
Thiago Motta, Inzaghi e il valore della fiducia
Cosa ci dice questo campionato sull'importanza dello stato mentale dei giocatori.
In un documentario di qualche anno fa, a Roberto Bettega e Dino Zoff viene chiesto di ricordare e raccontare la finalina dei Mondiali del 1978 tra Italia e Brasile. La partita, dopo il vantaggio iniziale di Franco Causio, terminò con la rimonta verdeoro grazie a due capolavori di Nelinho e del compianto Dirceu, uno dei giocatori simbolo della Serie A alla metà degli anni ’80.
Bettega, in particolare, si sofferma nel raccontare la rete del pareggio di Nelinho, ancora oggi ricordata come una delle più belle nella storia dei Mondiali. “Fu un gol che solo un brasiliano può pensare, son quei tiri che non devi saper fare” diceva l’ex centravanti della Juventus “devi saper pensare, devi avere la faccia per farli, perché se la prendi male la butti nell’altra curva”.
E, in effetti, rivedendo oggi quel gol, la prima cosa che pensi è che nessun calciatore professionista, almeno in Europa, avrebbe mai il coraggio anche solo per concepire una rete del genere. Ma al di là dell’eccezionalità di una rete meravigliosa e dello stereotipo innocuo e colorito utilizzato da Bettega, il suo racconto ci restituisce un’idea, un concetto, una verità che nel frenetico dinamismo del calcio moderno sembriamo quasi aver dimenticato.
Thiago Motta e il campione che non ti aspetti
Lo scorso lunedì, mentre la maggior parte di noi era impegnato a mettere il legno sulla brace con una mano e tenere una bottiglia di birra nell'altra, Riccardo Orsolini e Alexis Saelemaekers hanno deciso di realizzare due reti da stropicciarsi gli occhi. Forse non saranno state indimenticabili come il gol di Nelinho nel 1978, ma parliamo comunque di due perle balistiche che entrano di diritto nel novero delle reti più belle realizzate in questa stagione di Serie A.
Due capolavori diversi ma che hanno comunque qualcosa in comune, e non ci riferiamo solo ad una certa simmetria nella mattonella d’esecuzione. Le reti delle due ali del Bologna, come quelle di Nelinho, sono realizzazioni che, come direbbe Bettega “devono essere pensate piuttosto che fatte”, che più della grandissima tecnica individuale dei due giocatori, ci dice molto del loro incredibile stato di forma mentale. Perché per metterla alle spalle del portiere da posizioni e con traiettorie impossibili ci vuole un gran piede ma per concepire anche solo l’idea di provarci in quel modo devi avere un’altissima consapevolezza di te stesso e dei tuoi mezzi, devi avere fiducia nella tua scelta, devi avere la coscienza serena e impavida di una figuraccia ben più probabile dell’Eurogol.
Ci stupiamo, sempre di meno per la verità, soprattutto della rete e della grande prestazione di un giocatore che nelle scorse stagioni sembrava invece essere diventato l’emblema della mediocrità. Il gol oddly satisfying e il raffinatissimo assist di tacco di Saelemaekers sono semplicemente i punti più alti di una stagione d’altissimo livello che nessuno avrebbe potuto immaginare, neanche nelle più rosee previsioni. Nessuno, tranne Thiago Motta. Se oggi l’ex Milan è diventato un fattore estremamente decisivo per la corsa Champions del Bologna, il merito è soprattutto di un allenatore che ha creduto in un giocatore spesso sottovalutato e bistrattato, investendoci tanta fiducia e abnegazione tattica per essere ripagato a suon di prestazioni da campione vero.
Ma se facessimo un passo indietro e allargassimo lo sguardo alla rosa del Bologna nel suo complesso, ci accorgeremmo di come l’atmosfera di fiducia e consapevolezza creato da Motta sia riuscito a galvanizzare quasi tutti gli elementi della squadra, esaltandone le individualità pur in un contesto organico e complesso. Dalla libertà concessa a Calafiori in fase di costruzione all’intuizione di non ingabbiare ma anzi favorire la mobilità e il dinamismo di Zirkzee: come vi abbiamo già raccontato qualche giorno fa, benché Motta sia ormai riconosciuto come uno degli allenatori tatticamente più raffinati e all’avanguardia del panorama europeo, le sue idee di gioco non sono mai state imposte dall’alto ma hanno attecchito in un contesto che si mette al servizio del singolo per esaltarne la funzione collettiva.
Il Bologna è diventato una grande squadra proprio grazie a questo clima di consapevolezza, e la riprova ci viene da quelle partite che gli emiliani sono riusciti a vincere in rimonta e contro grandi squadre (Inter, Lazio, Atalanta) mostrando fiducia, nervi e una condizione mentale straordinaria.
Alessandro Bastoni non crede alle tabelle
Ma la 30esima giornata di Serie A ha visto anche l’Inter capolista liquidare la pratica Empoli con un 2-0 che però non ha nascosto le difficoltà di una squadra sempre bella e vincente ma che sta evidentemente per finire la benzina. Contro i toscani, la squadra d’Inzaghi non ha brillato, subendo spesso l’iniziativa dei ragazzi di Nicola e soffrendo l’apatia di una ThuLa chiaramente fuori condizione. Eppure i tre punti sono arrivati lo stesso, ma sarebbe riduttivo pensare che il merito sia stato esclusivamente della manifesta superiorità tecnica dei padroni di casa. Sembrerebbe quasi controintuitivo parlare di momento più difficile della stagione per una squadra che si trova a +14 sulla prima delle inseguitrici e che sta dominando un campionato a senso unico.
