
La narrazione tossica sui giovani italiani
Pafundi e Camarda ci hanno mostrato la pigrizia nei nostri giudizi.
Oramai c'è un rito pagano che viene ripetuto a ogni tornata di calcio giovanile internazionale: l'invocazione di dare più spazio ai giovani talenti italiani in Serie A, usando di volta in volta i nomi più di grido e già noti al grande pubblico. Da un po' di tempo, i principali oggetti di culto in tal senso sono quelli di Simone Pafundi, 18 anni, e Francesco Camarda, 16.
Il primo, da poco maggiorenne, di proprietà dell'Udinese ma in prestito al Losanna, aveva invaso le cronache nel novembre 2022. Roberto Mancini lo fece esordire in nazionale nei minuti di recupero dell'amichevole contro l'Albania, con appena una presenza in campionato alle spalle, quella dell'esordio nell'ultima giornata della stagione 21-22 a 16 anni e due mesi.
Il secondo, primavera del Milan, lo scorso novembre è diventato, a 15 anni e 8 mesi e 15 giorni (per giunta con deroga federale), il più giovane esordiente nella storia del calcio italiano, entrando in campo nelle battute finali di Milan-Fiorentina.
Entrambi, al di là delle comparsate in Serie A o in Nazionale maggiore, sono elementi chiave delle rispettive selezioni under. Soprattutto, lo sono giocando da sotto età, ovvero da appartenenti non all'annata più anziana del ciclo, ma a quella successiva. Pafundi, dopo esser stato portato in veste di comprimario al Mondiale Under 20 che ha visto l'Italia battuta in finale, è stabilmente parte della nazionale Under 19, con la quale è andato a segno in tutte e tre le gare della fase Élite degli Europei di categoria (Europei nei quali l'Italia è campione in carica, con la vittoria dello scorso giugno firmata da Kayode). Camarda invece, oltre ad aver bruciato le tappe delle selezioni giovanili del Milan – è già regolarmente utilizzato nella squadra primavera con due “categorie” d'età di anticipo: quest'anno 12 reti tra campionato, Coppa Italia e Youth League in 33 presenze – è un titolare dell'Under 17, con la quale lo scorso 23 marzo ha segnato una doppietta contro il Belgio.
Si parla di due giocatori giovanissimi e di grande prospettiva, che stanno facendo il loro percorso di crescita anche precorrendo i tempi, pur non senza criticità. Pafundi, ad esempio, nell'ultimo anno e mezzo ha sostanzialmente visto il campo solo in azzurro, essendo stato tolto dalla disponibilità della primavera per esser aggregato in maniera stabile in prima squadra, dove, tuttavia, sia Sottil che Cioffi gli hanno concesso solo scampoli di gara fino allo scorso gennaio, dove è stato girato in prestito con diritto di riscatto in Svizzera. Su Camarda e certe sue difficoltà iniziali nel campionato Primavera, Ignazio Abate in un'intervista di qualche mese fa sottolineò la differenza, per il ragazzo, tra le selezioni giovanili minori e la formazione U19: «Giocare quattro anni sotto età non è semplice. Quando becchi due 2004 smaliziati che ti fanno male, che ti entrano sempre, può non essere facile. In certe partite farà bene, in altre meno». E soprattutto raccomandava di regolarsi, rispetto al mettere pressioni al ragazzo. Ma oggi, a quanto pare, su Camarda suonano già le sirene di mercato, mentre ci sono "rallentamenti" sul fronte del rinnovo contrattuale.
Ma perché, anche qui e ora, stiamo parlando e state leggendo di Camarda e Pafundi? Perché, prendendoli forse più che altro a pretesto, i due ragazzi sono al centro di narrazioni autoalimentate, perfino distorte e opprimenti, di gran voga tra commentatori sportivi (tipo noi, per carità) e non. Perché l'opinionismo per alimentarsi ha bisogno di temi, la narrazione per alimentarsi ha bisogno di mitologie.
"Il goleador più giovane di sempre", "il fenomeno in erba", "i giovani che non giocano", "l'Italia indietro, mica come la Germania", "il modello spagnolo", "i 500 gol nel settore giovanile". Speriamo allora che Camarda non faccia la fine del Portillo di turno, anche se comunque vorrebbe dire essersi fatto una carriera professionistica di un certo livello e aver macinato un bel po' di denari. Questione di prospettive, alla fine.
