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, 11 Aprile 2024

Le sette vite del Lupo


La travagliata storia del calcio ad Avellino.

In Italia non c’è sport più popolare del calcio. Migliaia di appassionati si riuniscono ogni weekend che sia sul divano di casa, ai tavolini di un bar o sulle gradinate di uno stadio per supportare la squadra del cuore. C’è chi vede nel pallone un passatempo, chi invece un veicolo di riscatto sociale come gli abitanti, e di conseguenza tifosi, dell’Avellino. Quel romantico calcio di provincia pane e salame che non sogna neanche più di indossare l’abito delle grandi occasioni e prendere parte alle cene gourmet dei campionati maggiori ma che piuttosto si accontenta della tranquillità di un posticino statale in Lega Pro, magari con qualche golosa cucchiaiata in B avendo accortezza a non strafare.

In Irpinia, poi, hanno smesso di sognare da un pezzo. Gente forgiata dalle sofferenze che non hanno lasciato scampo neanche alla squadra di calcio, rifondata un anno e mezzo dopo il devastante bombardamento da parte delle fortezze anglo-americane che causò numerose vittime e danni di portata incalcolabile alle infrastrutture cittadine. Dieci appassionati di sport misero assieme i cocci della società fondata nel 1912 per costruire una polisportiva, sotto la denominazione Unione Sportiva Avellino, che accogliesse chiunque volesse impegnarsi nel gioco del calcio, della pallacanestro, atletica e pugilato al fine di perfezionare le forze fisiche, morali e intellettuali. I dieci fondatori forse non immaginavano in quel momento di aver dato di nuovo vita ad una delle società più rappresentative del calcio provinciale dello Stivale, che nel corso della storia conoscerà altre volte sia la gioia della rinascita che la tragicità della fine.

Il sogno infranto per mano del ministro Scelba

Nel 1948 i biancoverdi, reduci da due terzi posti, vincono il girone D della Serie C dopo aver battuto nello spareggio promozione – giocato in una gremita Arena di Milano – i siciliani del Catania. Purtroppo la compagine eroica guidata da Alfonso Riccardi in panchina e dall’attaccante Camillo Fabbri autore del goal decisivo non vedrà mai la luce della serie cadetta. Delle lettere anonime indirizzate ai dirigenti del club catanese invitarono questi ultimi a informare le autorità di un presunto pagamento di un premio in denaro ricevuto dalla società dello Stabia per aver vinto per 1-0 contro il Catania nella gara del 15 maggio del ’49 ed aver mestamente deposto le armi contro i cugini due settimane dopo subendo una sonora sconfitta per 3 a 0.

La confusa confessione del modesto difensore Gastone Staffiero, autore della segnalazione perché risentito a seguito della comunicazione di rescissione del contratto a termine della stagione calcistica, portò la Lega Nazionale a invalidare l’intero girone e congelare sia le promozioni che le retrocessioni. Il Catania però non s’arrese ed impugnando la sentenza davanti alla Corte di Giustizia Federale - sfruttando la forza politica derivante dallo stretto rapporto con l’allora Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Mario Scelba - riuscì ad ottenere la promozione in Serie B con conseguente retrocessione in Promozione del club irpino.

Luci ed ombre della presidenza Sibilia

Chi ha vissuto il calcio degli anni Ottanta non può non ricordarsi del vulcanico presidente Antonio Sibilia. Un uomo burbero, cresciuto troppo in fretta per la scomparsa del padre, che arrivò a diventare uno dei costruttori edili più importanti e potenti del Mezzogiorno partendo con l’essere un semplice manovale. La passione per il calcio lo avvicinò all’Avellino di cui rilevò le quote di maggioranza ad inizio degli anni Settanta. In pochi anni i biancoverdi passarono dalla zona calda della Serie C alla storica promozione in B, sino ad arrivare in Serie A nel 1978.

Resteranno in massima serie per oltre dieci anni facendo dello stadio Partenio la propria fortezza, resa quasi inespugnabile anche per l’apporto di grandi calciatori come Fernando De Napoli e Andrea Carnevale, futuri campioni con il Napoli; il futuro portiere bianconero Stefano Tacconi; gli stranieri Barbadillo e Ramón Díaz e dal simpatico tanto quanto funambolico brasiliano Juary, diventato famoso per la celebre danza attorno alla bandierina dopo ogni rete segnata. Purtroppo la bontà del calciatore carioca non sfuggì neanche ad uno degli uomini di spicco della criminalità organizzata italiana che volle conoscerlo nonostante fosse nel bel mezzo di un’udienza processuale.