Ma la verità è che questo momento di difficoltà è oggettivo, almeno nelle sue premesse: l’eliminazione dagli ottavi di finale di Champions, le scorie del caso Acerbi, un campionato che potrebbe non offrire più particolari spunti agonistici, le polemiche e una pressione mediatica che si fanno sempre più forte proprio quando le gambe cominciano a essere più pesanti. Se queste premesse non hanno avuto un vero seguito, se contro l’Empoli è arrivata una vittoria preziosa anche se non brillante, il merito è da riconoscersi prima di tutto al grande lavoro di Simone Inzaghi e del suo staff.
Il tecnico piacentino è stato molto bravo a isolare la squadra, a compattare il gruppo, a infondere sicurezza e tranquillità. Prima della gara contro l’Empoli, sull'ex Twitter e su Instagram continuavano a circolare tabelle e ruolini di marcia che ipotizzavano un’eventuale rimonta del Milan ai danni dei cugini nerazzurri; tabelline abbastanza ridicole e improbabili, che però ci restituiscono un’istantanea del clima mediatico che si è venuto a creare attorno alla capolista, a partire proprio da una larga fetta del tifo nerazzurro sempre pronto a cadere nel disfattismo e mettere in stato d’accusa un allenatore tacciato, per dirla alla Malesani, di essere un Mollo.
Discorsi e scenari da Pazza Inter a cui l’Inter, quella vera, ha risposto con una prestazione di maturità e cinismo, dimostrando che i primi a non credere ad un’ipotetica rimonta della squadra di Pioli siano proprio Barella e compagni. Contro l’Empoli, l’Inter è scesa in campo con un atteggiamento equilibrato ma non conservativo, prudente ma non impaurito; quando sarebbe stato legittimo aspettarsi un’interpretazione più tradizionale della partita, la squadra ha invece continuato ad insistere sui suoi principi e sulle sue idee. L’esempio plastico di questo approccio arriva dalla prestazione eccezionale di Alessandro Bastoni, all’anagrafe difensore: 67 tocchi, 90% di precisione nei passaggi, 100% dei duelli vinti, 1 assist e un palo arrivato al termine di una clamorosa azione e solo grazie all’intervento provvidenziale di Caprile.
Una prestazione del genere da parte di un braccetto di difesa in un momento così delicato è indicativa del livello di fiducia e di consapevolezza raggiunto ormai dagli uomini di Inzaghi, che non rinunciano alla loro identità neanche quando il pallone comincia a scottare, neanche quando sfiducia e dubbio comincia a circolare in primis tra i tifosi nerazzurri. La forza con cui il centrale della Nazionale si sgancia dalla difesa, cerca una triangolazione lunghissima con Lautaro e prova la percussione sul centro-sinistra è una forza prima di tutto mentale, fondata sulla fiducia e sulla serenità che l’allenatore è riuscito a infondere ad un gruppo impegnato da mesi in una infinta partita di Guardie e Ladri contro gran parte dell’opinione pubblica, con i suoi tifosi nel ruolo dell’appuntato semplice.
La rivoluzione gentile di Daniele De Rossi
Fino a questo momento abbiamo parlato di Inter e Bologna, probabilmente le due squadre tatticamente migliori del campionato e ciò potrebbe indurci a credere che il ragionamento snocciolato fin qui sia riferibile solo a squadre più moderne e raffinate, appiattendo irrimediabilmente ancora una volta il dibattito alla contrapposizione tra giochisti e risultatisti. In realtà, l’idea che debba essere l’allenatore a mettersi a disposizione della squadra, che il suo primo compito sia quello di mettere i giocatori nelle condizioni di giocare con fiducia e divertirsi è trasversale e propria anche di contesti tattici anche meno sofisticati e complessi, purché non reazionari.
È il caso di una squadra che nel pomeriggio di Pasquetta ha ottenuto un risultato deludente che però non cancella gli ottimi risultati di tre mesi di lavoro. Dopo due anni e mezzo di guerre, battaglie, nervi tesi, polemiche, assedi e complotti, Daniele De Rossi è riuscito nell’impresa di far cambiare l’aria dalle parti di Trigoria e non solo portando nel ventunesimo secolo il calcio da anni di piombo dell’ultimissimo Mourinho. DDR ha avuto il coraggio di andare contro al dogma predicato per mesi dal suo predecessore e osservato fedelmente dai suoi tifosi: i giocatori della Roma sono forti, non i più forti, ma comunque professionisti di altissimo livello, che in Serie A sono facilmente in grado di fare la differenza.
“Abbiamo giocatori che altri si sognano” dichiara DDR al termine di Roma – Brighton dello scorso 8 marzo e, francamente, come dargli torto? De Rossi ha rimesso il calcio al centro del villaggio, ha riportato entusiasmo e voglia di vivere, ha restituito normalità ad un ambiente sull’orlo di una crisi di nervi e lo ha fatto comportandosi praticamente all’opposto del suo predecessore.
Là dove Mou metteva alla berlina i suoi giocatori in conferenza stampa, annunciando cessioni o esclusioni dalla rosa (come con il celebre caso Karsdorp), De Rossi esalta costantemente le qualità di un gruppo forte, anche se non il più forte; se Mourinho non esitava mai ad attaccare arbitri, Lega e poteri forti, DDR non si fa problemi anche a fare autocritica, come accaduto nel post Lecce-Roma. La rinascita di giocatori come Paredes e, in particolare, Lorenzo Pellegrini non è arrivata perché finisce la presunta fronda interna contro Mourinho, ma perché De Rossi, prima di tutto, ha eliminato la retorica esasperante e depauperante che convinceva i giocatori della loro presunta mediocrità, come una profezia che si autoavvera.
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