Yamal e gli italiani che non giocano
Ma quindi, è un mito quello dei giovani che non giocano in Italia? Risposta: sì. Con buona pace del semplicistico “in Liga un 2007 come Yamal è titolare, in Italia Pafundi gioca in Primavera”.
Casi di ribalta precoce, come Lamine Yamal o, per citare un altro nome di gran voga, il brasiliano futuro madridista Endrick, è fondamentale ricordarlo, sono eccezionali. Sia per le notevolissime qualità individuali già viste e ancora da scoprire, sia per il fiorire di situazioni – contingenti o strutturali – particolari in cui questi giocatori assurgono a salvatori della patria, con tutto ciò che ne può conseguire – non necessariamente di positivo – per ragazzi così giovani per quanto ricchi di talento. Esattamente come succede da noi in Italia, dove forse avremmo qualcosa da ridire riguardo i luminosi giudizi della stampa britannica dell'epoca sul buon Federico Macheda. Ma torniamo alle situazioni.
Ad esempio, Yamal germoglia nella cornice di una realtà sportiva disastrata sul piano finanziario, dove Xavi, nella sua complicata opera di restauro, giocoforza ha dovuto rispolverare la Masìa, inserendo con maggior sistematicità elementi della seconda squadra. "Rispolverare" sì, perché dietro la narrazione identitaria e perfino leggendaria della Masía, c'è la realtà di un settore giovanile che, prima del 2021 e delle scoperte di Gavi, Baldé, Fermin Lopez, Guiu e Cubarsì, aveva prodotto poco e disperso quasi tutto per diversi anni.
Endrick invece, ingaggiato dal Real prima ancora del suo passaggio in prima squadra al Palmeiras e pochi giorni fa capace di segnare a Wembley contro l'Inghilterra e al Bernabeu contro la Spagna, ha un carico di aspettative tanto grande quanto lo è la crisi della nazionale sudamericana: il Brasile, orfano di Neymar e privo di certezze – nonostante la presenza di Richarlison e Gabriel Jesus – nel ruolo di centravanti, ha raccolto solo due vittorie in 6 gare nelle qualificazioni mondiali (ed è reduce da tre sconfitte consecutive in partite ufficiali). La nazionale verdeoro arriva da troppi passaggi a vuoto negli ultimi tornei internazionali, in cui la Copa America del 2019 sembra quasi un'eccezione (unica vittoria nelle ultime 5 edizioni, dopo aver cannibalizzato il trofeo nel decennio precedente con quattro titoli su cinque).
In tutto ciò, l'attesa per Endrick come nuovo fenomeno generazionale prende un sapore messianico, non scevra da una nemmeno troppo velata costruzione di immagine: al di là delle prospettive tecniche, evidentemente in Brasile non si accontentano più del valore immenso degli altri due blancos, Vinicius jr e Rodrygo, il cui score realizzativo in nazionale per ora limitato: serve il nuovo Pelé, e serve prima di subito.

Tornando in Italia e ai minutaggi dei giovani, in un articolo di pochi mesi fa, Federico Martucci su Ultimo Uomo analizzava i dati sulla presenza e sull'utilizzo dei calciatori, italiani e non, nelle squadre di Serie A per fasce di età, confrontando i valori con gli altri campionati Top 5 europei. In sintesi, la conclusione era che le compagini italiani sono perfettamente in linea con i trend degli altri tornei.
Il campionato “più giovane” in assoluto è la Ligue 1 francese, quello con il minore utilizzo di under 23 e under 21 autoctoni è la Premier League, pur seconda (e con le stesse percentuali della Serie A) per il totale degli under 23, evidentemente in gran parte stranieri e con ogni probabilità giunti nell'isola tramite importanti operazioni di mercato. La Liga, seconda per impiego di giocatori spagnoli nati dopo il 2000, è al contempo il torneo più “anziano” vista l'alta presenza di giocatori trentenni, quasi ci fosse stato un blocco generazionale tra i nati a metà anni novanta.
