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, 17 Aprile 2024

L’assurda avventura di Sacchi all’Atlético Madrid


Sette mesi a cui fatichiamo a credere.

Il mondo di internet, in particolare quello dei social, ultimamente ha sviluppato un’attrazione quasi maniacale nei confronti del passato. Attraverso gli archivi digitali spesso si riesce a risalire a immagini che ci eravamo dimenticati e altrettanto spesso ci chiediamo come sia potuto accadere un determinato evento che, con gli occhi del presente, ci sembra assurdo, paradossale. In ambito calcistico un trend molto attuale ripropone foto di trasferimenti dimenticati, dei quali facciamo fatica a ricordarci e a dargli una spiegazione sensata. L'articolo che segue rappresenta a pieno questa tendenza: Sacchi all’Atletico? ma davvero!? Sì, è accaduto davvero, e nei paragrafi successivi vi raccontiamo come sono andati i suoi sette mesi al Vicente Calderón di Madrid.

Prima di immergerci in questa storia dobbiamo partire dai due attori protagonisti. Il primo è proprio il tecnico, Arrigo Sacchi. Un rivoluzionario oppure un eretico, non c’è via di mezzo. D’altronde è così, chi distrugge le certezze è destinato a essere divisivo. Ma Sacchi nel 1998 non è più sulla cresta dell’onda, anzi. Dopo il fallimento alla guida della nazionale agli Europei del 1996 Sacchi si è lasciato ammaliare da Silvio Berlusconi ed è tornato al Milan. Ma il sodalizio stavolta non va, il Milan è ormai alla fine di un ciclo, e l’allenatore chioserà così, ad anni di distanza su quell’esperienza: "Pensavano di curare un malato grave con l'aspirina. Mancava il gruppo, lo spirito di squadra e perciò mancava tutto. Sbagliai anche io”. Dopo una stagione così, culminata con sconfitte come l’1-6 contro la Juventus di Lippi, Sacchi si prende un anno sabbatico.

Avendo chiaro chi fosse Arrigo Sacchi in quel momento della sua carriera, è il momento di introdurre l’altro protagonista della storia, Jesús Gil, l’istrionico presidente dell’Atletico Madrid. Gil in Spagna è una figura controversa, legata non solo al mondo del calcio, ma anche a quello della politica, degli scandali, del jet-set. Per raccontare la sua intera esistenza ci sarebbe bisogno di un libro. I suoi riferimenti? Francisco Franco, Gesù Cristo e Che Guevara. Un presidente così non può che ricordarci quelle figure dominanti nei club, tipiche degli anni Novanta, a cui Sportellate ha dedicato un intero numero del Magazine. In sedici anni di presidenza, ha cambiato allenatore trentotto volte, una cifra che sembra incredibile ma comunque inferiore ai quarantanove esoneri di Zamparini a Palermo.

Jesús Gil a Marbella sul suo motoscafo rojiblanco.

L’Atletico arriva da un’annata tribolata, la terza allenata con il serbo Radomir Antić in panchina. Antić è stato indubbiamente l’allenatore più simbolico dei tre lustri di presidenza Gil, colui che ha portato i colchoneros agli ultimi successi domestici (doblete Liga e Coppa del Re nel 1995-96) prima dell'avvento del cholismo. Il rapporto tra l’ambiente e l'allenatore, tuttavia, era ormai logoro. Così, il sindaco di Marbella - sì, Gil nel frattempo era stato eletto Alcalde della località balneare andalusa - scelse proprio Arrigo Sacchi per dare nuova linfa alla squadra.

Il cambiamento fu drastico, con il passaggio dal 4-3-3 al classico 4-4-2 asimmetrico di Sacchi. L’Atletico della stagione precedente era una squadra piena di calciatori offensivi, con Veri, Caminero, Lardin, Kiko e Juninho, tutti calciatori tecnici in grado di associarsi. La campagna acquisti fu quindi orientata sul tecnico di Fusignano e, come spesso accade con gli allenatori venuti dall'estero, assunse tinte tricolori. Arrivano in difesa, Michele Serena e Stefano Torrisi, che in Spagna sarà ricordato più per le sue grandi serate che per le prestazioni. Poi dal bel paese vengono acquistati anche Jugovic e Chamot. Infine Gil regala a Sacchi altri due ottimi giocatori ancora in rampa di lancio: Juan Carlos Valerón, trequartista talentuosissimo reduce da un'ottima stagione a Maiorca; e Santiago Solari, arrivato dal River Plate. A loro si aggiungeva l'innesto in prima squadra di uno dei migliori talenti dell'Atleti B, Rubén Baraja. Tutti giocatori che, per l'appunto, si imporranno nella Liga nelle stagioni successive, ma con indosso maglie diverse dalla rojiblanca.

