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Real Madrid-Manchester City, una battaglia di stili


Real Madrid - Manchester City è ormai una sfida che trascende il campo.

Sono passati solo trentadue minuti, eppure Real Madrid e Manchester City sembrano già assaporare il ristoro dell'intervallo, come due pugili tremolanti lì lì per cadere fuori dal ring, con i paradenti saltati e l'aria spaesata per i colpi subiti. Hanno regalato, in quella mezz'ora, giocate spettacolari e allo stesso tempo errori macroscopici: è la migliore partita auspicabile per il calcio mondiale, il rendez-vous tra due stili di gioco - e tra due visioni del mondo - che non potrebbero essere più distanti una dall'altra.

Il Manchester City ha piantato la tenda a ridosso dei sedici metri del Real da svariati minuti, senza però riuscire a imbucare. Guardiola ha costruito la sua carriera da allenatore su questo insegnamento: il momento giusto, prima o poi, arriva. Infatti, pochi secondi dopo, Rodri allarga per Grealish, sfruttando la mancata copertura dell'ampiezza della difesa madrilena; quello scambia con Kovacic che, di prima, lo manda a calciare dall'angolo sinistro. Grealish, con la sua riconosciuta sensualità, tocca la palla e se la sposta sul destro, ma Tchouameni arriva in anticipo e lo chiude, squarciandone il dipinto.

Dopo qualche rimpallo, la palla arriva a Rodrygo, che alza la testa e cerca immediatamente Vinicius Jr nello stesso modo in cui l'innamorato descritto da Pablo Neruda ama il proprio partner: non può fare altrimenti. Guardate il momento in cui si scambiano il pallone: quanti altri due giocatori arriverebbero in porta, da soli, da quell'altezza del campo? La risposta è facile: nessuno. Nessun'altra coppia di attaccanti ha la connessione mentale e fisica di Vincius Jr. e Rodrygo, nessun altro trasmette il bisogno di cercarsi e scambiare il pallone anche quando appare superfluo, quasi in preda a un'attrazione magnetica, come fanno i due brasiliani del Real.

Real City

Quest'azione è la testimonianza più sincera della loro unità: Vinicius che riceve, danza sul pallone e lo nasconde con il tacco a Ruben Dias, trovando di nuovo Rodrygo; e quell'altro che corre come un pazzo per cinquanta metri, sulla sinistra, mandando ancora Vinicius Jr. in profondità con una trivela. Alla fine a calciare verso la porta è Rodrygo, che con un fendente alto scongiura al City il terzo gol nel giro di pochi minuti. Soprattutto, però, è un'azione che trasmette perfettamente l'aura mistica che circonda questa partita: un quarto di finale di Champions League che tocca già una dimensione aliena al calcio stesso, trasformandosi in un dibattito sperimentale sul miglior approccio da seguire per vincere, per essere la migliore squadra del mondo.

C'è tutto il Real Madrid nella sua essenza, che corre con la leggiadria della propria camiseta, attraversando la connessione del suo tridente – Vinicius Jr., Rodrygo, Bellingham: sicuri che l'acquisto di Mbappe sia così necessario? – per creare un caos impercettibile, quantistico; e c'è tutta l'essenza del Manchester City con i suoi pattern spinoziani, intento a ricalcare i percorsi razionali e predicibili della palla sul prato per trovare soluzioni cerebrali al dilemma presentato dagli avversari. Anche se, in realtà, nei primi minuti i ruoli sembravano capovolti. Erano bastati due minuti a Bernardo Silva per inquadrare Lunin piantato lontano dal palo di riferimento, su una punizione anonima sulla trequarti. Con quel tiro a rientrare velenoso, pieno della scaltrezza che fatichiamo a riconoscere all'iper-razionalismo del City, Bernardo ha acceso una piccola fiaccola di imprevedibilità alla sceneggiatura hollywoodiana delle ultime eliminatorie.

D'un tratto il Real palleggiava per manipolare il blocco basso del City, rintanato a ridosso dell'area di rigore. Uno scenario che ci ha ricordato la complessità di questa sfida, forse ridotta eccessivamente dall'opinione pubblica a una dialettica sterile: il calcio della funzioni contro quello delle posizioni, la libertà di espressione contro le catene messe all'iniziativa individuale, il consolidato contro il nuovo che avanza.

