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Copertina Caitlin Clark
, 16 Aprile 2024

Caitlin Clark, la folle


Con la sconfitta con South Carolina è terminata la carriera della più grande giocatrice di sempre del college basket.

“Sono due infatti i principali ostacoli alla conoscenza della realtà: la vergogna che offusca l’animo, e la paura che, alla vista del pericolo, distoglie dall’azione. La follia libera da tutto questo. Non vergognarsi mai e osare tutto: pochissimi sanno quali altri vantaggi si ottengano”

Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia

West Virginia aveva quasi decifrato il codice nel secondo turno di questa March Madness. Per sconfiggere Iowa e Caitlin Clark, o almeno darsi una chance di farlo, l’unica soluzione è probabilmente la violenza. Le Mountaineers hanno vinto la partita dei falli ventisette a undici, e sono andate a tirare dalla lunetta solo in cinque occasioni, contro i venticinque tentativi delle Hawkeyes, e facendo così hanno tenuto la partita chiusa: a due minuti dalla fine la situazione era di parità, e, pur perdendo alla fine 64-54, West Virginia avrebbe costretto un attacco capace di scavallare abitualmente i novanta o i cento punti sotto quota settanta punti segnati per solamente la quarta volta in stagione.

Arrendendosi all’evidenza di non poter fermare Caitlin Clark, la stella più brillante di Iowa e di tutto il college basket, West Virginia ha deciso che, come minimo, le sue compagne non avrebbero avuto modo di aiutarla. I trentadue punti di Clark avrebbero rappresentato la metà dei totali segnati da Iowa, che comunque ha mandato a referto solo quattro giocatrici, ma i tre assist rappresentano il punto più basso per la nativa di Des Moines in questa stagione da una sconfitta di metà novembre contro Kansas State.

La sfida a West Virginia, per Clark, non rappresentava una partita qualunque. Non c’era solo lo spettro di un addio deludente al college basketball nel caso di un’impronosticabile sconfitta contro una testa di serie molto più bassa. Data la strutturazione del torneo, che stabilisce lo svolgimento delle partite in campo neutro dal terzo turno in poi, quella contro West Virginia rappresentava l’ultima sua uscita sul parquet casalingo della Carver-Hawkeye Arena, quello della principale università dello stato in cui è nata e cresciuta, quello su cui ha scritto tutti i record d’ateneo e per il basket NCAA tutto, senza distinzioni di genere, come quando ha strappato a Pistol Pete Maravich il record di punti al livello più alto della pallacanestro universitaria statunitense. L’ultimo record è arrivato proprio nella sua serata d’addio a Iowa City, superando Kelsey Plum per numero di punti nell’arco di una singola stagione. L’atmosfera era di quelle speciali, e Caitlin Clark ha fatto di tutto per renderla ancora più esaltante.

Sul 43-38, con cinquanta secondi sul cronometro del terzo quarto, Clark usa la minaccia del suo mortifero tiro da tre punti – quest’anno tira col 38% su 13,7 tentativi a partita – per attaccare il pitturato e chiudere con un floater: canestro, and one, e nel mezzo dell’esaltazione generale dei tifosi delle Hawkeyes, un suo urlo che non si sente, ma di cui si intuisce il tono dal labiale. Get the f*ck up, un incoraggiamento al pubblico locale a fare ancora più rumore, ché se questa è l’ultima volta che potrà sentire quella bolgia, tanto vale che sia forte come non mai – su internet, in molti hanno interpretato il labiale come “shut the f*ck up”, un “fate silenzio” che non si spiegherebbe, visto che è chiaramente rivolto al pubblico, che non potrebbe essere più dalla sua parte di così, non fosse altro perché sono disposti a sopportare l’aumento vertiginoso nel prezzo dei biglietti causato solo dalla sua forza di gravità.

Il labiale più analizzato degli Stati Uniti d’America

Nel suo Eroine, la critica televisiva Marina Pierri utilizza alcuni dei personaggi femminili più popolari della serialità contemporanea, da Undici di Stranger Things a Raffaella Cerullo de L’amica geniale, per formulare un archetipo tutto televisivo di quello che è il viaggio dell’Eroina, come da titolo dell’omonimo libro di Maureen Murdock, che è diverso e non perfettamente sovrapponibile al ben più analizzato viaggio dell’Eroe al maschile. Pierri descrive le progressioni delle protagoniste “non come un percorso di costruzione, ma di distruzione. Se l’uomo ascende, la donna discende per ascendere.

