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Battaille des reines
, 18 Aprile 2024

I combattimenti tra vacche sono una cosa seria


Breve introduzione alle Battaille des reines valdostane.

Quan la Reina di Frà s’empart, in borallen,
Quando la Reina dei Fra si lancia muggendo
Contre Maurin di Breuil, adon crion: lei sen!
Contro Maurin del Breuil, allora si grida: ci siamo!

Llië fejet de grou jeu, tëgnet sa tëta bassa,
Lei faceva gli occhi grossi, teneva la testa bassa,
Feyen pletté lo couér de son étsenna grassa.
Facendo raggrinzare la pelle della schiena grassa.
Cella di Breuil l’atten, la tëta de traver,
Quella del Breuil l’aspetta, la testa di traverso
Montren lo blan di jeu dèsot son grou fron ner.
Mostrando il bianco degli occhi sotto la sua grande fronte nera
In soufflen, dzaraten, lé se son approtsaye;
Soffiando, smuovendo la terra, si sono avvicinate
Tsaqueuna feit un eurlo, et se son attaquaye
Ognuna lancia un muggito, e si attaccano.

La Bataille di vatze a Vertozan (1858)

Donnas e Pont-Saint-Martin sono due piccoli paesi confinanti, praticamente un tutt'uno, adagiati in una piana di forma triangolare sulle rive della Dora Baltea e incastonata tra i ripidi versanti del monte Bonze e l'imbocco della valle del Lys. Arrivando dal Piemonte, Donnas e Pont-Saint-Martin sono i primi due comuni valdostani, situati a pochi minuti dalla gola fortificata di Bard, ingresso naturale della Val d'Aosta e borgo medievale famoso in tutto il mondo per lo splendido forte sabaudo. Donnas e Pont-Saint-Martin, come tutti i paesi di montagna privi di particolari attrazioni, sono luoghi estremamente tranquilli, rurali, in cui tutti si conoscono e che conoscono il turismo quasi esclusivamente in quanto zona di passaggio obbligato verso le valli di alta montagna.

Tuttavia, la prima domenica di primavera, a Donnas e a Pont-Saint-Martin, si respira un'atmosfera diversa. L'aria è allegra, frizzante, quasi elettrica, e non soltanto grazie alla splendida giornata che abbraccia, rimescola e infine diffonde il tepore del sole, il fresco della neve sulle cime e i profumi delle prime fioriture. In giro c'è gente, tanta gente, gente dall'aria eccitata. Lungo la strada principale, che corre angusta tra il borgo e la Dora dal colore glaciale, sono parcheggiate decine e decine di macchine. Nonostante sia ancora mattina, si incontrano molte persone con un bicchiere di vino rosso in una mano e un panino nell'altra, tutte dirette verso un grande prato da cui proviene un campanare forsennato, frenetico, ben diverso da quello che fanno le mandrie rilassate al pascolo.

La prima domenica di primavera (quest'anno il 24 marzo), infatti, a Donnas e Pont-Saint-Martin comincia la prima fase della Battaille de reines, una serie di tornei organizzati tra fine marzo e fine ottobre principalmente in Val d'Aosta ma anche in Piemonte nord-occidentale, Canton Vallese e Alta Savoia, in cui centinaia di vacche si sfidano - letteralmente - testa a testa per vincere il riconoscimento di Reina di corne (Regina delle corna). La competizione si svolge in quattro fasi (primavera, estate, autunno e finale), in venti comuni. Segue un criterio geografico-climatico: si comincia in basso, a fondovalle, per poi proseguire arrampicandosi nei pascoli più alti, fino ai duemila metri, per poi riscendere a valle seguendo il movimento tradizionale delle mandrie e concludendosi ad Aosta nella meravigliosa cornice dell'Arena della Croix-Noire, uno stadio da cinquemila posti a sedere costruito appositamente per la Bataille (e che incidentalmente ha ospitato anche concerti di Fabrizio De André, Miles Davis e Bob Dylan) in cui si sfidano in un torneo a eliminazione diretta tutte le Reine vincitrici - o con un buon piazzamento - nelle eliminatorie locali.

