
Il marzo di Serie A in cinque meme
Assieme alla pagina Instagram Pitch/fork ripercorriamo l'ultimo mese del nostro campionato.
Ormai da qualche giorno è arrivata la primavera. Le giornate si allungano, gli alberi fioriscono, tornano temperature più miti e la Serie A entra nella sua fase calda, dopo lo scollinamento dell'anticlimatica pausa nazionali di fine marzo. Il marzo appena concluso è stato piuttosto movimentato per il nostro campionato, nonostante il weekend di partite in meno per lasciare spazio alle nazionali, e si è aperto e chiuso con una giornata di Serie A. Dalle partite del primo marzo a quelle del turno pasquale sono cambiate tante cose, gli equilibri si sono nitidamente definiti, le lotte per i diversi obiettivi si sono fatte più serrate e si sono dati il cambio molti protagonisti, sia in campo che sulle panchine. Da Lazio-Milan a Milan-Fiorentina, alfa e omega del marzo di Serie A, non ci si è annoiati di certo.
Anche questo mese vi raccontiamo un po' di quello che è successo in campo senza prenderci troppo sul serio, facendoci dare una mano dalla pagina Instagram Pitch/fork, che assieme a noi ha abbinato ognuno degli eventi più rilevanti degli ultimi trenta giorni di Serie A una canzone che lo racconta particolarmente bene. Sono nati così 5 meme, come accaduto anche nei mesi scorsi e come accadrà anche nei prossimi mesi a cadenza regolare, in modo da narrare il meglio di ciò che accade nel nostro campionato tramite la musica e l'ironia. Oltre che qui di seguito, trovate il mese di Serie A in cinque meme anche sulla nostra pagina Instagram e su quella di Pitch/fork.
L'esultanza di Leao a Firenze

Partiamo dalla fine. La sera della vigilia di Pasqua il Milan è ospite della Fiorentina, ghiotta occasione per consolidare il secondo posto in classifica. Dopo un primo tempo senza gol, è Ruben Loftus-Cheek a sbloccare la partita, trafiggendo Terracciano da pochi passi. Nemmeno il tempo di esultare per il Milan, però, e Duncan la mette all'angolino da fuori area: è 1-1. A quel punto la partita sarebbe potuta diventare piuttosto spinosa per il Milan, ma a ristabilire subito il gol di vantaggio ci pensa un giocatore da settembre a oggi in gol solo una volta e che nonostante i 9 assist a referto si sta attirando più di qualche critica in questa stagione: Rafael Leao.
Il portoghese parte in velocità, supera i difensori e pure il portiere, insaccando comodamente nella porta sguarnita. È quindi il momento dell'esultanza, e Leao in queste cose ci sa fare: per celebrare il gol contro i viola sceglie di mimare lo sport che più gli viene associato oltre al calcio, anche per il suo massiccio uso di una determinata emoji: il surf. Rafa fa surf, per citare quella che forse è la canzone più famosa dei Baustelle, il cui titolo è a sua volta una citazione di una battuta di Apocalypse Now, di una canzone dei Clash e soprattutto di un'opera di Maurizio Cattelan, ovvero Charlie don't surf. Il Charlie dei Baustelle e di Cattelan ha le mani inchiodate a un banco, immobilizzato e limitato nella sua espressione. A volte anche Rafael Leao dà questa impressione, un po' per colpa sua, un po' per l'ambiente circostante. Però a noi piace vederlo surfare.
Il Sassuolo ingaggia Ballardini

Ci eravamo lasciati il mese scorso parlando di Sassuolo. Dopo un mese, siamo di nuovo qui a parlare di Sassuolo. A febbraio i neroverdi erano stati risucchiati in una spirale negativa che, complice l'infortunio di Domenico Berardi, li aveva portati in zona retrocessione ed era culminata con l'esonero di Alessio Dionisi e il successivo 1-6 contro il Napoli mentre la squadra era in mano al traghettatore Bigica. A quel punto, anche in una piazza paziente e rilassata come Sassuolo hanno capito che era il momento di premere il bottone rosso e prepararsi a strisciare nel fango per portare a casa a tutti i costi la salvezza. Il bottone rosso è quello che chiama lo specialista delle salvezze difficili, il guru della bassa classifica, il Nedo Sonetti del 2000: Davide Ballardini.
Il tecnico romagnolo ha esordito con quattro punti in quattro partite e il suo Sassuolo è ancora penultimo, ma ci sono ancora otto partite per portare a termine una missione che ha fallito pochissime volte. Come in Fix You dei Coldplay, davanti a Davide Ballardini in versione Chris Martin, c'è una situazione di devastazione e di generale depressione che va risolta, sistemata, aggiustata - appunto - fixed. Il compito di Ballardini è proprio quello di aggiustare il Sassuolo, fargli alzare di nuovo la testa e mantenerlo in Serie A sopravvivendo in una lotta agguerritissima. Lights will guide you alla salvezza.
Il grande mese di Lorenzo Pellegrini

