
L'autosabotaggio di Massimiliano Allegri
Dal suo ritorno alla Juventus, Allegri ha fatto di tutto per distruggere la sua stessa legacy.
Nessun allenatore è riuscito a polarizzare le opinioni del grande pubblico come Massimiliano Allegri negli ultimi 10 anni. Va scritto in qualità di premessa proprio a un articolo sull’allenatore livornese, visto che qualsiasi pezzo che cerca di contestualizzare il suo operato si ritrova inevitabilmente vittima di ragionamenti binari e manicheismi vari. Il falso dibattito tutto italiano tra risultati e gioco, creato e alimentatosi proprio attorno a Max e che lui stesso ha cavalcato ad arte, è solo un pezzo di un puzzle più grande che vede sublimati alcuni dei desideri più reconditi (da una parte) e delle angosce più profonde (dall'altra) di un popolo di 60 milioni di allenatori.
All'interno di questo abisso, però, c'è una questione che è fondamentale sottolineare e che necessita di essere argomentata a dovere - non tanto per convincere il lettore, quanto per rendere giustizia a ciò che Allegri è stato e ha rappresentato nell'arco del suo primo ciclo in bianconero. Allegri stesso, dal suo ritorno alla Juventus, ha fatto di tutto e di più per smontare una ad una tutte quelle qualità intangibili che il grande pubblico gli riconosceva, togliendo argomenti in primis ai suoi stessi sostenitori. Lo ha fatto sì in tre lunghissimi anni e certamente in modo involontario o incosciente, ma anche saltando di palo in frasca con una velocità e una noncuranza sorprendenti per uno che si è sempre creato l’immagine di un uomo dalle solide certezze.
Un'ultima premessa. Non c'è nulla di male nel non possedere queste qualità: non sono qualità essenziali per un allenatore di calcio, non averle non è un ostacolo all'esercizio della professione né, in tutta evidenza, a un percorso di élite nel mondo del calcio. E a dirla tutta, è anche sbagliato dire “ce l’ho/non ce l’ho” come se queste qualità fossero figurine da possedere o meno, si possono anche solo mostrare in taluni frangenti e meno in altri. Semplicemente però, ad oggi, riconoscerle a Massimiliano Allegri è diventato insostenibile.
"Allegri si adatta ai calciatori"
Uno dei luoghi comuni più riconosciuti a Massimiliano Allegri è la capacità di adattarsi ai calciatori che la società gli mette a disposizione. Come da manuale della pratica empirica, Allegri prima osserva, studia e comprende il materiale umano che si ritrova, e poi mette in campo la formazione migliore secondo le qualità dei calciatori - e quindi non secondo il suo credo. Non cerca di imporre sovrastrutture ideologiche ai propri ragazzi, non forza su di loro compiti per i quali sono poco portati ma, assecondando le loro qualità tecniche, atletiche e tattiche, cuce sulla squadra il vestito migliore partendo proprio dai calciatori. Giusto?
Nell'estate del 2021, pronti via, Allegri ha avuto in regalo Locatelli, reduce da un paio di stagioni scintillanti nella mediana a due di De Zerbi dove si è erto a miglior passatore del campionato. In quella fantastica estate ha trovato il suo posto nell'Italia campione d'Europa come vice Verratti, da mezzala creativa a cui veniva concesso di svariare su tutta la mediana, aiutando sì Jorginho in costruzione ma anche facendo sentire il proprio contributo nell'ultimo terzo di campo.
Eppure, dal suo arrivo alla Juventus, Locatelli ha giocato invariabilmente davanti alla difesa, in un sistema che gli chiedeva di fare legna da interditore e di passare più tempo senza il pallone che con. I risultati sono stati altalenanti, di sicuro mai nemmeno vicini al giocatore che la Juventus aveva acquistato dal Sassuolo, con Locatelli spesso additato a capro espiatorio e a simbolo di un centrocampo “scarso” - e addirittura qualcuno dice che non sappia verticalizzare quando in realtà è il centrocampista che verticalizza di più dei Top 5 campionati europei.

Quel primo anno, Allegri si è arrabattato con il celebre 433 “sghembo”, una formazione che adottava a una linea a tre a centrocampo in fase di possesso per poi passare alle tanto ricercate due linee da quattro senza il pallone. In questo contesto tattico, a Rabiot è stato chiesto di scivolare da quarto a sinistra, un ruolo che ha messo a dir poco in difficoltà il francese e al quale solo Pogba a suo tempo (con tutt'altre qualità atletiche) riuscì a sopravvivere. Sempre il primo anno, a Kuluševski venne chiesto a più riprese di fare la seconda punta, spesso con l'unico compito di marcare a uomo il mediano avversario, un ruolo poco consono ad un giocatore ancora acerbo e spesso accidioso senza palla. Brozović ancora ringrazia, e Dejan sta conquistando la Premier da ala destra.
