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Erling Haaland
, 17 Aprile 2024

Restituiteci Erling Haaland


Nonostante i trentuno goal stagionali il norvegese non riesce a incidere più come prima.

L’andata del quarto di finale fra Real Madrid e Manchester City ci ha restituito la solita grande partita fra due squadre manifesto del calcio contemporaneo. Due filosofie opposte per modo di applicarsi in campo, ma animate dalla stessa intensità di spettacolo ed estetica del gioco. Il 3-3 finale ha messo d’accordo quasi tutti sulla grandiosità della gara, composta da una serie incredibile di goal, prodezze e intuizioni geniali da parte dei protagonisti. Eppure, in un quadro così travolgente nei propri colori e nelle proprie forme, c’è stata un’assenza piuttosto rumorosa in questa grande esibizione di spettacolo. Non tanto quella di Kevin De Bruyne, assente per presunta intossicazione alimentare, ma di uno dei centravanti protagonisti di questa epoca: Erling Haaland.

In verità, non è stato solo il norvegese a rendersi poco impattante sulla gara. Anche Bellingham si è riscoperto umano fra gli alieni, ben neutralizzato dalla difesa del Manchester City. Tuttavia, l'insufficienza di Haaland non è un caso isolato, né tantomeno improvviso. È da un po’ di tempo che l’attaccante del Manchester City non sembra essere presente nel gioco di Guardiola, come colpito da una sorta di malessere tattico e da una conseguente alienamento spirituale, indebolendo la sua forza mentale. E in campo ne stiamo vedendo le conseguenze.

Fa bene a indispettirsi il lettore: rivolgersi in questo modo nei confronti di Haaland, giocatore da 31 goal e 6 assist in 37 partite, sembrerebbe fuori dalla realtà. Ebbene, il quadro clinico del norvegese circola fra gli uffici di Guardiola già da un po’ di mesi. Non è (ancora) preoccupante, ma è molto chiaro: c’è una flessione netta nel rendimento di Haaland. Da quasi un anno. E soprattutto nelle partite più importanti del Manchester City. Tradotto in altri termini, Haaland sta underperformando. Parolaccia anglofona che ci aiuterà a cogliere meglio cosa stia succedendo attorno ad Haaland, ma soprattutto dentro di sé.

Nessuno vuole porre il dubbio sulla sua potenza: chiedersi se Haaland sia scarso è una domanda inopportuna e intrisa da una piccola nota di superficialità. È chiaro che non lo sia, ma dobbiamo anche chiederci perché lo vediamo così facilmente maltrattabile da Rudiger, Saliba, Van Dijk e perfino da Acerbi. Sarà colpa di Guardiola e delle sue tattiche rivolte a soddisfare la sua ossessione del controllo? È forse infestato dalla Sindrome di Ibrahimović, suo idolo, nota per neutralizzare gli attaccanti in Champions League?

The Haaland dilemma

Effettivamente potrebbe fare impressione parlare così di un giocatore da trentuno goal stagionali a metà aprile. Ma è un’inchiesta che certifica il livello assurdo raggiunto dal norvegese, e il nostro volergli talmente bene che desideriamo vederlo sempre e solo al meglio.

Se esiste un equivoco fra il City e Haaland, bisogna prima di tutto comprendere qual era lo stato iniziale delle cose, prima che incombesse appunto questo equivoco. In questo caso, Erling Haaland nel nostro immaginario, prima di esserci abituati a vederlo bullizzato dal difensore centrale medio dei rivali del Manchester City. Vi ricordate come descrivevamo Erling Haaland al Borussia Dortmund?

Haaland in maglia Dortmund era trattato alla stregua di un personaggio caricaturale, figlio dell’assurdo, un Saitama made in Norway. Segnava incessantemente, aveva reso il goal perfino noioso da commentare. Era un giovane Haaland, ma un attaccante già perfetto nei movimenti senza palla e nel tempo di decision-making. Poi, all’improvviso, ha perfino squarciato questa tela di abitudine con goal allucinanti, come quello segnato al Paris Saint-Germain in Champions League. E tutti abbiamo cominciato ad aver seriamente paura di questo mostro incontrollabile che sembrava avere tutte le caratteristiche immaginabili alla massima potenza.

Haaland aveva raggiunto una dimensione inspiegabile. Compiuto in una struttura imponente e perfettamente coerente con le sue caratteristiche, Halaand sbandierava un corpo futurista, che non accetta alcun paragone con l’esterno e col passato. Al Diavolo Van Basten e Ibrahimović, dolci anomalie di un calcio (anche) estetico, evviva la modernità di essere tutto e brutto. Haaland possiede una vera e propria brutalità di movimenti che converge sia nell’estetica che nel risultato.