Nell’ottobre del 1980 il presidente Sibilia e l’attaccante biancoverde portarono in dono al boss della camorra una medaglia d’oro in segno di amicizia perché “supertifoso dell'Avellino” così come dichiarato alla stampa. All’epoca l’evento suscitò un tale scalpore che uno dei giornalisti che più s’interessò alla scabrosa vicenda, il compianto Luigi Necco, venne gambizzato prima di un Avellino – Cesena da sicari inviati da Vincenzo Casillo, braccio destro di Don Raffaè.

La stagione dei tumulti

Le vicende legate agli ambigui rapporti con la criminalità organizzata non saranno purtroppo gli unici eventi spiacevoli di quell'epoca legati al club biancoverde. L’Avellino infatti venne riconosciuto dalla giustizia sportiva come uno dei club più attivamente coinvolti nello scandalo del Totonero e perciò condannato con 5 punti di penalizzazione, la squalifica per 6 anni dell’attaccante Stefano Pellegrini e del centrocampista Cordova per oltre un anno. Nonostante la spada di Damocle della penalità i Lupi però non si persero d'animo e guidati da un tecnico dalle idee innovative come Luis Vinicio inanellarono una serie di risultati positivi sia in campionato che Coppa Italia.

La penalizzazione fu recuperata in poco meno di due mesi e le cose sembrarono andare bene. Fino a quella maledetta domenica di novembre in cui la terra tremò e finì per segnare il destino di chiunque l'abbia vissuto, creando un vero e proprio spaccato storico tra la vita prima e dopo il sisma. Poche ore prima del tragico evento, l'Avellino aveva liquidato i rivali per la salvezza dell'Ascoli con un pimpante 4-2. Alle 19:35 però, proprio quando tutti gli appassionati erano incollati davanti alla televisione per la sintesi del big match tra Juventus ed Inter, le popolazioni di Campania, Puglia e Basilicata furono colpite dal terribile terremoto di X grado sulla scala Mercalli, con epicentro proprio in Irpinia, che causò circa tremila vittime, novemila feriti e trecentomila sfollati. Una tragedia che si ripercosse inevitabilmente anche sulla squadra di calcio. Lo stadio Partenio divenne un centro d'accoglienza per sfollati e successivamente un eliporto per l'atterraggio di elicotteri, forzando i biancoverdi ad essere ospitati al San Paolo di Napoli per le gare casalinghe.

Avellino stadio terremoto
Stadio Partenio di Avellino durante l’emergenza seguita al terremoto del 23 novembre 1980: divenne eliporto per la Protezione Civile.

Lontano da casa non si riuscì mai a vincere, restando impantanati in penultima posizione fino a fine gennaio. Servì tornare a giocare tra le mura amiche per ritrovare l'entusiasmo necessario per ottenere la miracolosa salvezza. Nel girone di ritorno i biancoverdi ottennero ottimi risultati, arrivando a giocarsi la salvezza all'ultima giornata contro una Roma ancora in corsa per il titolo e avvelenata perché reduce dalla contestata rete annullata a Turone quindici giorni prima. Il 24 maggio, a praticamente sei mesi dal sisma, in uno stadio tappezzato di verde speranza, l'Avellino riuscì a strappare un punto ai giallorossi di Paulo Roberto Falcão e garantirsi un altro anno in massima serie.

La longa manus della Democrazia Cristiana

Avellino è sempre stato il centro nevralgico dei giochi di potere della politica campana e nazionale, anche più di Napoli capoluogo di regione. I fondi stanziati dallo Stato per la rinascita post-terremoto ingolosirono politici e imprenditori pronti a sfilare tra i resti delle macerie a caccia di popolarità e consensi. Come accaduto già in passato, scindere società e calcio è praticamente impossibile, perciò tra l'economia da risollevare dopo il sisma rientrò anche quella della squadra di calcio orfana del presidente Sibilia. Nel 1988/89 l'Avellino vive una stagione tribolata, culminata con la retrocessione in Serie B dopo quasi un decennio in massima serie. Il club, stritolato dai debiti, venne consegnato nelle mani del sindaco della città poiché il presidente all'epoca in carica scappava dalla magistratura perché accusato di aver alterato delle perizie per dei lavori di ricostruzione degli edifici post-terremoto.

Il presidente del Consiglio Ciriaco De Mita in compagnia dell' Avvocato Agnelli durante un Avellino - Juventus disputato al Partenio.

Fu in questa situazione di caos totale che la lunga mano della politica irpina - personificata dal potentissimo membro della DC, nonché Presidente del Consiglio in carica, Ciriaco De Mita - entrò in gioco. Sfruttando le amicizie con il mondo della grande imprenditoria, che nel proprio paese Natale aveva già portato all'apertura di un grande stabilimento della Parmalat, convinse nientepopodimeno che Calisto Tanzi a rilevare il 60% delle quote del club (l'altro 40% sarebbe spettato a Corrado Ferlaino, presidente del Napoli scudettato) e salvare quindi le sorti dell' Avellino Calcio, affidandone la gestione ad un uomo di calcio come Pierpaolo Marino.

