
Juventus-Lazio (2-0) - Considerazioni Sparse
Atto II: la conicità allegriana ha la meglio sugli antichi difetti laziali.
I limiti ci sono, sono evidenti e per entrambe le squadre. Juventus-Lazio è sfida tra due rose che sulla carta avrebbero dovuto contare molto di più si ritrovano, nuovamente, faccia a faccia nei primi due tempi di Coppa Italia. La differenza la fa la maggiore concretezza e voglia che la Juve mette nella prima parte del secondo tempo. Il discrimine lo fanno le scelte che i due allenatori fanno a inizio partita in termini di undici titolare, così come è successo venerdì in campionato. Le scelte di formazione iniziale dettano l'andazzo della partita.
La continuità della gara di campionato riemerge in tutto il primo tempo laddove la Lazio pare controllare il gioco e poter, potenzialmente, colpire quando ne avrebbe l'occasione. La Juve, di contro, appare intimorita e ancora ferita dalla prestazione non soddisfacente del match di campionato. La continuità la dà Chiesa, che rimane l'elemento più pericoloso perché imprevedibile. Cosa che manca dannatamente in casa Lazio vista l'uscita repentina di Zaccagni, unica vera scheggia impazzita al pari del compagno di nazionale bianconero. Il primo dei due azzurri apre, agli albori del secondo tempo, le danze dando il là alla vittoria bianconera.
Lo spettro che aleggia sulla Lazio è assolutamente evidente: si sta ricadendo in una sindrome che ha per parecchi anni afflitto coloro che condividono le sponde del Tevere e che è definita, per comodità nominalistica, tottismo. Se la Treccani potesse darne definizione sarebbe così: sindrome parificabile a quella di Stoccolma per la quale il tifoso di una squadra diviene ostaggio del passato, glorioso, di un proprio giocatore senza capirne la sopraggiunta età e relativa forma fisica. In questo caso parliamo di, nomen omen, immobilismo. Ciro ha dato moltissimo alla causa e ha segnato un solco nella storia biancoceleste ma, vista anche la prestazione odierna, sarebbe il caso di considerarlo, al pari del compagno di reparto al secolo Luis Alberto, un'ottima riserva da sfoggiare nel quarto d'ora finale.
Il ritorno di Vlahovic in casa Juve fa sentire il suo peso specifico. L'attaccante serbo, spesso criticato, muta gli equilibri e mette, anche solo fisicamente, in difficoltà una già affannata difesa laziale. Porta via i difensori che permettono il vantaggio di Chiesa per aprire Juventus-Lazio e, soprattutto, realizza il raddoppio che, per il momento, mette in buona posizione la Juve per l'accesso alla finale. Una punta così, a oggi, diviene difficile trovarla in giro e il suo rientro dopo la squalifica potrà solo che giovare alla prolificità bianconera da qui a fine stagione.
Nei giorni scorsi, specie dopo le ultime deludenti prestazioni, molti e molte hanno invocato la testa di Allegri quale agnello sacrificale per gli scarsi risultati ottenuti sino a oggi. Va detto, però, che cambiare allenatore in corsa non è spesso la mossa migliore. In casa Lazio, infatti, sono emersi oggi, ancora una volta, limiti che erano ampiamente emersi durante la gestione Sarri e che la vittoria di venerdì pareva aver messo sotto il tappeto. La moda di voler sacrificare l'uno per tutti deve essere decisamente rivista, occorre un ribaltamento di paradigma che possa permettere di porre sulla graticola anche e soprattutto chi va in campo così da responsabilizzare chi, in effetti, dovrebbe compiere e mettere in atto i dettami tattici.
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