2010, solo in parte riscattato con lo scudetto del 2011, passando per l’interminabile banter era, fino a questi ultimi anni, durante i quali lo scudetto 2022, a posteriori, assomiglia più a un sogno illusorio che a una solida realtà.

L'annuncio della retrocessione in B del Milan per il caso "Totonero"

Solo nell’ultimo anno, il Milan, contro l’Inter, ha perso 3-0 una finale di Supercoppa, un doppio EuroDerby in Champions, un 5-1 in campionato, e un 1-2 in casa valso la Seconda Stella. Pare che dopo Istanbul, ci sia un’altra Istanbul, e poi un’altra ancora. Le ultime botte terrificanti subite dall’ambiente, che ora, arrivato lo schianto, non possono più essere sminuite, rischiano di lasciare macerie soprattutto a livello mentale. A livello tecnico è innegabile come il Milan sia cresciuto tantissimo negli ultimi anni, anche per merito del primo Pioli. Ma quella che erediterà il nuovo allenatore rischia di essere una squadra che va rieducata su più livelli: quello tattico, dove il Milan ha un disperato bisogno di un allenatore che offra soluzioni codificate ai suoi giocatori, schemi in costruzione e negli ultimi metri, solidità difensiva; quello atletico, perché una squadra vincente non può convivere con continui periodi durante i quali le assenze per infortunio decimano il potenziale della rosa; soprattutto, il Milan andrà rieducato su quello mentale.

Questa squadra approccia da fine 2022 i derby con lo spirito di chi è diretto al patibolo, come se non avesse alcuna speranza di poter sopravvivere all’avversario. Anche quando l'Inter mette il Milan alle corde, non si intravede alcuna reazione, la squadra subisce in uno stato di rassegnata apatia. Il dato lampante è come manchino dei leader in grado di trascinare i compagni: dovrebbero esserlo Maignan, Theo, Giroud, ma nell’ultimo anno e mezzo non si sono quasi mai assunti il peso di tale responsabilità. Il Milan, con tutto il rispetto per Davide Calabria, avrebbe bisogno di un capitano con un aplomb, un carisma, e uno status di tutt’altro peso. Dopo la debacle di Roma, che di fatto rappresentava l’ultima spiaggia per salvare una stagione in cui si è fallito ogni obiettivo, l’unico a intervenire ai microfoni per rappresentare il Milan è stato Matteo Gabbia, tornato solo a gennaio dopo il prestito al Villarreal.

Milan derby 2024

Due anni fa Stefano Pioli disse che, quando arrivò, trovò una squadra a cui vincere o perdere non faceva alcuna differenza. Oggi, la sensazione è la stessa. Testa bassa, sguardi cupi, corsette rassegnate a inseguire l’avversario con poca convinzione. Il caos tattico che ha spesso accompagnato la squadra negli ultimi due anni non ha certo aiutato, ma il Milan non è mai stato capace di un moto d’orgoglio, di una reazione di nervi. Le uniche manifestazioni di vita sono arrivate allo schianto, alla fine del derby, quando Theo e Calabria si sono sfogati in stile WWE più per la frustrazione data dal senso di opprimente impotenza che il Milan respira contro l’Inter, che per amor proprio.

Il Milan ha lasciato il campo scappando negli spogliatoi, senza nemmeno salutare i tifosi. Gli stessi di cui Stefano Pioli, in una dichiarazione un po’ equivoca nel pre-derby, ha messo in dubbio il milanismo: Pochi quest’anno sono stati milanisti. Chi fosse il suo reale obiettivo non è dato saperlo, ma la spaccatura tra questo gruppo e il tifo milanista sarà difficile da ricucire. Per farlo, in virtù delle tante carenze elencate, al Milan serve un allenatore forte, pronto, di spessore. Si tratta di una decisione che impatterà sugli anni a venire, determinando la possibilità di vivere un Atene, o tante altre Istanbul. Elliott e poi RedBird hanno svolto un lavoro egregio nel risanamento dei conti e il bilancio del Milan è virtuoso, ma purtroppo, nel calcio, i trofei si vincono solo sul rettangolo verde.

Cardinale e Furlani sono sempre solerti nel dichiarare come vincere sia l’obiettivo prioritario della proprietà: ora alle parole (tante), devono seguire i fatti (fin qui pochi). La vittoria nel calcio non può essere scientificamente programmata, ma il compito di un’area sportiva è quella di massimizzare le possibilità di raggiungerla. Per questo motivo, dopo l’ennesimo smacco subito dai cugini nerazzurri, il Milan ha bisogno di risvegliarsi dal torpore di un coma sportivo con una forte iniezione di adrenalina. Serve un nome che sia sinonimo di ambizione, e che possa riportare entusiasmo in una piazza che ha appena subito una botta durissima da incassare.