Come dentro House of Cards

Il talento nello scoprire talenti di Pierpaolo Marino non salverà l'Avellino dal pantano della Serie B, anzi. All'ombra del Partenio negli anni successivi alla retrocessione della Serie A partirà una girandola tra presidenti ed allenatori che non farà altro che togliere stabilità ad un ambiente ormai abituati a vivere di incertezze e godersi ogni stagione come fosse l'ultima. Tiratosi fuori l'ex DG del Napoli, il club fu guidato da Gaetano Tedeschi, altro imprenditore avvicinatosi al club biancoverde per secondi fini essendo poi stato il realizzatore di un'importantissima arteria stradale.

Quella irpina era oramai una realtà paragonabile a House of Cards, fatta di spietato pragmatismo, manipolazione, tradimenti e giochi di potere. Con Tedeschi alla presidenza, i Lupi non solo falliranno sistematicamente il tentativo di promozione ma sprofonderanno anche in Serie C, mettendo a stipendio sette allenatori in tre anni. Neanche il ritorno della famiglia Sibilia donò tranquillità all'ambiente. Il ritorno in cadetteria con la leggenda polacca Zibì Boniek in panchina durò lo spazio di una stagione, prima di tornare in C e ricominciare con le porte girevoli, che vedranno succedersi - tra i quattordici tecnici cambiati in cinque stagioni - anche il vate Corrado Orrico.

Avellino boniek
L'Avellino di Boniek che ottenne la promozione in B nel 1994-95.

Un bagno di sangue senza precedenti anche per dei tignosi come i Sibilia, che abdicarono in favore di un altro gotha come Pasquale Casillo, passato alla storia per essere il tycoon del Foggia di Zeman. Il Re del grano (anch'egli coinvolto in più di una preoccupante vicenda giudiziaria), facendosi rappresentare ufficialmente da suoi collaboratori quali Stefano Monachesi, Nicola Iannarone e Gaetano Tedeschi, tentò di risollevare le sorti del club senza ottenere però particolari successi, finendo poi per vendere alla Pugliese di Frigento che, aiutata da Luciano Moggi, riuscì a raddrizzare la barca e condurre l'Avellino alla promozione in Serie B battendo i rivali del neonato Napoli nel celebre scontro del Partenio.

Ai confini della morte

Negli ultimi anni il calcio italiano, per ben due volte, ha rischiato di perdere una realtà calcistica importante come l'Avellino. I Pugliese saranno per la comunità irpina una sciagura rappresentata dal record negativo di paganti registrato allo stadio Partenio nel 2009 quando uno scialbo Avellino - Empoli si giocò davanti a poco meno di 120 spettatori. Quello che un tempo era catino rovente e fortezza inespugnabile di giovani campioncini era ormai diventata una landa desolata in cui gli unici argomenti trattati erano stipendi non pagate, fidejussioni non coperte, pignoramenti da parte di banche e perquisizioni della Guardia di Finanza.

I Pugliese tentarono in tutte le maniere di salvare il club nonostante fossero sommersi dai debiti, provando anche a ripartire dalla Lega Pro prima, dalla D poi e, in extremis, anche dalla Terza Categoria. Tutte richieste prontamente bocciate dagli organi competenti. A staccare la spina al povero malato terminale, preso in giro per anni da false promesse fatte da parte di uomini di calcio improvvisati ma sempre con secondi finiti politico-imprenditoriali, ci pensò il Tribunale di Avellino visto il gravoso stato di insolvenza finanziaria in cui versava la società.

Umiliato e svenduto, il calcio in Irpina provò a ripartire dalla famiglia Taccone, ricominciando dalla D. Col biologo alla guida del club l'Avellino ritroverà presto non solo l'antica denominazione pignorata dal Tribunale ed il logo acquistato in extremis da una cordata di ultras, ma anche i successi sul campo. Ripescati in Lega Pro a seguito del fallimento di numerose squadre, i biancoverdi riusciranno a centrare anche la promozione in Serie B con la leggenda Massimo Rastelli in panchina e la bandiera Gigi Castaldo, vecchia volpe delle serie inferiori, come punta di diamante. Problemi risolti? Macché. Walter Taccone riuscirà nell'impresa di essere un presidente ben peggiore di Pugliese.