A posteriori possiamo dire però che, più che dagli acquisti l'annata sarà segnata dalle cessioni pesantissime, non solo per il livello dei giocatori venduti ma anche per il loro peso specifico all'interno della squadra. Quell'estate infatti lasciarono Madrid vere istituzioni del club: la coppia Caminero-Vizcaino, entrambi ceduti al Valladolid; Milinko Pantic, pupillo di Antić e capocannoniere della Champions League 1996-1997, che si sposta in Francia a Le Havre; ma, soprattutto, Sacchi perde Christian Vieri, reduce da un’annata stratosferica, conclusa con 24 gol in 24 partite (più 5 in Coppa UEFA), con il mondiale in Francia come ciliegina sulla torta.

Tutti i 29 gol di Vieri all'Atleti (sì, a 3.30 c'è anche QUEL gol contro il PAOK)

Bobo Vieri, in quegli anni, più che un calciatore sembrava una moneta di scambio e cambiava letteralmente una squadra a stagione. L'Atletico lo cedette alla Lazio per 55 miliardi, una cifra altissima per l'epoca. Lo stesso Sacchi anni dopo parlò così del trasferimento: “Era innamorato di una ragazza che lavorava in una discoteca a Milano Marittima, ma lei non ne voleva sapere. Poi, dopo il mondiale in Francia, quando Vieri diventò un idolo per i gol segnati con questa ragazza cominciò a scambiarsi messaggi. Dopo che l‘Italia fu eliminata ai quarti, venne da me a Fusignano «Io sarei rimasto a Madrid, ma ho nostalgia dell’Italia» mi disse, facendosi scappare qualche lacrima. Voleva tornare da quella ragazza”.

Nonostante le cessioni, comunque, il pre-stagione iniziò con ottimi auspici, un sonoro 4-0 al Chelsea "italiano" di Vialli, Di Matteo, Dalla Bona e Percassi. A causa di un infortunio, però, Sacchi dovette fare a meno fin dagli inizi di Jugovic, calciatore fondamentale nel suo 4-4-2 basato sull'intensità, ma soprattutto, scelse di fare spesso a meno Juninho Paulista. Il brasiliano, considerato erede spirituale di Futre per il pubblico colchonero, era il principale beniamino dei tifosi. Le sue giocate funamboliche lo avevano reso insostituibile nelle stagioni precedenti e infiammavano ogni domenica il Calderón come nient'altro. Come sappiamo, però, Sacchi ha sempre avuto un rapporto conflittuale con i giocatori difficili da collocare tatticamente. Tra scelte dell'allenatore e problemi fisici, entrò in campo soltanto dieci volte, segnando 4 gol. Infine, a causa di un grave infortunio che lo aveva costretto a operarsi a entrambe le caviglie, Sacchi dovette anche fare a meno di Kiko, potenzialmente centravanti titolare.

Nei mesi seguenti, in Liga, la squadra non è mai riuscita a trovare un equilibrio, nemmeno precario, incassando scottanti sconfitte come il 3-1 a Oviedo o il 4-0 a Mallorca, rimasto scolpito nella memoria collettiva dell'Atleti per le scelte tattiche di Sacchi, che dopo mezz’ora, sotto 1-0, decise di inserire il terzino Njegus al posto dell’ala Lardìn, cambio definito inspiegabile dalla stampa spagnola. Tra novembre e dicembre le cose vanno un po' meglio, i colchoneros non perdono per sette partite consecutive, portandosi a casa anche alcune soddisfazioni come la vittoria al Camp Nou. Parallelamente, Sacchi avanza sia in Coppa Uefa che in Copa del Rey. Particolarmente suggestivo è l’accoppiamento del primo turno di Uefa. Gli avversari sono i serbi dell’FK Obilic. Tutto normale se il presidente non fosse stato Zelijko Raznatovic conosciuto dal mondo come la Tigre Arkan, capo del tifo organizzato della Stella Rossa di Belgrado e alla guida delle operazioni di pulizia etnica in Bosnia durante le guerre jugoslave. La partita in Serbia si giocò nello stadio del Partizan. Fu una trasferta ai limiti del paranormale, fra terremoti, cene con guardie del corpo armate e minacce di morte ai giornalisti. Sacchi sintetizzò così quell'esperienza assurda: “Sull‘aereo di ritorno il presidente dell‘Atletico urlava felice perché eravamo sopravvissuti”.

Il mese di novembre, però, oltre ai buoni risultati riservò una sgraditissima sorpresa: il presidente Jesús Gil viene arrestato per un’interpretazione piuttosto bizzarra del regolamento sulle auto-sponsorizzazioni, una vicenda conosciuta in Spagna come "il caso magliette”. Faticando a trovare finanziatori, il padre-padrone dell'Atletico decise di apporre il nome della città di Marbella - quella di cui era sindaco - in bella vista sulle maglie della squadra, garantendo introiti per 450 milioni di pesetas, circa 2,7 milioni di euro al cambio attuale. Questi soldi, però, non venivano diretti nelle casse della squadra, ma sul suo conto personale.