Nomi come quelli di Lopetegui, Fonseca o Marco Rose, usciti negli ultimi giorni, per quanto stuzzicanti sul pianto della preparazione, lasciano più che scettici rispetto ai proclami su un Milan che punterebbe a vincere subito. Se mancano i leader in campo, e gli ultimi due anni dimostrano che è così, al Milan serve un allenatore accentratore, con le spalle abbastanza larghe per caricarsi addosso tutto l’ambiente, dai tifosi al gruppo squadra. Serve un allenatore di grande carisma, che con la sua autorevolezza sia anche in grado di sopperire alle mancanze dirigenziali del Milan, privo di un vero e proprio DS, abitato da figure dai compiti ancora troppo oscuri. Antonio Conte?

Per quanto abbia fallito nella sua recente esperienza londinese, il tecnico leccese, in Italia, ha sempre vinto nel breve periodo, ha sempre implementato un’identità tattica chiara nelle sue squadre, e ha migliorato i suoi giocatori. Molti calciatori del Milan hanno bisogno di una scossa, e questa potrebbe provenire da un allenatore che sappia stimolarli, anche sfidandoli e arrivando allo scontro. Penso a Theo e Leão: due giocatori dalle qualità immense, che però, spesso, approcciano le partite decisive con la maturità di due bambini al parchetto, quando invece dovrebbero essere due riferimenti centrali per la squadra. La sensazione è che Pioli, che per primo ha avuto il merito di crescerli e renderli ottimi giocatori, abbia poi assunto -forse per gratitudine nei loro confronti- un atteggiamento troppo accomodante. Serve chi sappia spronarli, chi gli faccia capire che, per le loro qualità, accontentarsi di questo livello non è sufficiente.

Per farlo, serve chi sia credibile, forte dei successi accumulati nella sua carriera. Serve chi abbia fame e voglia di riscatto, proprio come l’intero ambiente, ora offeso e umiliato, ma pronto a donarsi a un allenatore che gli prometta notti insonni pur di raggiungere la gloria. Chi, meglio di Antonio Conte?
Sia chiaro, non esiste solo Antonio Conte. Gli allenatori che farebbero al caso del Milan non sono tantissimi, ma ci sono. Emery, Tuchel, Conçeiçao sarebbero tutti nomi col giusto status, il giusto rapporto tra forte identità tattica e mentalità per ribaltare il Milan come un calzino. Ma l’altro nome ideale, oltre a Conte, sarebbe quello di Thiago Motta, che sembra anche essere più idoneo alle esigenze della proprietà rossonera, attenta ai paletti economici e decisa a perseguire una politica di investimento sui giovani. Thiago Motta non solo è tatticamente uno degli allenatori più interessanti del panorama europeo, è anche una figura di forte presenza: conosce le dinamiche di una grande squadra, avendo giocato nel Barça, nell’Inter del triplete e nel PSG, sa comunicare, e lavora benissimo coi giovani. È credibile, è autorevole, è ambizioso. Ma soprattutto, è destinato a crescere sempre di più. Se il Milan vuole esserlo altrettanto -non solo a parole- e se il carattere di Conte spaventa, un tentativo è dovuto.

Qualunque sia il nome su cui ricadrà la scelta, l’imperativo deve essere uno solo: unanimità. Troppe volte, negli ultimi due anni, il Milan si è diviso in tante anime in lotta tra di loro, tra chi remava da una parte e chi da quella opposta, causando lotte intestine che non contribuiscono al bene del club. È giunta l’ora più buia, quella in cui chi rappresenta il progetto deve prendersi le sue responsabilità, che si tratti di Ibra, Furlani, Moncada, Scaroni o Cardinale. Il Milan è uno solo, e al suo interno non possono condividere tante anime: non deve esserci un casting allenatore che preveda il nome di Ibra, quello di Furlani e quello di Cardinale. Serve una scelta chiara, netta, decisa. Un nome scelto in un coro all’unisono, pronto a prendersi in mano il destino di questo club, con una forza tale da assicurare che dopo queste tante Istanbul, arriverà davvero un’altra Atene. Altrimenti, quel bambino inquadrato nel secondo tempo del derby, continuerà ad utilizzare la sua sciarpa rossonera per piangere, anziché per sventolarla con fierezza.


  • 23 anni. Studia Filosofia, ama il Calcio e il Cinema, fonti inesauribili di storie.

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