Per intenderci: Haaland si muove esattamente come ce lo immaginiamo, ovvero in modo rigido, rigidissimo, ridicolmente macchinoso. Eppure perfetto in ogni realizzazione di tiro, in ogni esecuzione di corsa, nel punto preciso dello spazio in cui essere. Come si qualifica un giocatore del genere? A primo impatto verrebbe da dire universale. Non importa dove si trovi, come conduca il pallone in avanti o come arrivi a calciare: Haaland farà sempre goal.

Poi ci siamo chiesti una cosa. Se Haaland è capace di questi numeri con questa costanza in squadre come il Salisburgo e il Borussia Dortmund, di che cosa è capace di fare se si calasse nella realtà del Manchester City? Con un De Bruyne alle spalle e una squadra che sfiora i cento goal complessivi a stagione senza avere un mostro del genere?

È una domanda che si è fatto anche Txiki Begiristain, direttore sportivo del Manchester City. Non sapremo mai precisamente com'è stata imbastita la trattativa City-Haaland, ma quello che sappiamo è che sia sembrato un matrimonio piuttosto naturale, quasi spontaneo. Il club più ricco del pianeta si aggiudica il giocatore più costoso del pianeta. Al di là delle clausole da £60 milioni presentate al pubblico, perché nessuno è così ingenuo da credere che Haaland sia costato solo quei sessanta milioni di sterline. Tuttavia, la narrazione creata attorno al padre Alfie, ex giocatore City, e al suo tifo citizen fin da bambino, ce l'ha fatta andare bene così.

Però qualcuno dagli spalti rumoreggiava. Davvero Guardiola ritiene Haaland un giocatore adatto al suo Manchester City? Ricordiamoci il contesto storico: il Manchester City che va dal 2020 al 2022 aveva come attaccante lo spazio. Calare in quel sistema così liquido un giocatore così solido sembrava quasi una provocazione incomprensibile. Un'improvvisa antitesi dopo anni di ragionamenti, discussioni, argomentazioni e overthinking da parte di Guardiola, che ci aveva convinto che nel calcio si vince anche senza attaccante. A trasferimento ufficializzato, qualcuno ha avuto coraggio di farsi beffe del catalano: «alla fine anche Guardiola ha ceduto all'attaccante di stazza, lo vedi? Lo vedi che era una boiata quella roba dello spazio come attaccante?».

Non avevano idea di quanto fosse diabolico il piano di Guardiola.

Praticamente abbiamo fatto il giro: da «lo spazio è il nostro attaccante» a «l'attaccante ha creato lo spazio per far segnare gli altri».

Il City ha cambiato Haaland?

Ovviamente la questione non è così semplice, e nemmeno così sarcastica. Ma è evidente che alla fine sia stato il City ha cambiare Haaland e non il contrario. Questo non significa che il matrimonio anglo-norvegese non sta funzionando, perché il treble del 2023 è passato anche e soprattutto dalle reti di Haaland. Tuttavia, c'è un rischio più o meno grave, a vostra descrizione, sullo sviluppo del norvegese come calciatore.

Partiamo dai dati. Nella scorsa stagione di Premier League, la 2022-23, Haaland ha raccolto 28.4 expected goals e ha segnato 36 reti in 35 presenze. Quest'anno, su 25 partite di campionato, ha prodotto 23.6 xG e ha segnato 20 gol. In soldoni, l'anno scorso Haaland ha chiuso la Premier League con un overperformance netta di 7.6 goal segnati in più rispetto a quelli previsti, mentre quest'anno sta conducendo questo scarto a -3.6, ovvero avrebbe dovuto segnare circa tre reti in più per la mole di occasioni avute. Dunque ha underperformato. In un solo anno, Haaland ha capitalizzato circa 10 goal in meno nel solo campionato inglese.

In altre parole, l'Erling Haaland del 2022-23 avrebbe avuto circa dieci reti in più in questa Premier League. Di cui quest'anno ne è comunque capocannoniere con 20 reti assieme a Cole Palmer (!), ma a poche lunghezze di distanza da Watkins (19), Isak, Salah e Solanke (17).

Erling Haaland sbaglia clamorosamente un goal contro il Manchester United

(Photo by Michael Regan/Getty Images)
Qui ritratto durante uno dei suoi errori sottoporta più clamorosi di questa stagione.

Credeteci o meno, il declino realizzativo di Erling Haaland non è piombato improvvisamente oggi. Già negli ultimi mesi della stagione 2022-23, il norvegese si era mostrato meno capace di capitalizzare in modo ineluttabile quelle occasioni da goal. In Italia ci siamo sorpresi tutti nel vedere Acerbi neutralizzare così facilmente Haaland, ma quella prestazione anonima è figlia, in parte, di un processo tattico ultimato da Guardiola per rendere il City da treble.