L’ultimo archetipo presentato nel libro è quello della Folle, esemplificato da Fleabag dell’omonima serie di Phoebe Waller-Bridge, una maestra la cui unica lezione è l’assenza di lezioni: Fleabag “non insegna a vivere, non offre una mappa per affrontare la Luce e l’Ombra perché attraversa entrambe senza sforzo né soluzione di continuità, facendone tesoro. Da perfetto Folle o Briccona, lei va e basta. Va perché, dentro di sé, sa dove andare. In questo, Caitlin Clark rappresenta perfettamente l’archetipo della Folle, quello più potente, l’ultimo ma anche il primo: “ogni volta che tagliamo il traguardo, è proprio la Folle che spinge a mettersi in moto e a cominciare tutto daccapo”. L’archetipo della Folle si abbevera alla fonte della figura del trickster, la figura tipica dell’ingannatore che si ritaglia il suo spazio nelle mitologie di tutto il mondo, dal Prometeo greco al Pulcinella napoletano.

In un mondo che, come sosteneva Clifford Geertz, di fronte alle infinite possibilità combinatorie dei comportamenti e delle tradizioni umane ne fissa alcune e le definisce cultura, stipulando in principio cosa sia giusto e cosa sbagliato, il trickster è, usando le parole di Lewis Hyde, un boundary-crosser, un equilibrista che viaggia sulla linea sottile tra morale e amorale, sfumandola. “Ogni comunità ha i suoi confini, il suo senso del fuori e del dentro, e il trickster è sempre lì alle porte della città o alle porte della vita, facendo in modo che ci sia sempre scambio”. Caitlin Clark è trickster nel suo stile di gioco, nel coraggio con cui incendia le partite, facendo uscire dai gangheri le sue avversarie sviandole con trucchi da gioco delle tre carte. Caitlin Clark ne sa una più del diavolo – a proposito, la figura di Lucifero nella religione cristiana è un archetipo di trickster – come quando ha chiuso ogni discussione sulla semifinale contro Connecticut mirando il proprio inbound pass sulla schiena della rivale Paige Bueckers – la stella delle Huskies – facendo così scorrere il cronometro di un secondo e annullando ogni risibile, ma ancora esistente, possibilità di rimonta avversaria.

https://twitter.com/TylerDeLuca/status/1776452837850984462

L’animo della trickster in azione

È stata proprio la versione più feroce e ingannatrice della trickster quella che si è presentata ad Albany, New York alle Elite 8, per la rivincita della scorsa finale NCAA tra le Hawkeyes e Louisiana State. Contro la più grande arma difensiva del paese in Angel Reese e contro un’allenatrice molto vincente, seppure controversa, come Kim Mulkey, Clark ha dato sfoggio del suo migliore basket in questa March Madness. I quarantuno punti – quarta miglior performance stagionale – dodici assist, sette rimbalzi e due rubate possono servirci come buona linea guida, ci possono raccontare il cosa, ma neanche loro possono bastare a comprendere il come. Certamente la scelta di Mulkey di lasciare in marcatura su Clark una guardia più piccola come Hailey Van Lith può facilitare il gioco di un’atleta che non ha bisogno di andare sotto canestro, dove Angel Reese è l’alteratrice definitiva, per fare la differenza. Detto questo, non c’è nulla di sbagliato nella difesa di Van Lith in questa azione, ma la conclusione è esattamente la stessa che ci sarebbe stata se non avesse fatto assolutamente nulla. E infatti, non su questa tripla specifica, ma su un’altra giocata di questo genere, la reazione della guardia di LSU ha spiegato più di quanto mille parole possano.

Come per Sabrina Ionescu prima di lei, però, la carriera di Caitlin Clark è finita senza un anello di campionessa NCAA per una banale ragione di collettivo: il basket resta uno sport di squadra, e un’individualità, per quanto straordinaria, da sola può portarti solo fino ad un certo punto. Come per la Oregon della guardia oggi alle New York Liberty, Iowa ha solamente una futura giocatrice WNBA, sia pure la migliore dell’intero panorama e futura prima scelta al Draft, e di fronte a loro, sul palcoscenico più grande, si stagliano dinastie con nomi leggendari in panchina e una sfilza di trofei alle spalle. Per Ionescu, nella sua unica apparizione alle Final Four, fu Baylor, per Iowa è stata prima LSU e, soprattutto, quest’anno, South Carolina.

Nella finale di Cleveland, infatti, le Gamecocks di coach Dawn Staley hanno alzato il loro terzo titolo nazionale, e lo hanno fatto con la stessa ricetta utilizzata in tutto il torneo: rimanere avvinghiate alla partita nel primo tempo, e poi scavare il solco alla distanza, sfruttando una predisposizione al fondo senza pari in tutto il college basket. A nulla è servito l’inizio sprint di Iowa, i diciotto punti nel solo primo quarto di Caitlin Clark. South Carolina ha chiuso il gap nel secondo quarto, si è presa il vantaggio sul finale di tempo, con una palla persa di Caitlin Clark che ha avuto il sapore di una coltellata, e nel terzo ha portato l’incontro fuori dalle acque territoriali delle Hawkeyes.

