
MAYA - Considerazioni Sparse
A tre anni da OBE, Mace si ripete senza però restare uguale a sé stesso.
"Avevo paura di cadere in quella trappola. Ma ero tranquillo, consapevole. Se avessi fatto un “OBE 2” sarei diventato esattamente quello che odio, un artista prevedibile". La principale preoccupazione di Mace dopo il successo di OBE, prodotto pregevole trainato in cima alle classifiche da La canzone nostra con Salmo e Blanco, era di riproporre esattamente la stessa formula, inseguendo un nuovo disco di platino ma rinunciando alla propria originalità. Tra MAYA e OBE il producer classe 1982 - al secolo Simone Benussi - ha quindi preferito mettere tre anni di distanza e un album strumentale (Oltre) per tornare poi sulla scena con un disco cesellato con cura, con abbinamenti di artisti sulle tracce composti quasi scientificamente e un range enorme di influenze, che vanno dai Pink Floyd alla musica tradizionale indiana, da Lucio Battisti ai The Doors. Il concetto alla base di MAYA è sì quello di OBE, con la riunione di un gruppo di Avengers della voce e del suono che fanno la loro parte in un lungo flusso orchestrato da Mace, ma si sono aggiunti nuovi suoni, nuove sperimentazioni, l'esplorazione di generi e artisti diversi.
È proprio la sensazione che si ha ascoltando MAYA, quella di uno scorrere continuo della musica, che lo rende un prodotto omogeneo piuttosto che un collage di canzoni come spesso capita in operazioni collettive di questo tipo. Ha sicuramente aiutato da questo punto di vista il modo in cui Mace ha organizzato il lavoro, portando gli artisti per venti giorni in un casolare in Toscana, con una sala di registrazione attiva 24 ore su 24. La bravura di Mace è stata quella di coordinare un parterre di artisti anche molto differenti in vari casi, creando un disco che è coerente con sé stesso per tutta la sua durata, ma allo stesso tempo lascia libertà di emergere alle varie influenze musicali di Mace e dei suoi colleghi, allo stile dei singoli artisti, a suggestioni musicali differenti. L'unica traccia che spezza il mood generale di MAYA, e che forse poteva essere approcciata in modo diverso, è Praise the Lord con Tony Boy, Gué e Noyz Narcos, che nonostante sia un brano valido ha l'effetto di svegliare un po' dall'atmosfera onirica e psichedelica creata fino a quel momento.
Quello che MAYA condivide con OBE sono senza dubbio le vibes che il disco vuole cavalcare. Mace stesso fa riferimento nelle interviste alla dimensione dei sogni e alla psichedelia anni '70, che fanno un po' da filo conduttore tra le varie tracce (con un picco in Solo un uomo con Altea) e che aiutano l'ascoltatore a farsi cullare dall'ascolto dei brani di MAYA. In questo ambiente si muove alla perfezione anche Venerus, forse l'artista più affine a Mace e che anche in questa occasione dimostra di essere la voce più adatta a condire di parole i beat del collega, come si può sentire in Ossigeno. Chi sta diventando sempre più un artista "da Mace" è Gemitaiz, presente in Viaggio contro la paura, Meteore e Fuoco di paglia, mentre si sono maceizzati per l'occasione Fabri Fibra (Mai più) e Kid Yugi (Tutto fuori controllo), che si muovono sulle basi del producer milanese in modi poco immaginabili alla vigilia del disco. Allo stesso tempo Mace ha fatto un grande lavoro nel costruire i beat attorno a quello che è lo stile riconoscibile di alcuni degli artisti che ha voluto con sé in questo progetto. Degli esempi? La parte di Frah Quintale in La guerra (in cui il rapper bresciano cita anche Chapeau, sua e di Carl Brave) o quella di Chiello in Ruggine.
Un grande pregio di MAYA è che nessuno dei tantissimi artisti coinvolti è un pesce fuor d'acqua e che, anzi, ci sono voci che inaspettatamente si incastrano benissimo tra di loro e con le basi di Mace. Nota di merito, in questo ambito, a Mentre il mondo esplode, con Marco Castello e Ele A. Leggendo la tracklist qualche settimana fa veniva naturale chiedersi: come si incastreranno un trentenne siracusano con un background jazz e una classe 2002 di Lugano influenzata dal rap old school? La risposta è, ovviamente, benissimo e danno vita ad una delle tracce migliori del disco. Tra i big, oltre ai già citati Venerus e Gemitaiz, si distinguono particolarmente Cosmo (Strano deserto) - quello con Mace è un vero e proprio match made in heaven - e Ernia, ipnotico in Lumiere. Mace decide poi di regalarci anche qualche istante di Rkomi pre-Taxi Driver (Nuovo me) e addirittura un ritornello (molto bello) cantato da Marco Mengoni e scritto da Calcutta (in Fuoco di paglia).
A chiudere MAYA, Mace ha piazzato uno strumentale da oltre 8 minuti, che fa da manifesto della sua musica e da riassunto di tutto quello che si è ascoltato fino a quel momento. Un modo per tirare le fila della girandola di voci, suoni e suggestioni proposte. Mace è riuscito senza dubbio a riconfermarsi senza proporre un "OBE 2", ma soprattutto è riuscito a fare una cosa che è sempre complessa: fare musica non pop con un gruppo di artisti - chi più chi meno - pop, o quantomeno mainstream. È un album nato veramente dall'essenza della musica, da - come ricorda Mace nelle interviste - lunghissime jam che avevano dato alla luce brani lunghi anche più di venti minuti. MAYA ha la naturale prosecuzione della sua vita sui palchi, addirittura più che negli speaker di telefoni e casse, ed è abbastanza raro per l'album di un producer. Oggi il disco è uscito, ma raggiungerà la sua massima espressione artistica il 18 ottobre, quando è programmato un live al Forum di Assago che ha tutti i crismi per risultare un'esperienza imperdibile.
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