
The Tortured Poets Department - Considerazioni Sparse
L’undicesimo, mastodontico, disco di Taylor Swift offre anche il risultato meno entusiasmante della sua carriera.
Taylor Swift è Drake, Drake è Taylor Swift. Una volta immaginata, questa situazione si pone come un labirinto da cui non è possibile uscire. L’undicesimo disco della nativa di West Reading, Pennsylvania è funzionalmente indistinguibile da uno qualsiasi dei più recenti figli artistici del rapper canadese. Il parallelismo tra i due, in realtà, ha sempre avuto una cittadinanza, soprattutto a livello letterario: nei testi di entrambi si può leggere in filigrana la sensazione che stiano ancora rimuginando e ripensando a quanto successo, mentre tutti gli altri coinvolti sono andati avanti con la loro vita. Con The Tortured Poets Department il parallelismo raggiunge un altro livello. Lungo le oltre due ore di musica, il mood è praticamente sempre lo stesso. Molta poca varianza possiede anche il range di estensione vocale, suoni e idee messe in campo da Swift e dal suo collaboratore storico Jack Antonoff. I brani, come in un disco di Drake, si sciolgono gli uni dentro gli altri, lasciando l’impressione di aver ascoltato un'unica, gigantesca e indistinguibile canzone.
Grossa parte di questa responsabilità risiede nelle quindici canzoni extra annunciate da Swift a disco appena uscito, denominate The Anthology, un esperimento quasi del tutto fallito se non per pochissimi scampoli – in particolare So High School, pezzo che fa un uso molto intelligente della nostalgia evocata dal testo offrendo grossi rimandi alla precedente produzione di Taylor Swift, con sopra però un velo quasi eerie di new wave britannica. Se The Tortured Poets Department è un album comunque largamente sufficiente, deludente solo alla luce della carriera precedente dell’artista che lo ha realizzato, The Anthology non fa altro che acuire questa sensazione di essere trasportati via dalla corrente e di non riuscire a vedere un solo oggetto che non sia acqua all’orizzonte. È francamente difficile immaginare una qualsiasi ragione per la pubblicazione di quei quindici brani extra che non sia il desiderio di strappare qualche soldo in più alla propria fanbase. Un sapore amaro in bocca è quello che rimane nel vedere uno dei punti forti di Swift - il liricismo con sempre una sottostante vena di autoironico - ridotto a una fabbrica per la produzione di massa di caption per foto su Instagram.
Proprio il tema dell’autoironia, o della sua apparente mancanza, è uno dei punti più critici di questo disco. La maggior parte dell’album suona come una versione dei lati meno interessanti di Lana Del Rey, a cui sono stati eliminati tutti gli spigoli, levigati fino a renderne insostenibile l’equivoco su cui sono fondati. Ciò che appesantisce The Tortured Poets Department è che tutto suoni così tremendamente serio. La grandezza di Lana Del Rey si regge sul fatto che sotto sotto tutti sappiamo che neanche lei crede veramente all’immaginario che propone: Jeff Weiss su The Ringer l’ha definita “l’autoironica refrazione di un’America che non è mai realmente esistita”. Come i romanzi stringono con il lettore un patto di sospensione del dubbio, su ogni grande disco di musica pop c’è uno spazio non più grande di una moneta su cui è inscritta la possibilità che forse tutto quanto abbiamo ascoltato non sia da prendere alla lettera, e non v’è traccia di questo patto lungo tutto il disco.
Sia nella versione synth-heavy di Jack Antonoff che in quella folktronica di Aaron Dessner – entrambi presenti nel disco – lo stile di produzione minimalista e omogeneo non sembra avere nel pop mainstream gli stessi margini di crescita che ha nel pop d’avanguardia come quello de Il Quadro Di Troisi: in The Tortured Poets Department è quasi del tutto assente il range vocale più alto di Taylor Swift. E questo, anche se risulta solo essere una scelta in continuità degli ultimi lavori, da Folklore (8° album, 2020) in poi, è forse il peccato originale dell'opera: ci priva di uno degli scassinatori emozionali più efficaci del pop mondiale, un mezzo che, pur non essendo il più scolarizzato, ha il fascino coinvolgente di un sermone rivoluzionario. La sua assenza diventa ancora più fastidiosa quando, ascoltando le nuove registrazioni di alcuni dei primi album di Swift, si nota come la sua voce sia sensibilmente migliorata rispetto a un decennio e passa fa.
In chiusura, in quello che comunque è un onestissimo disco, è giusto anche concentrarsi su alcuni dei lati positivi. I Can Do It With A Broken Heart è l’idea più riuscita dell’intero progetto, anche perché presenta praticamente l’unico tentativo dell’intero disco di tirare fuori un ritornello accattivante. I synth alla Robyn e gli effetti sonori da videogioco danno quasi l’idea di trovarsi in un remix dei Magdalena Bay. In Who’s Afraid Of Little Old Me la parte theatre kid di Swift esce fuori, come forse non faceva dai tempi di Reputation, e si prende una grandissima rivincita sulla sfortunata interpretazione di Bombalurina in Cats. In quello che di fatto è un attacco alle parti del proprio fandom che speculano sulla sua vita privata o sul suo orientamento sessuale, Swift riesce, facendo finalmente uso dell’ironia e di quell’estensione vocale quasi del tutto assente nel resto del disco, a costruire una narrazione, a dispetto dell’unicità della sua situazione, sorprendentemente credibile e immersiva, a cui si vuole partecipare.
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