L'esperienza dietro le sbarre di Gil, per sua fortuna, non durò a lungo. Il giudice accettò il pagamento della cauzione a causa di un’aritmia cardiaca accusata dal presidente. A questo si unì un momento di grande difficoltà personale di Arrigo Sacchi, il quale non ha mai nascosto le sue difficoltà nella gestione dello stress. La mancanza della sua Fusignano, unita alla perdita di motivazioni lavorative, indebolì gravemente l’animo del tecnico. Il momento chiave della stagione, il derby con il Real Madrid, arrivò a metà gennaio, dieci giorni esatti dopo la festa de Los Reyes Magos. Il derby di Madrid, nell'ultimo decennio, si è trasformata, sublimata in una sfida tra l'élite del calcio europeo. Negli anni Novanta, però, le cose erano molto diverse. Atletico - Real era una rivalità locale, una battaglia tutta interna alla comunità madrilena, cosa che - paradossalmente - la rendeva ancora più sentita e carica di tensione. Futre, per esempio commentò così una Copa Del Rey vinta contro gli odiati rivali nel 92’: “Non scambierei quella coppa nemmeno per cinque Coppe Dei Campioni”.

Arrigo Sacchi si trovò ad affrontare il Real, al Bernabeu, da terzo in classifica con una lunga striscia positiva alle spalle, mentre i blancos non stavano vivendo una grande stagione e si trovavano al quarto posto, reduci da una sconfitta contro il Maiorca (che a fine stagione si qualificherà per i preliminari di Champions League). Ciononostante, i movimenti da ala di un Fernando Morientes in grande spolvero mandarono in tilt la difesa alta di Sacchi e la squadra di casa la spuntò per 4-2, segnando ben tre gol nell'ultimo quarto d'ora di gioco. La brutta sconfitta nel derby sarà l’inizio di un rapidissimo declino.

Nonostante nella giornata successiva arrivi un buon 2-1 contro il Celta Vigo, le due sconfitte consecutive contro Valencia e Salamanca saranno la pietra tombale sull'esperienza di Sacchi all'Atleti. Il 16 febbraio presentò dimissioni irrevocabili e l’annuncio del definitivo - almeno in teoria - ritiro dal calcio. La dirigenza provò a convincerlo a lungo e il figlio del presidente Gil arrivò addirittura a dichiarare pubblicamente che senza Sacchi in panchina sarebbero probabilmente retrocessi.

Per quanto questa previsione potesse sembrare assurda, probabilmente Gil Jr. conosceva profondamente i problemi della squadra e non andò lontano dall'azzeccarci. A Sacchi subentrò ad interim Carlos Sánchez Aguiar, allenatore della squadra B, ma il 23 marzo tornò a sedersi sulla panchina del Vicente Calderón colui che l'aveva occupata nelle stagioni precedenti: Radomir Antić. Tuttavia, le minestre riscaldate - si sa - difficilmente rendono bene e infatti i colchoneros inanellarono una serie di dieci partite senza vittorie e da febbraio a giugno ottennero appena cinque pareggi e tre vittorie (tra cui un derby vinto 3-1 alla penultima giornata) in diciotto partite, crollando dalla zona Champions al rischio retrocessione.

L’Atletico si salvò soltanto a inizio giugno, mentre a fine mese perse nettamente la finale di Copa del Rey 0-3 con il Valencia. Il cammino europeo si fermò invece ad aprile, in semifinale, quando i rojiblanco furono eliminati dal Parma di Malesani dopo aver fatto fuori ai quarti la Roma di Zeman. Il club, comunque, retrocederà clamorosamente l’annata successiva - nuovamente allenata da un italiano, questa volta Ranieri, e dal subentrante Radomir Antić, ormai diventato una sorta di Ballardini spagnolo - quando i nodi del presidente Gil vennero al pettine con il sequestro della totalità delle sue azioni del club da parte della giustizia spagnola.

Gil morirà quattro anni più tardi, nel 2004, avendo designato come suo erede alla presidenza Enrique Cerezo, tuttora alla guida del club, che ha portato l'Atletico al suo massimo splendore, vincendo due campionati, una Coppa del Re, una Supercoppa di Spagna, tre Europa League e tre Supercoppe europee, oltre che giocando e perdendo in modo doloroso due finali di Champions proprio contro il Real. Sacchi, invece, non terrà fede alla propria promessa e proverà a tornare ad allenare il "suo" Parma nel 2001, ma l'esperienza durerà molto poco. Sulla via dell’A1, dopo una vittoria contro il Verona, Arrigo Sacchi maturò la decisione definitiva lasciando il club e il calcio, questa volta per sempre. Una storia breve ma intensa, quella tra l’uomo che ha rivoluzionato il calcio italiano e Gìl, un personaggio rimasto nella storia dell’Atletico, nel bene e nel male


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