Quindi, non è vero che all'estero i ragazzi giocano mediamente di più. Diventa vero solo se il metro di confronto è il campionato francese, che al contempo è la più importante fucina di talenti in Europa – semplificando, si pensi ai risultati e ai valori della nazionale – ma è anche il torneo meno competitivo tra i top 5, sempre sull'orlo di ridursi a serbatoio di giovani per i grandi club esteri. Meno competitivo sul piano interno, dove l'autocratico dominio finanziario del Paris Saint-Germain non è paragonabile nemmeno all'egemonia del Bayern Monaco in Bundesliga o a quella di cui godeva la Juventus in Serie A fino a pochi anni fa; meno competitivo anche sul confronto, complicato e per forza di cose approssimativo, sulla qualità e sui valori rispetto gli altri tornei.
Se, come spesso avviene, si vuole semplificare prendendo a parametro i rendimenti in Champions ed Europa League, anche nell'ultimo decennio i percorsi europei delle squadre francesi nel complesso si sono fermati ben prima di quelli italiane. Di fatto, l'unica parziale eccezione è stato il 2020 con il lockdown, dove il PSG arrivò in finale di Champions League e il Lione eliminò la Juventus agli ottavi fermandosi in semifinale. Molto riduttivo dirlo, ma il campionato più "giovane" sembra anche esser quello, soprattutto a livelli medio-alti, meno performante.
Le nazionali giovanili
Facciamo un piccolo esempio recente, non tanto relativo allo stato dei movimenti sportivi a livello giovanile di Italia e Francia, quanto della distorsione percettiva dei commenti e delle valutazioni tra i "non addetti ai lavori": l'Europeo Under 21 dell'estate 2023. Alla vigilia del torneo c'era un'altissima considerazione di una rosa azzurra che vantava un centrocampo di primissimo livello – per l'occasione riconsegnato a Sandro Tonali nonostante fosse già stabilmente in nazionale maggiore – e verso la quale si glissava sia sui soliti limiti di organico in attacco, sia su un approccio tattico del CT Nicolato da tempo inadeguato agli elementi a disposizione. Lo stesso torneo dopo il quale si lamentava la mancata convocazione dei giocatori ancora più giovani, i protagonisti dell'Europeo Under 19 e del Mondiale Under 20, da Koleosho a Ndour, da Faticanti a Baldanzi (21 anni appena compiuti e 46 presenze in Serie A). Fino ovviamente a Pafundi.
Nell'Europeo, Francia e Italia si sono sfidate tra le polemiche arbitrali nel girone da cui l'Italia verrà poi eliminata, seguiti peraltro poco dopo dai bleus, battuti ai quarti dall'Ucraina. Ma andiamo a vedere le rose, rispetto alla questione dello spazio assegnato ai giovani nei rispettivi campionati nazionali: dei ventitré azzurri, quasi tutti da tempo erano regolarmente utilizzati in prima squadra, con le uniche eccezioni di Cancellieri, all'epoca riserva alla Lazio, e Cittadini, riserva nel Modena. Tutti giocavano in Italia tranne il solo Wilfred Gnonto del Leeds, peraltro già precocemente portato nel giro della nazionale maggiore con Mancini e poi di fatto escluso da Spalletti. Di contro, tra i francesi, ben otto convocati giocavano già all'estero e due di loro, Gendrey e Kalulu, in Italia.
Si dirà, giustamente, che in Francia spesso ai ragazzi si fa "saltare" uno o più cicli di calcio giovanile, mandandoli direttamente a giocare con gli adulti. Ed è vero: in Italia lo si fa meno, nonostante casi come quello di Scalvini, da un anno stabilmente titolare nell'Atalanta e regolarmente presente nella nazionale maggiore. Paradossalmente, però, l'età media degli azzurrini era inferiore rispetto ai colleghi francesi, poiché dove la Francia aveva diciotto convocati nati tra il 2000 e il 2001, l'Italia ne aveva quattordici, con quindi ben nove nati dopo il 2002.