Nel record forse più difficile, certo più affascinante del ciclismo, quello dell’ora, il VO2max – ovvero il massimo volume di ossigeno in un unità di tempo per ciascuna contrazione muscolare – è la grande linea di demarcazione che separa chi può attentare al record e chi no. Il VO2max è solo marginalmente migliorabile con l’allenamento, e dunque la lista di chi può provare a rubare il fuoco sacro agli dei olimpici è naturalmente ristretta. Nel basket universitario nessuno ha il VO2max delle Gamecocks che, per sciogliere la metafora, hanno non solo il roster più profondo d’America, ma anche un collettivo con una chimica di squadra totale forgiato dal lavoro incredibile di Dawn Staley.

Come ha sottolineato Diana Taurasi nel suo commento alla partita per ESPN, in una NCAA in cui “tutte vogliono essere la stella” Dawn Staley “ha dieci All-American che si sacrificano per la sua squadra”. Laddove Iowa ha una rotazione a sette giocatrici con alcune delle giocatrici in posizione di centro più basse del paese, ha sottolineato Michael Baumann di FanGraphs, Staley può far riposare fino al terzo quarto e poi mandare nella lotta per i rimbalzi Ashlyn Watkins, 191 cm di power forward che ha iniziato a schiacciare alle medie. Il risultato finale di 87-75 per le Gamecocks è sincero, forse nemmeno abbastanza, nello spiegare il divario delle forze in campo.

https://twitter.com/cjzero/status/1777077712370208979

Il dato esemplificativo della partita è stato quello dei punti in uscita dalla panchina

Anche in un articolo a tema Caitlin Clark, è giusto ed assolutamente necessario dedicare almeno una piccola finestra a Dawn Staley, la migliore allenatrice del college basket contemporaneo e l’unica persona inframezzatasi tra Clark e il finale perfetto della storia, non fosse altro perché nella grandezza di Staley è insita anche una nozione aneddotica che racconta della grandezza di Caitlin Clark. Nella passata off-season, South Carolina ha perso alla WNBA l’intero quintetto titolare che era andato alle Final Four con un record di trentasei vittorie e una sconfitta. Quest’anno, le Gamecocks hanno vinto il titolo festeggiando una cavalcata senza alcuna macchia. Considerato che nel 2022 avevano anche vinto il titolo, si può dire che l’unica sconfitta in due interi anni solari di South Carolina sia arrivata per mano di Caitlin Clark nelle ormai mitologiche semifinali del 2023, la partita perfetta capace di cancellare dall’esistenza un three-peat che altrimenti sarebbe parso molto probabile.

A Cleveland, Caitlin Clark ha completato, sia pure con una sconfitta dolorosa, il percorso degli ultimi quattro anni, quelli che l’hanno resa una delle atlete più visibili del paese partendo da un luogo di cui gli Stati Uniti sembrano ricordarsi solo quando i caucuses aprono le primarie per le presidenziali. Nel frattempo, lungo la sua strada, ha contribuito direttamente a fare la storia dello sport statunitense. Le partite di Iowa nel torneo NCAA hanno costantemente battuto i record di trasmissione per il college basket femminile: quella contro LSU, trasmessa su ESPN, ha raccolto oltre dodici milioni di telespettatori, fino a quel momento la partita femminile NCAA più vista nella storia, solo per essere battuta, pochi giorni dopo, dalla semifinale contro Connecticut e infine dalla finale contro South Carolina, che con 18.7 milioni di spettatori è diventata la partita di basket – di qualsiasi livello e sia maschile che femminile – più vista di sempre.

Adesso, Caitlin Clark si prepara a ripartire, probabilmente da Indianapolis, casa delle Indiana Fever, franchigia che detiene la prima scelta assoluta al prossimo draft WNBA e che dunque la chiamerà con la scelta più scontata da qualche anno a questa parte. “Prima di essere Innocenti, Eroina ed Eroe sono stati Folli; dopo essere stati Saggi, ritornano Folli”, scrive ancora Pierri nel suo Eroine. Clark ha raggiunto il traguardo della Saggezza. Ha visto tutto e ha domato – quasi – tutto. La Folle, però, ha imparato nel suo viaggio che l’amore, come scrive Clarissa Pinkola Estes, “nella sua forma più piena è una serie di morte e rinascite”. Non c’è tranquillità, il ritorno alla normalità non è possibile. Di conseguenza, quando la stagione 2024 della WNBA avrà inizio (16 maggio), Caitlin Clark vi sarà al via per la prima, ma certo non l’ultima, volta. “Il Viaggio è finito. Il Viaggio è ricominciato. Lunga vita al Viaggio”.

  • Nasce nel 1999 in onore della canzone di Charli XCX e Troye Sivan. Nella sua mente ha scritto un libro su Chris Wondolowski, ma in verità usa quel tempo ascoltando Carly Rae Jepsen e soffrendo dietro a Green Bay Packers e Seattle Mariners

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