Contestazione messa in atto dagli ultras avellinesi contro la proprietà Pugliese

Nonostante i proventi ricavati da ricapitalizzazioni esterne e dalle cessioni di giovani talenti come Izzo, Pisacane e Zappacosta, l'Avellino fece registrare un bilancio in perdita di oltre 18M. Un decisivo passo verso il fallimento che avvenne in seguito al parere negativo del Collegio di Garanzia e dello Sport e al Tar del Lazio dopo che la Covisoc (commissione interna alla FIGC preposta al monitoraggio della situazione economico-finanziaria delle società calcistiche) che aveva escluso gli irpini dal campionato di Serie B a causa del mancato rispetto dei termini di consegna della fideiussione. Nove anni dopo l'Avellino era quindi costretto di nuovo a ripartire dai dilettanti.

L'Avellino dei giorni nostri

Tante cose sono cambiate negli ultimi quattro anni in Irpinia. La D è soltanto un brutto ricordo e al timone del club c'è una famiglia ambiziosa come quella dei D'Agostino che anni addietro aveva già fattivamente collaborato coi colori biancoverdi offrendo il proprio supporto come sponsor. Piano piano la piazza sta riacquistando fiducia e appeal. Attualmente è in lotta per i playoff nel girone C di Lega Pro ed in panchina siede un giovane allenatore ambizioso tanto quanto moderno come Michele Pazienza, ex centrocampista di Napoli e Udinese.

La sua è una corazzata costruita per stracciare il campionato (basta buttare un'occhio sul monte ingaggi monstre messo a disposizione della proprietà) che però ha dovuto fare i conti con l'exploit della piccola Juve Stabia ormai già promossa in cadetteria. Azzardando un parallelismo con la Serie A, l'Avellino di Pazienza ricorda l'Inter di Simone Inzaghi sia per completezza d'organico che per organizzazione di gioco. Un 3-5-2 aggressivo che fa delle transizioni rapide e dello sfruttamento degli spazi le proprie armi vincenti. Un roster da far invidia anche a tante compagini di B, potendo contare su due formazioni che inserite nello stesso campionato non farebbero fatica a giocarsi entrambe posti al vertice.

Basti pensare solo alla composizione del pacchetto offensivo formato dal bomber Patierno arrivato a quota 18 reti segnate, al suo alter ego Gori autore di 11 reti nonostante il ruolo di comprimario, al talento scintillante del partenopeo Sgarbi (20 reti tra goal ed assist e cocco del direttore sportivo Perinetti sicuro di un suo futuro tra le stelle del calcio delle serie maggiori). La chiave starà tutta nell'equilibrio e nella capacità reciproca di organico ed allenatore di restare sulla stessa lunghezza d'onda.

Le dichiarazioni di Michele Pazienza alla presentazione del libro "La legge del Partenio"

Dopo averli seguiti per tutto l'arco della stagione ed incuriosito dall'evoluzione di un progetto ambizioso ho deciso di assistere al derby tra i biancoverdi ed il Giugliano disputatosi qualche settimana fa allo stadio De Cristofaro. L'eye test non ha lanciato spazio a dubbi: la stessa percezione provate guardando la squadra di Pazienza dallo schermo di casa sono state confermate anche dal vivo. L'Avellino mi ha dato la sensazione di una squadra che - se solo volesse - sarebbe capace di ammazzare la partita in un solo tempo di gioco. Le idee dell'allenatore, mixate all'esperienza dei tanti calciatori navigati presenti in rosa, rappresentano la ricetta giusta per girone insidioso come quello in cui i Lupi sono inseriti e chiamati a performare.

Il grande limite è prettamente mentale poiché, credo, l'atteggiamento in campi sia l'aspetto fondamentale su cui l'allenatore dovrà lavorare nelle prossime settimane. L'ambiente tutto era certamente convinto di trovarsi in ben altra posizione in questo momento del campionato e ora fatica a mantenere alto il livello di concentrazione per tutto l'arco della partita. Sarà difficile per Pazienza convincere un gruppo, pieno di troppi capi e pochi indiani, a remare nella stessa direzione e credere nelle sue metodologie fino alla fine. Se alla fine sarà promozione o no lo dirà solamente il campo, è certo però che sul cielo di Avellino si sono diradate le nubi e che il futuro non sembra più tetro come in passato. Una meritata tranquillità di cui la comunità biancoverde aveva ed ha tremendamente bisogno perché abituata a lottare sin dalla fondazione. E' così che va la vita di un lupo, sempre in lotta per la sopravvivenza.


  • Napoletano di nascita ma cittadino del mondo d' adozione. A 12 anni ha capito che il rettangolo verde non facesse al caso suo dopo aver provato una rulèta à-la-Zidane ed esser finito a gambe all' aria. Innamorato del calcio grazie alla folta chioma bionda di Emmanuel Petit.

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