Se da questa prima panoramica avete pensato che le Batailles siano il classico show messo in scena per i turisti, una sorta di rievocazione storica, l'ennesimo palio di vacche falsamente antico, vi sbagliate di grosso. Gli accenti, i dialetti, le imprecazioni che si sentono in giro sono quasi esclusivamente valdostani e vanno dal francese al patois, passando per un po' di canavese, un po' di walser e pochissimo italiano. Quando capita di sentire accenti diversi e ci si domanda se siano turisti, la risposta è quasi sempre negativa: sono allevatori provenienti da altre zone d'Italia (ho incontrato bellunesi e valtellinesi, ma anche liguri e laziali) venuti qui ad ammirare le bestie più belle delle Alpi occidentali, a conoscere colleghi (oggi si direbbe a fare networking) e a fare un giro al mercato agro-zootecnico. Inoltre, dicevamo, non è una tradizione inventata, un folklore posticcio. Ogni evidenza suggerisce che questi combattimenti tra vacche si svolgano da centinaia di anni. La prima edizione ufficiale è datata 1929, ma i versi citati come introduzione appartengono a un poemetto in dodici strofe pubblicato nel 1858 che parla delle Batailles come un evento già "tradizionale" all'epoca, che "si usa fare tutti gli anni", dice l'abate Cerogne nei primi versi del poemetto.

Vacche Aosta
L'Arena della Croix-noir durante le finalissime 2023 (Foto: Gabriele Moretti)

Facendo un giro in paese, si capisce subito come la Bataille sia un evento sentito, forse l'evento "sportivo" più sentito in Val d'Aosta, e non soltanto un'attrazione turistica. Nei supermercati vengono venduti i DVD dei concorsi degli anni precedenti; il quotidiano Gazzetta Matin dedica a ogni eliminatoria una pagina doppia e, a ridosso della finale, pubblica un intero numero monografico con interviste, commenti, cronaca dei combattimenti. Poi, esiste una rivista, distribuita gratuitamente al pubblico, in cui vengono presentate in dettaglio tutte le vacche in competizione, una sorta di almanacco dove si può trovare qualsiasi informazione sulle combattenti. Tutto quello che concerne le Bataille, qui, è preso tremendamente sul serio. L'associazione organizzatrice, l'Amis des Batailles de Reines, ha un'assemblea generale di 64 membri e una costituzione di 39 articoli che per eloquenza e precisione farebbe invidia a ONU e UE.

A questo punto, il lettore si sarà già domandato: come funzionano questi combattimenti? Sono pericolosi? Per lo meno, queste sono le prime domande che mi sono fatto quando ho scoperto l'esistenza di questa tradizione. È doloroso per gli animali? È forse considerabile una crudeltà gratuita, uno sfruttamento della sofferenza di bestie inermi per il divertimento di qualche migliaio di stronzi, come spesso si dice della corrida spagnola? Niente di tutto questo. Secondo quanto mi viene spiegato dagli allevatori (e confermato da studi scientifici che si possono reperire facilmente online), quando le vacche vengono riunite, istintivamente si affrontano testa a testa per il diritto di pascolo, per stabilire le gerarchie della mandria. Raschiano il il prato con gli zoccoli, si sfidano con lo sguardo, sbuffano rumorosamente. Alla fine, se nessuna delle due contendenti si è arresa allontanandosi, i due enormi crani si scontrano frontalmente, le corna si incastrano e inizia la battaglia vera e propria. Alcune finiscono in fretta, in pochi secondi. Altre durante diversi minuti, anche mezz'ora. In ogni caso, la prima vacca che si gira "di spalle" e si allontana è considerata perdente. Niente sangue, niente fratture, niente frustate. Semplicemente una sfida a chi, testa contro testa, è in grado di spingere più forte dell'avversaria.

Nelle prime fasi del torneo - cosa certamente non d'aiuto perla comprensione da parte di uno spettatore neofita come il sottoscritto - ci sono quattro o persino sei battaglie contemporaneamente in corso nell'arena. Ogni combattimento è seguito da un arbitro e dai due allevatori (che a volte mettono le mani tra le due teste per liberare un corno incastrato nel collare, dimostrando un coraggio e una maestria a dir poco ammirevoli). Il cameraman e i fotografi ufficiali - pure loro con un bel pelo sullo stomaco - si avvicinano per scattare primi piani, schivano i combattimenti, si muovono qua e là per l'arena facendo attenzione a non far cadere gli occhiali da sole dalla testa e soprattutto a non finire, distratti dalla ricerca dell'inquadratura, in mezzo a un combattimento che si sta svolgendo alle loro spalle.