Eppure, nei convocati della nazionale vicecampione del Mondo appena sette mesi prima, venti giocavano all'estero e il solo under 23 ancora in patria – per altro di ritorno, avendo già giocato in Inghilterra e Germania – era l'attuale centrocampista della Lazio, Guendouzi, gli unici giocatori “sotto età” erano i madridisti – tanto per cambiare – Camavinga e Tchouaméni, con il primo, roccioso classe 2002, che all'avvio del torneo aveva solo 4 presenze in nazionale, di cui tre risalenti al 2020. A titolo di confronto: Gnonto, alla data di avvio del Mondiale, aveva già raccolto il doppio delle presenze in azzurro (tutte da giugno 2022, con l'Italia già da tempo non ammessa al Mondiale), pur essendo un anno più giovane di Camavinga. Il primo gioca al Real Madrid, l'altro in seconda serie inglese al Leeds.
A questo punto, per paradosso, potremmo anche chiederci se nell'Italia (più di Mancini che di Spalletti, va detto) non abbia preso piede un feticcio per le convocazioni di giovani a qualsiasi costo.
Pafundi, l'Udinese, le semplificazioni
Se si toglie il rumore di fondo, anche l'occhio distratto può vedere come la Serie A da un po' di tempo abbia invertito i propri trend: non c'è un enorme problema diffuso di sottoutilizzo dei giovani italiani. Il problema, al massimo, è riconducibile piuttosto alla mancanza di qualità di questi ultimi. Ma anche su questo bisognerebbe contestualizzare: il lavoro che da un po' di anni viene fatto nelle nazionali giovanili, sotto il coordinamento di Maurizio Viscidi, è stato importante tanto sul piano metodologico (dalla selezione scientifica dei ragazzi ai principi di allenamento) quanto sul piano dei risultati sportivi delle selezioni giovanili, con l'Under 19 tre volte finalista e una semifinalista nelle ultime sei edizioni dell'Europeo, e l'Under 20 che da tre edizioni ha sempre raggiunto almeno le semifinali del Mondiale. Evidentemente, le selezioni azzurre non sono così povere di talento, ma hanno casomai carenze cicliche in determinate zone del campo, non riuscendo quindi a compensare le stesse mancanze della nazionale maggiore con esordi precoci. Oppure, stanno "solo" lavorando molto bene i vari CT, perché contano anche gli allenatori nel raggiungimento dei successi.
Ovviamente, stiamo glissando sull'elefante nel salotto, ovvero che i club non sono "scuole di formazione di talenti" nel calcio italiano, ma operano secondo propri interessi aziendali e proprie logiche finanziarie e commerciali. Se, come e quando far giocare i giovani o direttamente cederli per 15-20 milioni con pochi minuti giocati in Serie A è una questione economica del momento, prima ancora che tecnica. Con troppa semplicità si finisce per imputare agli allenatori di non voler rischiare, quando, magari, è al vertice che quei rischi – soprattutto in termini di profitto immediato e sicuro – non si vogliono prendere. Il "caso" di Pafundi è emblematico di ciò, e non viene mai seriamente analizzato quando si commenta il suo sottoutilizzo.
L'Udinese non è stata costruita per dare una centralità tecnico-tattica a Pafundi, giocatore minuto e tecnicamente sopraffino ma ancora visibilmente inadatto a livello fisico per le nazionali giovanili, figurarsi per una squadra, come quella di Cioffi, concepita per risalire un campo lungo a colpi di duelli fisici.
Oggi l'Udinese è un contesto sportivamente brutale, in affanno da inizio stagione, in cui il caso Samardzic e le cessioni di Becao e Beto all'Everton hanno probabilmente scombinato troppi piani di mercato. Lo dimostrano i sostituti del portoghese: Brenner, pagato 10 milioni ma infortunato per svariati mesi, e Lorenzo Lucca. Quest'ultimo, a proposito, è uno dei tanti giocatori finiti sulla bocca dei commentatori del calcio italiano negli ultimi tre anni ma che, dopo aver perso il posto al Pisa e non averlo mai preso all'Ajax, ha sì trovato buona continuità a Udine ma, andando a stringere, si è rivelato un downgrade rispetto al suo predecessore. In questo quadro, forse, il rischio di svalutare Pafundi era persino superiore a quello di farlo crescere, specie dopo le difficoltà incontrate sul rinnovo del contratto e le criticità tecnico-tattiche da affrontare. Insomma, nell'ottica dell'Udinese forse era meglio metterlo da parte anziché capire che compiti dargli in campo.