Un riassunto di tutte le sfide tra Real Madrid e Manchester City

Due semifinali (2022, 2023) e un quarto di finale (attuale, 2024) in tre stagioni consecutive: è questo che sta diventando, Real Madrid - Manchester City: una saga fantasy senza un finale chiaro, tramutata in uno spettacolo, per il pubblico e i calciatori stessi in campo, kitsch e abbacinante. I gol di Valverde e Foden che sembrano usciti da uno spokon sul calcio; le contromisure studiate da Ancelotti contro Guardiola e da Guardiola contro Ancelotti; gli uno contro uno a tutto campo, eseguiti con la drammaticità degli scontri nelle arene romane. «È stata una partita bellissima, uno spot per il calcio» ha detto, mangiato da una soddisfazione un po' mutilata, a fine partita, Carlo Ancelotti. Insomma, come si potrebbe dire il contrario di una storia con tutti questi rovesciamenti e colpi di scena, una storia nella quale, quando uno dei due combattenti sembra tenere l'altro a terra, con un piede sul suo corpo morente, l'altro lo trascina verso di sé per ricominciare la lotta?

Guardiola è stato costretto a rinunciare a Kevin De Bruyne nella formazione iniziale e, già nel pre-partita, pareva orientato a schierare una formazione piuttosto conservativa, con quattro difensori solidi dietro e una trequarti più verticale – con Foden pendolare dietro Haaland; Grealish e Bernardo laterali. Era solo l'inizio dei vecchi presagi di overthinking? Stones da centrale si alzava in possesso a fianco a Rodri, mentre Kovacic scalava in zona di rifinitura per sfruttare le spaziature del tradizionale 3-2-5. Nei sincronismi i giocatori di Guardiola scivolavano bene, orientandosi nel pressing medio del Real. Al 6' una bella azione finisce con il tiro di Haaland sbattuto sul corpo di Lunin, e in questo caso era stato Gvardiol a tagliare dalla sua posizione di terzino sinistro per creare superiorità tra le linee. Il Real Madrid, invece, difendeva con il 4-4-2: Valverde e Rodrygo salivano verso Akanji e Gvardiol sulla prima pressione, ma quando la squadra finiva per abbassarsi erano orientati a difendere il centro. Qui Kovacic si ferma e attrae a sé Valverde...

...che si fa portare fuori posizione, ma Kovacic è bravo a piegarsi con il busto di sguincio, ricavando una traiettoria di passaggio verso il croato...

...che serve uno dei brevi momenti della serata di Haaland ad anticipare la copertura di Rudiger. L'angolo di tiro, però, è troppo ridotto e Lunin si salva.

Real Madrid Manchester City

Dopo il pareggio - un tiro ciancicato da Camavinga sulla schiena di Ruben Dias - il primo risvolto narrativo. Chiunque abbia scritto il soggetto di Real-City non era onnisciente: tendeva più alla frenesia dei film di Cristopher Nolan che al rigore compositivo, a un parco spettacolo calcistico.

Al 14' Vinicius Jr. si abbassa a raccogliere un pallone oltre la linea di centrocampo, ed è aggredito con un attimo di ritardo da Ruben Dias, che gli permette di dare uno sguardo in verticale.

Come se fosse legato a lui da una corda invisibile, Rodrygo ha già cominciato a correre alla sua sinistra, con la vocazione romantica di Forrest Gump. È una mossa relazionale studiata da Carlo Ancelotti, che per sovraccaricare il lato debole della difesa del City – quello destro, dove gioca Akanji – e infilarsi alle sue spalle ha spostato Rodrygo e Vinicius sulla stessa fascia, quella sinistra. Durante tutta la stagione Rodrygo ha trascinato il Real Madrid attraverso la cruna dell'ago, equilibrando la manovra offensiva da attaccante di destra del 4-3-1-2. Ha la licenza di muoversi in funzione dei due compagni di reparto: a volte svuota l'area per le cavalcate brutali di Bellingham, altre si allarga per scambiare con Vinicius.

L'attacco asimmetrico e "relazionale" del Real Madrid: Bellingham nel solito ruolo ibrido tra trequartista e centravanti, con Rodrygo e Vinicius Jr. che si muovono entrambi a sinistra.

Questa volta, però, Rodrygo gioca con i piedi sulla linea laterale e il suo talento illusorio, quasi magico, nelle conduzioni viene valorizzato a pieno: brucia Akanji sul breve, poi viene rimontato in area di rigore, e infine caccia una steccata con la punta delle dita del piede destro che passa tra le gambe del difensore svizzero. Rodrygo era lì, a pochi centimetri dai difensori del City e da Ortega, ma nessuno lo ha visto davvero. Nessuno ha letto le sue intenzioni profonde.

Neanche Ancelotti si mantiene nel vestito nero, ricco dell'aplomb istituzionale con cui vive le partite: ed esplode in un'esultanza rara, entusiasta per il puro gusto del gioco.

Solo il Real Madrid conosce, e preserva al suo interno, il segreto per ribaltare così in fretta l'impatto della psiche sulle partite.