Nella turbolenta separazione tra la Roma e José Mourinho, avvenuta a gennaio ma trascinatasi anche lungo i mesi successivi, a finire nell'occhio del ciclone quasi quanto l'allenatore portoghese è stato il capitano della Roma Lorenzo Pellegrini. Già oggetto di critiche per una prima parte di stagione sotto le aspettative, il numero 7 giallorosso è stato ritenuto tra i principali responsabili dell'allontanamento di Mourinho, finendo per essere bersaglio degli striscioni di una parte della tifoseria e protagonista dell'ormai celebre storia, mai confermata, dell'anello della Conference League dell'ex allenatore della Roma lasciato nell'armadietto di Pellegrini, con la promessa di riprenderlo quando lui e i compagni sarebbero diventati veri uomini. Indirettamente, però, quello è stato il momento della svolta in campo per il capitano giallorosso.
Va detto che le sue prestazioni erano già in crescita con Mourinho in panchina, ma dall'arrivo di De Rossi Pellegrini ha vissuto un crescendo continuo, fino ad arrivare ad un marzo perfetto, in cui si è caricato sulle spalle la squadra e ha realizzato due gol, contro Sassuolo e Monza. Lorenzo Pellegrini è rinato e veste ora alla perfezione i panni del capitano, che tiene la barra dritta e conduce i suoi compagni tra le onde. Una descrizione calzante potrebbe essere quella che fa Francesco De Gregori del capitano del Titanic, cantando "Guarda i muscoli del capitano / Tutti di plastica e di metano / Guardalo nella notte che viene / Quanto sangue ha nelle vene". Sta a Pellegrini, però, e alla sua Roma scrivere un finale diverso da quello della canzone di De Gregori. Per ora ci stanno riuscendo.
Il caso Acerbi-Juan Jesus

È sicuramente l'argomento di cui più si è parlato attorno alla Serie A durante il mese di marzo, data la sua portata e complice la sosta nazionali immediatamente successiva: il presunto epiteto razzista con cui Francesco Acerbi ha apostrofato Juan Jesus durante Inter-Napoli. Una vicenda che sembrava chiusa sul nascere, con il difensore del Napoli disposto a sorvolare su quanto l'avversario gli ha detto in campo, ma che poi è stata continuamente riaperta e ingigantita dalle ricorrenti dichiarazioni di Acerbi, Pastorello, Gravina, dalle risposte di Juan Jesus e del Napoli e da tutto il clamore mediatico che si è creato attorno alla vicenda. Una tempesta di parole, accuse e giustificazioni che ha messo la lotta al razzismo in secondo - se non terzo - piano, diventando una stucchevole battaglia tra schieramenti dettati dal tifo e dalle simpatie, oltre che dalla minimizzazione della presenza del razzismo nel nostro calcio e nella nostra società.
In particolare uno dei due protagonisti della vicenda, Francesco Acerbi, ha ritenuto opportuno giustificarsi a più riprese per quanto detto in campo - sostenendo al contempo di non aver detto nulla di male in campo - in modi sempre più grotteschi, aiutato - va detto - anche dalle dichiarazione altrettanto grottesche di chi si è schierato dalla sua parte. Ad un certo punto ha sfoderato anche la carta più giocata in questo tipo di situazioni, ovvero parlare dell'avvenimento esordendo con "Io non sono razzista", come peraltro aveva fatto anche parlando con lo stesso Juan Jesus durante la partita. Torna utile quindi evocare una canzone che l'anno prossimo compirà 10 anni, ma che resta ancora attualissima: Io non sono razzista ma... di Willie Peyote. Queste settimane sono state come ascoltarla in loop.
Roberto D'Aversa colpisce Thomas Henry con una testata

Marzo è stato il mese in cui il Lecce sembra aver ritrovato la quadra. I salentini si stavano avvicinando pericolosamente alla zona calda della classifica, ma giunti ai primi giorni di aprile possono essere tranquillamente etichettati come squadra più in salute della parte bassa della classifica, come ha dimostrato anche il pareggio contro la Roma, in cui è mancato solo il gol. Il mese, però, era iniziato in modo tutt'altro che positivo, con il mesto pareggio contro il Frosinone e la sconfitta contro il Verona. Proprio al termine di quella partita, con il Lecce in caduta libera e gli animi piuttosto tesi, Roberto D'Aversa aveva deciso di mettere il timbro definitivo al suo addio ai giallorossi, che già era nell'aria dopo gli ultimi risultati deludenti e una tabella di marcia che comprendeva due sole vittorie da settembre a inizio marzo.
L'ormai ex allenatore del Lecce ha scelto di chiudere la sua avventura in Salento nel peggiore dei modi possibili. Dopo il 90' della partita con il Verona vola qualche parola di troppo e D'Aversa prende di mira l'attaccante avversario Thomas Henry colpendolo con una testata, una cosa praticamente mai vista. È stato un vero e proprio "colpo di testa" da parte di Roberto D'Aversa, accecato dalla rabbia, dalla delusione, dai pensieri dati da una squadra che non gira e dall'esonero imminente. Calza a pennello qui per vari motivi Testa Uragano di Coez e Gemello, uscita ormai dieci anni fa. Il primo motivo è ovviamente il titolo, ma scorrendo il testo sono diverse le strofe che ben si adattano alla situazione di D'Aversa e del Lecce a inizio mese. Una su tutte: "E ad essere sinceri quanti scleri insensati". Eh già.
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