Quello dei compiti e della posizione in campo è un altro grande omissis nel dibattito su Pafundi. Non è solo un problema di ruolo: nelle nazionali Pafundi ha sempre avuto la massima libertà di trovarsi la posizione in campo, con minimi carichi di lavoro in non possesso e con i compagni che si orientavano in sua funzione. In preferenza, gioca galleggiando tra le linee e nei mezzi spazi, cercando sempre di uscire palla al piede dal traffico e di innescare il suo sinistro. Questo si è visto in tutte le nazionali tranne nell'Under 20 vicecampione del mondo dove, da sotto età, aveva iniziato come titolare salvo poi venir declassato a jolly da pescare nel mazzo nella speranza che producesse qualche giocata illuminante.

Come è giusto che si faccia in una nazionale giovanile, si è cercato di liberare al massimo il talento di Pafundi senza particolari richieste che ne disperdessero le energie in campo. Tuttavia, è evidente che in una qualsiasi prima squadra il discorso non può che cambiare e la collocazione di un giocatore minuto sul piano atletico, orientato a stazionare nelle zone centrali e, per ora, poco attivo in fase di non possesso può esser complicata (tanto più come seconda punta, un ruolo oggi morente, nell'Udinese).
Non a caso, al Losanna sta trovando spazio dal 1' come ibrido tra mezzala e rifinitore, un'evoluzione che potrebbe essere in linea con le propensioni del ragazzo su dove agire in campo (ad oggi, un suo utilizzo sugli esterni sembra impensabile), ma rispetto alla quale serve a maggior ragione una crescita anche rispetto al lavoro difensivo e di supporto ai compagni.
Opinionismo e politica
Dovrebbe ora essere evidente quanto sia sterile, e polarizzata, la discussione sui giovani del calcio italiano. Si parla di lanciare un 15enne in Serie A e si omettono le difficoltà avute in questa stagione dall'ex romanista, nonché capitano dell'Under 20, Faticanti. Si dice che i ragazzi non giocano, eppure un 2004 come Kayode ha giocato oltre 2000 minuti in stagione alla Fiorentina.
Più spesso, è una tematica utilizzata in maniera strumentale. Il "caso" Pafundi fu aperto da un Roberto Mancini passato, nel giro di pochissimi mesi, dall'essere il CT campione d'Europa all'essere il secondo CT di fila non qualificato ai Mondiali. Mancini era lo stesso tecnico che in realtà, nonostante i tanti esordi di giovani e giovanissimi in azzurro, aveva fatto una fatica enorme a scostarsi dal gruppo vincitore dell'Europeo nel 2021. Si pensi alle insistite convocazioni di Bonucci (oramai sul viale del tramonto) in un reparto dove oggi c'è perfino abbondanza, o alla sistematica non-considerazione verso Destiny Udogie per puntare su uno Spinazzola fisicamente a pezzi o perfino su un Emerson Palmieri che allora era una seconda scelta nel West Ham. Di fatto, certi cordoni ombelicali li ha tagliati solo il subentrato Spalletti, al quale, curiosamente, ora si contesta la mancata promozione di Riccardo Calafiori in nazionale maggiore, senza però considerare che la concorrenza in quello spazio di campo è quasi infinita, come dimostra la presenza tra i convocati di Bastoni (un altro grande snobbato da Mancini) e Buongiorno.
Ogni settimana si agogna un fenomeno generazionale a tutti i costi come fosse oggetto di un bisogno morboso. Forse è perché siamo rimasti delusi dal declinare della carriera di Mario Balotelli – il più corrispondente al ritratto del "golden boy" – o forse perché lo scotto della doppia esclusione dai Mondiali ha depresso la percezione che abbiamo delle nazionali italiane. O forse addirittura perché l'hype acritico sul talento del giorno tira molto di più che il capire se, dove, come e perché questo potrà veramente affermarsi nel calcio che conta. Finiamo per ignorare, più o meno coscientemente, quali e quante difficoltà questi giocatori devono superare per rispettare le aspettative che abbiamo.
Alle volte, insomma, la sensazione è che ogni non-convocazione, ogni panchina, ogni prestito diventi strumentale a una narrazione iper-polarizzata, che non valuta veramente cosa serve a quel talento per crescere e affermarsi. Allora sì, in questo senso l'Italia non è un paese per giovani.
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