L'almanacco (Foto: Gabriele Moretti)

Capita anche che le battaglie si riversino una nell'altra: una vacca corre in fuga si scontra con un'altra coppia in combattimento; una regina si scontra con le barriere di sicurezza (unica cosa che tiene una tonnellata e mezza di carne e adrenalina a distanza di sicurezza dal pubblico); o ancora, in un'occasione la perdente rifiuta la decisione arbitrale e tenta di proseguire il combattimento, con grande preoccupazione del suo padrone, che però riesce presto a calmarla. Tuttavia, nella grandissima maggioranza dei casi, tutto fila liscio: preparazione, testa a testa, una si arrende e si gira, l'altra sbuffa soddisfatta, combattimento finito. La vincente torna in stalla, l'eliminata fa un giro dell'arena per ricevere i sinceri applausi del pubblico.

Osservare questo spettacolo è davvero impressionante. Le razze predilette per i combattimenti sono Hérens e valdostana pezzata nera, due razze autoctone il cui peso medio si aggira intorno alla mezza tonnellata, ma che non rado raggiungono i 700-750kg. Le vacche, per combattere, devono essere gravide, in modo da limitare l'aggressività. I combattimenti sono divisi in tre categorie di peso ma la Categoria 1, la maggiore, comprende qualsiasi animale sopra i 571kg. L'impressione che si ha vedendo questi enormi bovini sfidarsi per la supremazia, è quella di assistere a una sorta di autoscontro tra carrarmati. Il rumore sordo dello scontro tra le due fronti - quando non è sovrastato dalla cronaca o dai richiami in patois valdostano trasmessi dallo speaker - arriva fino agli spalti, come se provocasse un'onda d'urto. Quando si vede una vacca di sette tonnellate spingere contro un'altra con tutte le sue energie e, ciononostante, venire spostata uno o due metri più indietro, lasciando sul prato i solchi degli zoccoli piantati nel terreno, non si riesce a credere ai propri occhi. La forza, l'imponenza di questi bovini che siamo abituati a vedere come mansueti, docili, simpatici, lascia senza parole.

Malice, la vincitrice della Categoria 1 (Foto: Gabriele Moretti)

Come già detto, l'ambiente è tremendamente diverso dalla ferocia della corrida spagnola. Queste vacche sono trattate come delle vere regine in patria, non per prepararle a una sanguinosa "morte nobile", ma per renderle delle campionesse che riempiranno d'orgoglio il loro padrone, il loro villaggio, la loro valle. Ricevono ogni comfort, ogni lusso: il cibo migliore, massaggi e trattamenti, attenzioni a non finire. Quando vincono, vengono decorate con grandi coccarde di rose rosse e migliaia di persone si alzano per omaggiarle con una standing ovation, gridando il loro nome e chiedendo agli allevatori di farsi una foto con loro. Con loro le bestie, non con gli allevatori. Anche i controlli sono severissimi: per non rischiare frodi, sono vietate le scommesse anche tra il pubblico. L'antidoping è obbligatorio per tutte le concorrenti, in tutte le fasi della competizione e la salute delle vacche gravide è monitorata con costanza. Insomma, barare o truccare le batailles è praticamente impossibile e la salute dell'animale viene messa al primo posto.

Quello della Battaille des reines, dunque, si è rivelato non solo uno spettacolo magnifico, ma anche uno splendido ambiente che riunisce persone visceralmente appassionate ai bovini, affascinati dalla loro forza e dalla loro maestosa bellezza. Disposti a raccontarti per ore, orgogliosamente, storie sulle loro vacche. Grappa e vin brûlé, poi, scorrono in abbondanza e per non ubriacarsi è assolutamente necessario fare tappa in una delle tante bancarelle gastronomiche che vendono cibi crudi e cotti a base di fontina, patate, prosciutti vari, castagne e dolci fritti tradizionali. Se poi volete portarvi a casa un souvenir, non manca nulla (a tema): dai gadget dei già nominati Amis ai più classici prodotti da fiera campestre; ma anche strumenti e abbigliamento per agricoltura e zootecnia, macchinari e, soprattutto, campanacci. Tanti campanacci, di ogni forma e dimensione, con collari personalizzati. Il mio preferito era alto quasi mezzo metro, con una grande decorazione punzonata a mano, contente una fotografia e una frase per me, sinceramente, del tutto inaspettata: "La mia Prima Comunione".

(Foto: Gabriele Moretti)

Questo articolo è uscito originariamente su Catenaccio, la newsletter di Sportellate. Per ricevere Catenaccio gratuitamente o leggere i numeri arretrati, puoi cliccare qui

  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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