Con lo shift tattico di alzare Stones e affiancarlo a Rodri, Guardiola ha costruito un assetto che ha garantito di mantenere il controllo del pallone e affrontare le risalite degli avversari con più serenità grazie alla presenza di quattro difensori di ruolo in campo, anche a costo di ridurre il volume di occasioni create: insomma, il City – anzi, Guardiola – può accettare di produrre meno occasioni ma non può accettare di essere fragile in transizione. Quella del catalano è stata una specie di contromossa nei confronti di Haaland, che nei mesi prima aveva reso il City una squadra tanto verticale quanto disordinata, dunque poco solida. Nonostante le caterve di goal segnati.

Intendiamoci: il City di Guardiola si è sempre disteso con un terminale offensivo ipertecnico, capace di dialogare alla perfezione con i compagni – Agüero prima, lo «spazio» dopo, ovvero i centrocampisti dirottati a fare i falsi nueve. Con l'inserimento di Haaland, lo stravolgimento tattico era semplicemente fisiologico. E infatti i primi mesi della stagione 2022-23 ci mostreranno un City non perfetto, spesso salvato proprio dall'individualità di Haaland che capitalizzava qualsiasi pallone giunto vicino lui, nonostante quel disordine tattico alle sue spalle. Con i suoi goal, Haaland era riuscito a mettere tanta polvere sotto al tappeto per il Manchester City, ma non era un equilibrio che poteva mantenersi ancora a lungo.

Il processo che porterà Stones ad avanzare nelle porzioni di campo più offensive inizia da febbraio, circa, e possiamo già delineare una grande differenza nel rendimento di Haaland. Nelle prime 21 partite di Premier League raccoglie quanto segue: 20 partite disputate, 25 goal, 3 assist. Nelle ultime 17, il trend crolla: 15 partite disputate, 11 goal segnati, 5 assist.

Qualcosa non torna. Quel qualcosa si rende piuttosto evidente nelle sfide decisive di quella stagione: Real Madrid andata e ritorno, la finale di FA Cup contro il Manchester United, la finale di Champions League contro l'Inter. Zero goal e tanta, troppa fatica. Il City torna a compattarsi e a imbastire le proprie azioni con calma, misurando bene il tempo e dispiegarsi orizzontalmente. Tutto quello che Haaland soffre, sostanzialmente.

L'ultimo l’ultimo lampo di Haaland in tutti i suoi simbolismi avviene quando mette il sigillo finale sulla sfida decisiva con l'Arsenal di fine aprile, quando si scioglie la lunga chioma di capelli e va a segnare il goal del 4-1 finale. Un lontanissimo parente dell’Haaland spaesato e impaurito degli ultimi tempi, visto proprio contro l’Arsenal di poche settimane fa, soppiantato troppo facilmente da Saliba e Gabriel Magalhaes. Come i talenti più astratti, Haaland ha bisogno di non porsi troppe idee per poter esprimere al meglio le proprie caratteristiche.

In ogni caso, fra prodezze di Gündoğan, prestazioni allucinanti di Bernardo Silva e tiri decisivi di Rodri, il Manchester City compie l'impresa e fa il treble. Senza porre necessariamente Haaland al centro dei propri meccanismi. Quasi nessuno se ne accorge, probabilmente neanche lui stesso. Solo quest'anno si renderà più o meno evidente, fra qualche errore di troppo e un City che ingrana proprio nel mese in cui lui non c'è per infortunio. E, ovviamente, alle solite prestazioni incolori nelle partite decisive fra Premier League e Champions League.

Con le cessioni di Gündoğan e Mahrez di quest'estate, due giocatori fondamentali per dare accelerazioni a una squadra molto desiderosa di controllo e che hanno permesso di rendere il treble una realtà, Guardiola ha dovuto rimodulare la gran parte dell'impianto tattico del City. Complice anche per la prolungata assenza di Kevin De Bruyne, ne è venuta fuori una squadra tatticamente disordinata come i primi mesi della stagione 2022-23, perfino più caotica, che solo nelle ultime settimane ha trovato una propria consistenza sulle spalle di Phil Foden, che ha compiuto uno step-up impressionante.

Un rilancio che ha permesso al Manchester City di ripiombare in testa della classifica della Premier League. Tuttavia, per Haaland è il periodo più complicato da quando veste la maglia del Manchester City: in meno di trenta giorni, gli sky blues affrontano tre match di assoluta importanza. Liverpool, Arsenal e Real Madrid. Haaland raccoglie appena 0.7 expected goal complessivi nei tre match, senza segnare un solo goal, ma soprattutto senza dare un contributo quantomeno quantificabile per i propri compagni.

