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Civil War

Civil War (2024) - Considerazioni Sparse


Il nuovo (e forse ultimo) film di Alex Garland non è affatto ciò che gli spot promozionali vogliono farvi credere.

Il paradosso alla base di Civil War risiede nel fatto che l’ultima fatica di Alex Garland (pellicola ad oggi più costosa della storia della A24, 50 mln circa di budget) è tutto fuorché un film facile da inquadrare. Non è un film di guerra, perlomeno non proprio, e non è un film di fantapolitica, come potrebbe altresì suggerire l'ambigua e discussa campagna marketing. Non è nemmeno un canonico action movie, al netto di un segmento finale più che soddisfacente da questo punto di vista. Dovessimo trovargli a tutti i costi una collocazione in una qualche maxi categoria da piattaforma streaming, potremmo azzardare una sorta di road movie distopico ma, per citare il sempre ottimo Emanuele Rauco, Civil War più che di azione è soprattutto un film di percezione. È un film di atmosfera che indaga sull’etica dello sguardo, sulle responsabilità e sulla missione di chi è chiamato a raccontare una storia, sulla giusta distanza in cui porsi per seguirla e su come sia opportuno calibrare la lente attraverso la quale andrà ad essere letta.

Non è un caso dunque che al centro delle vicende di Civil War ci sia un piccolo gruppo di fotoreporter di guerra che, in un’America dilaniata da un conflitto di cui conosciamo poco e nulla (se escludiamo la tangibile devastazione collaterale da esso generata), dovranno compiere un viaggio in macchina in direzione Washington DC. Obiettivo? Intervistare un Presidente degli Stati Uniti nell’inedita veste di presunto dittatore, assediato e ormai prossimo alla caduta. A Garland (che il film lo ha scritto e diretto) non interessa particolarmente renderci edotti sui motivi che hanno portato a questa guerra intestina, men che meno è sua intenzione soffermarsi sulla politica o sulla messa in scena delle ragioni dei due quasi indistinguibili schieramenti: ciò che preme al regista londinese è portarci per mano nei luoghi di quella che un tempo era la Land of the free, che ora appare ridotta a terra desolata e inospitale, fertile di barbarie e brulicante di morte in quasi ogni suo angolo. Garland fotografa le strade e gli anfratti di un Paese (e, di rimando, di un Occidente) sfigurato non da un attacco alieno o da un’epidemia zombie, bensì dall’implosione e dal fallimento delle proprie sovrastrutture divenute incapaci di reggere le fondamenta della civiltà. La distopia in cui veniamo catapultati, a pochi anni dalle immagini ancora nitide e ben impresse nella nostra memoria dei fatti di Capital Hill (la cui ispirazione è chiara e ammessa dallo stesso regista) che ci restituivano un’America sempre meno coesa e dalla governance sempre più scricchiolante, appare oggi più che mai tutt’altro che inverosimile.

Cosa (non) aspettarsi da Civil War?

Come ogni road movie che si rispetti, anche in Civil War il viaggio dei protagonisti fa da contraltare a un loro percorso di crescita interiore. Lee, una rediviva e convincente Kristen Dunst, è una fotoreporter bellica di fama mondiale che appare annichilita da ciò che i suoi occhi hanno testimoniato nel tempo e dalle atrocità che i suoi rullini hanno a lungo catturato. Oltre a Joel (il sempre ottimo Wagner Moura, che avrete già visto con qualche chilo in più nelle vesti del Pablo Escobar della serie Narcos), cronista assetato di adrenalina e motivatissimo a cavare dal Presidente le ultime parole da consegnare alla Storia, con lei partiranno l’esperto e attempato Sammy (l'inconfondibile Stephen McKinley Henderson) e la novellina e aspirante fotografa Jessie (la già vincitrice della Coppa Volpi per Priscilla, Cailee Spaeny). Ci sarà modo dunque di osservare da vicino l’interazione e il confronto continuo tra tre diverse generazioni di giornalisti che, armati solo del proprio coraggio e delle proprie fotocamere, dovranno far fronte comune per cercare di uscire indenni attraverso le insidie che il lungo tragitto è pronto a riservargli. 

Sarebbe quantomeno improvvido asserire che Civil War sia un film sul giornalismo, ma è innegabile che un ruolo cruciale nella pellicola lo giochi l’interrogarsi sull’importanza delle storie, sul perché per esse si è disposti a rischiare la vita e sulla deontologia professionale e umana di che è deputato a riportarle. In un mondo (quello che esploriamo nel film ma in buona sostanza anche il nostro) sempre più anestetizzato all’orrore e in preda a una de-umanizzazione sempre più patologica (tema caldo ampiamente sviscerato già da un altro celebrato film di quest’anno) è sempre più difficile discernere cosa sia giusto raccontare, con quale tatto un evento debba essere accarezzato e a quale distanza il fotografo, come anche il regista, debba posizionarsi rispetto al soggetto da inquadrare. Il ritmo e la tensione costituiscono il fiore all’occhiello, insieme alla regia elegante e al montaggio serrato, di Civil War, in un worldbuilding messo in piedi magistralmente da Garland che non può che rievocare i recenti scenari post apocalittici di The Last of Us (la presenza di Nick Offerman come POTUS e il nome "Joel" del personaggio di Wagner Moura aumentano il carico di ricordi in questo senso). Menzione speciale per il solito, eccezionale Jesse Plemons, capace di infondere terrore puro pur con uno screen time risicatissimo come solo lui è in grado di fare tra i caratteristi della sua generazione. 

Il vero cuore del film però resta il viaggio esistenziale di Lee. La reporter, stanca e totalmente desensibilizzata, con un etica sempre più traballante che quasi rimanda a quella malata e opportunista dello sciacallo di Jake Gyllenhaal, si domanda quale sia lo scopo del suo lavoro, visto e considerato che gli orrori delle zone di guerra che per anni ha cercato di sbandierare e prevenire, catturandone i momenti e cristallizzandone l'essenza per denunciarne l’insensatezza, sono arrivati fino all’uscio di casa sua. Il viaggio e il rapporto con la sua versione più giovane e incosciente e il confronto con quella più saggia e anziana saranno illuminanti per restituirle linfa nuova e indicarle un punto di vista differente. Per Lee è forse l’ultima occasione per centrare nuovamente il fuoco dell’obiettivo su ciò che conta davvero, in una sorta di metaforico passaggio di consegne che rappresenta l'unico appiglio per riappropriarsi, anche se per poco, di un briciolo di umanità sempre più fugace e istantaneo come uno scatto fotografico, in un mondo che di contro appare sempre più sfuocato, incolore e disumano.

  • Non fa altro che usare parole come pasghetti e mopodori, fa continui riferimenti minacciosi e immotivati all'ONU e alla fine non fa altro che ripetere vaffaflanders e altre cose irripetibili. Anche simpaticamente.

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