Spesso sottovalutiamo l'acume tattico di Ancelotti, che per creare il due contro uno strutturale che il City ha patito a destra, ha introiettato stilemi e concetti indubbiamente figli del Fluminense di Fernando Diniz, campione in carica del Sudamerica e ormai già tra i più influenti laboratori di sviluppo tattico al mondo. L'unione di Rodrygo e Vinicius a sinistra – con Bellingham al centro e uno schieramento asimmetrico compensato sulla fascia destra dagli inserimenti di Valverde – sembra una mossa banale, ma non lo è. Anzi, forse è proprio grazie a modifiche così minimali che Ancelotti ha esteso la sua longevità sul calcio mondiale, arrivando a firmare con il Real Madrid nel 2021 dopo stagioni mediocri. Sembra seduto sulla panchina più importante d'Europa per diritto divino, e non per il merito in sé. «Non credo che faremo cose strane» aveva ironizzato in conferenza stampa sulla sua stessa immagine di "gestore". «Ma comunque non ho intenzione di dirvi niente».

Nell'era del gioco di posizione sistematizzato, in cui è ferma la convinzione tra i suoi templari dell'importanza dello spazio da occupare più dell'intesa tra i singoli giocatori, anche piccoli spostamenti possono generare a cascata il crollo di un piano partita. Di questo Ancelotti è cosciente e, non a caso, i suoi interventi tattici si riducono all'osso: il suo obiettivo è sviluppare il talento offensivo dei suoi giocatori facendo sì che possano comunicare, attraverso il pallone, per più tempo possibile. «Non si aspettavano di trovarmi lì» ha confermato poi Rodrygo, «abbiamo fatto un piccolo cambio tattico, perché di solito a sinistra gioca Vinicius». Pure analizzando con semplicità, di fretta, l'andamento della gara, Rodrygo ha ragione: il Manchester City non era pronto a riaggredire con ferocia, prima che il Real Madrid trovasse il tempo di verticalizzare su di lui, e infatti si è salvato più volte con un po' di fortuna.

La magnifica prestazione di Rodrygo

Il primo tempo è una lunga affermazione dei titoli nobiliari del Real Madrid. A centrocampo tutti i palloni passano tra i piedi di Toni Kroos ed è come se il tempo rallentasse fino a scomparire; lui apre il piattone, dà la pausa quando serve, manda Bellingham a duellare nello spazio, poi torna indietro. Vinicius e Rodrygo banchettano sul telaio instabile del City passandosi la palla con il tacco ed è inquietante la concentrazione di giocate di alto livello che tirano fuori. Ogni azione è un pericolo: Ortega, oltre a subire due gol, deve effettuare tre parate per salvare il risultato.

La natura delle difficoltà della squadra di Guardiola rientra nella povertà di soluzioni in rifinitura. Con l'addio di Ilkay Gundogan in estate e il successivo intervento chirurgico subito da Kevin De Bruyne hanno lasciato in eredità un vuoto difficile da suturare. Phil Foden, riportato alle origini nel ruolo di trequartista, ha già superato i venti gol stagionali – tra cui il capolavoro da fuori area segnato ieri al 66' – ma il suo approccio al ruolo è radicalmente diverso: si muove con elettricità tra le linee, ha bisogno di molti tocchi per entrare nel vivo del gioco, eppure non sembra ancora essere in possesso dell'intelligenza trascendente che serve al City.

Fallita la prima pressione, il Real rinculava all'altezza del centrocampo dentro un 4-4-2 stretto, che lasciava libera l'ampiezza a Bernardo Silva e Grealish. Eppure per alcuni tratti il City non solo non è riuscito a isolare in fascia i suoi esterni, ma è parso aderire all'immagine di macchina di ingranaggi fordista che si tira in ballo per screditare Guardiola. Un possesso palla fiacco, che produceva sempre la stessa azione: Foden e Kovacic che si imbottigliavano tra le maglie dei centrocampisti del Real, senza riuscire a creare dubbi o pericoli.

Real Madrid Manchester City

Certo, è un atteggiamento che il Real Madrid non ha potuto mantenere a lungo: dover ogni volta battere tutto il campo in verticale è massacrante anche per fenomeni atletici come Vinicius Jr. e Rodrygo, o per pentatleti come Valverde. Con il baricentro spostato più in basso, nel secondo tempo, il City ha trovato una frazione di secondo in più per imbeccare Foden, e i risultati sono stati evidenti.