La stampa non ha atteso molto prima di rendere conto di queste prestazioni a Guardiola, addirittura Roy Keane ha paragonato il norvegese a un attaccante di League Two, serie D inglese, dopo l'assenza di prestazione contro l'Arsenal. Il tecnico catalanto lo ha difeso, rilanciando i suoi meriti «nel creare spazio per far finalizzare gli altri giocatori». Ma com'è possibile aver fatto culminare Haaland in un magnete per difensori centrali e non sfruttarlo al meglio con tutte quelle componenti realizzative e fisiche assurde che ha ampiamente dimostrato?

C'è il rischio concreto di abituarci a vedere Erling Haaland utilizzato come esca per i difensori centrali avversari, favorendo il gioco cerebrale dei giocatori tecnici attorno a lui. Guardiola fa bene a pensare al suo Manchester City, alle sue trame di gioco, al miglior modo per impostare le azioni e allo stesso tempo risultare solidi e impenetrabili. C'è da chiedersi, però, quanto questo sia giusto nei confronti di Haaland, freak spaventoso nonché prescelto per annientare ogni record realizzativo, per relegarsi a un ruolo del genere. Basterà l'amore per il Manchester City – ereditato dal padre, dicono, seppur nato a Leeds – per stringere i denti e accettare di duellare con Rudiger, con Saliba, con Van Dijk, con Acerbi e basta?

È anche qui che si consuma l'incomprensione con Haaland. Se il norvegese non riesce (più) a ricalcare quei contorni di quel personaggio assurdo, cheat code, insensato e soprattutto ineluttabile, cosa ne rimane? Cosa rimane di quel freak che segna in ogni modo se, in effetti, lo vediamo normalizzarsi nella realizzazione come quest'anno e sfruttato, per la maggior parte, in tutti quei lavori da attaccante strutturato e «scarso coi piedi»?

La verità forse è che noi dobbiamo pretendere che ci venga restituito Erling Haaland. È veramente difficile digerire il suo volto un po' sconsolato che arriva alle telecamere, sofferente nell'applicarsi in questo nuovo ruolo faticoso, banale e pure un po' noioso. Perfino il feed del suo account Instagram ce lo consegna bigio e decaduto, Come se fosse già in una crisi di mezza età. Nei consueti post a gara finita, in particolare con Liverpool, Arsenal e Real Madrid, vediamo Haaland ritratto a fare simil-acrobazie, ad avere il pallone fra i piedi (!), a fare a botte con Gabriel Magalhaes. Non ci sono più quei post solenni dove esulta in capo ai cartelloni pubblicitari taggando Ibrahimović, dove porta il pallone a casa, dove mostra l'ultima esultanza zen, o dove usa entrambe le mani per contare i goal siglati in una partita.

Ora il Manchester City ospiterà all'Etihad il Real Madrid per il ritorno del quarto di finale di Champions League. Se Guardiola utilizzerà ancora una volta Haaland come diversivo per la coppia dei difensori centrali madrileni, a torto o a ragione di risultato, dovremmo alzarci in piedi e boicottare questo sanguinoso delitto all'anormalità del norvegese. Noi vogliamo vederlo alzare la gamba di due metri, correre in modo orchesco verso la porta, spaventare i tifosi all'impatto con i difensori avversari, vederlo in aria con una mossa di karate priva della tecnica di karate. Invece, per Guardiola sarà verosimilmente necessario continuare a utilizzarlo in questo modo: con pochi palloni diretti su di lui, con tanta energia da dissipare in rincorse e lotte fisiche, con spazi da aprire per i propri compagni.

In questo senso, si delineano due scenari percorribili per il futuro di Haaland: compiere un compromesso fra la sua natura e la necessità di asservire il gioco di relazione con i propri compagni, rendendosi più partecipe nel gioco del Manchester City affilando caratteristiche tecniche per trattare meglio il pallone; sperare in una nuova disposizione tattica che proietti il City in maniera verticale e diretta negli ultimi metri di campo, sfruttando tutte quelle componenti esibite dal norvegese in questi anni. Difficile vedendo quanto sta raccogliendo il City con questo assetto.

È anche vero che Haaland partecipa ai grandi palcoscenici da appena tre anni, e per un attaccante di questo livello i 24 anni (da compiere) sono soltanto i primissimi capitoli della sua carriera. Nonostante un corpo futurista del genere, è ancora troppo presto per ritenere Haaland ignifugo da ogni possibile contaminazione capace di renderlo più associativo di quanto non-visto finora. Il rischio di diagnosticare una Sindrome di Ibrahimović nei suoi confronti ad oggi è presuntuoso: molto passa dall'utilizzo (saggio, o meglio, vincente) che Guardiola ne sta facendo nei suoi confronti. In formula: abbiate fiducia nel progresso, anche quando egli ha torto.

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