Al 49' è ancora Gvardiol ad assumersi il carico della creazione in attacco e taglia il pressing del Real per mandare Foden al cross: di poco impreciso per la testa di Haaland. Quando serve, va sottolineato, il City non disdegna il lancio alto sul centravanti per inasprire i duelli uomo contro uomo: è così che conquista un paio di punizioni, a inizio secondo tempo, che contribuiscono a tenere il Real con la testa sott'acqua – succede, ad esempio, al 55', con Rodri vicino al gol di testa proprio da calcio piazzato. È il momento migliore per il City, che pure affidandosi a soluzioni estemporanee inspessisce la sua partita offensiva: prima del gol eccezionale di Foden, un mancino secco all'incrocio scoccato da appena fuori l'area di rigore su assist di Stones, arriva un'altra bella azione che porta al tiro sempre Foden: è il 58'.

Gvardiol conduce da sinistra e alle spalle di Kroos, sul centro-destra del City, Bernardo Silva si scambia di posizione con Foden e si smarca nel corridoio centrale – quello dell'half space.

Bernardo riceve e con i suoi brevi passettini, in cui sembra sempre in punta di piedi prima di passare o calciare in porta, trova Foden largo a destra...

...che calcia centralmente, prima di rifarsi qualche minuto dopo.

Abbiamo visto un Manchester City meno dominante con la palla, ma più reattivo, con delle bocche di fuoco in avanti difficili da contenere per chiunque. Il gol del 2-3 di Josko Gvardiol, sulla carta un centrale difensivo, è un indicatore delle qualità anche nascoste dalla patina degli attaccanti del City: ormai quella di Guardiola è una squadra completa, che può accontentarsi giocando al massimo soltanto per brevi frazioni di partita. Lo avremmo mai detto? La centralità di Foden nel progetto – sia dal punto di vista tattico che di leadership tecnica – sta trasportando il Manchester City verso una nuova fase: è una squadra che ripudia sempre di più il caos, rigida quando non ha la palla e con una spinta tattica che sembra più ristagnante degli anni passati. A volte persino spezzata in due nell'interpretazione del gioco: è capitato in Premier che Guardiola schierasse dall'inizio cinque difensori e cinque attaccanti.

Il Manchester City come una squadra che pensa prima a immobilizzare gli attacchi avversari, a vincere le marcature preventive, e poi ad arrivare in porta velocemente, con giocatori che dribblano parecchio e cercano l'iniziativa. Ieri il migliore giocatore per rendimento finora, Phil Foden, ha corso in maniera opaca per il campo: risultando decisivo, però, proprio grazie al disordine che creava nella struttura del City, ai rischi che si assumeva andando in verticale. È cominciato tutto con la mossa di Stones da "finto" centrale, ma ora che gli avversari sono immuni a questi sincronismi al City sembra mancare la leggerezza che aveva costruito negli anni. Alla fine è arrivato un pareggio giusto, citando le parole dei due allenatori a fine partita. Entrambe le squadre hanno provato a vincere, ma i difetti dell'una si sono scontrati con gli eccezionali pregi dell'altra.

Nel migliore momento del City, sul 2-3, l'ingresso di Luka Modric ha inondato la partita di un'ulteriore upset, grazie alla pulizia con cui il croato ha guidato l'uscita palla del Real Madrid, spento dal gol del pareggio di Foden e dalla stanchezza degli attaccanti. Fino alla fine, Bellingham ha attaccato l'area di rigore, provando a cucire l'assenza di un riferimento vero e proprio, ma senza la lucidità necessaria. Ha chiesto un rigore al 79' e poco altro. Ne è uscito un altro gol da cineteca, di un giocatore di cui parliamo poco, forse con la migliore tecnica di calcio al mondo: El Pajarito Valverde. Eppure i gol sono forse l'ultima cosa che custodiremo di queste continue battaglie tra Real Madrid e Manchester City: sono una parte dello spettacolo, come tutti i gesti tecnici più belli, ma non sono tutto.

Ci ricorderemo di questi anni di calcio europeo, di Champions League, attraverso l'incrocio di questi universi così distanti, eppure così attratti l'uno dall'altro. Le partite singole di Real Madrid e Manchester City sono piene di combinazioni efficaci, tattiche all'avanguardia, giocatori preziosi per l'élite del calcio. Quando si affrontano, però, accade una cosa diversa: e cioè producono amore per il calcio, pure se da poli opposti. La protezione, e l'ascesi, del talento individuale, della storia stessa di questa competizione che sembra scendere in campo, contro lo spirito collettivo di una squadra che pensa con un solo cervello e gioca con un cuore solo. Ancelotti contro Guardiola e Real Madrid contro Manchester City: non è una questione strettamente calcistica.

È difficile, durante partite come questa, ai livelli massimi di uno sport così competitivo, eppure per un attimo tutti si dimenticano della vittoria e della sconfitta. Rimane solo quello che abbiamo visto, e vissuto, e cioè una perenne, epica, battaglia degli stili.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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