E ancora. Corteggiato, sedotto e accolto a gennaio con l'etichetta (sbagliata) di mediano, a Zakaria impose di fare la mezzala d'inserimento: un esperimento che sembrava iniziare alla grande con il gol all'esordio contro il Verona, ma che con il tempo si è rivelato catastrofico per un giocatore che a stento sapeva com'era fatta l'area di rigore avversaria. Allegri d’altra parte ci aveva abituati a soluzioni controintuitive con centrocampisti spesso chiamati ad essere decisivi in zona gol e attaccanti a far da gregari: una circostanza già evidente nel primo ciclo, quando a Matuidi veniva chiesto di occupare l’area con lunghe corse e Higuaín doveva venire a giocare sulla mediana. Zakaria, in ogni caso, dopo soli sei mesi era già un indesiderato.
Nel secondo anno di regno, il 2022/2023, fallito l'esperimento di Rabiot esterno di centrocampo, abbiamo visto l'intestardimento con Kostić esterno alto a scivolare poi a tutta fascia: ma il serbo è un giocatore peculiare, per certi versi monolitico nella sua maniera di giocare, al quale non si possono chiedere né fantasia in rifinitura (come Allegri fece quell’anno) né copertura difensiva (come sta facendo tutt’ora, con i risultati che conosciamo). Che il 352 fosse un vestito stretto alla squadra fu palese nel proporre Di María, ala destra sublime da 12 anni almeno, come seconda punta a legare i reparti - con tanti saluti alle irrinunciabili linee a 4 dell’anno prima.
Capitolo Chiesa? Prima e dopo il rientro dall'infortunio, Federico è stato sballottato ovunque in campo, cambiando spesso più ruoli all’interno della stessa partita, da esterno di centrocampo del primo anno a quinto a tutta fascia, fino all'intuizione di schierarlo seconda punta arrivata nella stagione in corso, solo perché quando è rientrato dall'infortunio si era già passati stabilmente ad un 3-5-2 apparentemente inderogabile. Ad oggi, almeno abbiamo smesso di chiedergli di giocare spalle alla porta.

Anche con giocatori ancora da svezzare, Allegri ha dimostrato di voler incastrare a forza pezzi di puzzle che insieme proprio non vanno. Fagioli esordì da regista prima che Max si rendesse conto che un giocatore così creativo mal si conciliava con i gravosi compiti che chiede al mediano; Miretti, un calciatore con una comprensione del gioco straordinaria ma che la porta la vede pochino, ha dovuto fare la seconda punta e la mezzala di inserimento per adattarsi al sistema.
L’esempio più evidente di come Allegri non abbia capito i propri giovani rimane forse Samuel Iling-Junior, un'altra ala fatta e finita e dall'impatto dirompente all'esordio nel suo habitat contro il Benfica, costretto a fare l'esterno a tutta fascia e persino la mezzala incastrandolo a forza nel 3-5-2. A Matías Soulé, anche lui lanciato nel tritacarne dell'inossidabile modulo bianconero, venne chiesto di fare ora la mezzala, ora l'esterno a tutto campo a destra, ora la seconda punta; oggi a Frosinone sta deliziando la platea partendo dalla sua zolla, quella in alto a destra.
Insomma, l’integralismo di Massimiliano Allegri oggi è diventato evidente: poco interessato ad assecondare le caratteristiche dei giocatori e più interessato al fatto che la squadra giochi come vuole lui, il livornese sembra essere tornato con l’intenzione non scendere a compromessi. Rimane valido il vecchio adagio attribuito ad Einstein: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. Tradotto: se si giudicano i calciatori dalla loro abilità di ottemperare a richieste astruse, i tifosi passeranno tre anni a dire che son scarsi.
"Allegri non ha pretese sul mercato"
Corollario al primo assunto è quello che vuole Massimiliano Allegri bonario e passivo accettatore del mercato della società, senza far valere la propria voce in materia di calciomercato. Questa qualità discende direttamente dal suo essere aziendalista, un aggettivo che ha frequentemente rivendicato per sé. La società mi dà questi? Io sono dipendente, sto zitto e questi mi tengo. E da qui discende tutta una serie di capacità taumaturgiche, tra cui la più in voga nei bar sport è quella di fare le nozze coi fichi secchi.
A onor del vero, almeno dal suo ritorno, Allegri ha contribuito pesantemente a plasmare la rosa della Juventus, come e molto più di altri. Giocatori poco adatti al suo calcio sparagnino e speculatore sono stati spediti in prestito (Kuluševski, Bentancur, Arthur). Altri senatori come Bonucci e Cuadrado sono stati venduti senza remore e senza rumore non appena si sono avvertiti i primi scricchiolii nello spogliatoio. Allo stesso tempo è difficile non vedere il suo zampino nei rinnovi di Danilo, di Alex Sandro (automatico e raggiunto in extremis sul finire dell'anno scorso grazie al numero di partite che Max gli ha fatto giocare, anche a discapito dei risultati) e del figliol prodigo De Sciglio a cifre astronomiche per il ruolo di riserva (nonostante una cartella clinica che flirta con il tragicomico).
L'anno di Arrivabene è stato forse il più indicativo di quanto la rosa fosse costruita sotto dettatura, visti gli arrivi di Pogba, Di María e Milik, giocatori esperti come da vangelo secondo Max e presi per colmare ruoli e posizioni in sentiva la mancanza: un centrocampista con tecnica e gol, un giocatore tecnico per la trequarti e per legare i reparti, un attaccante in grado di venire a giocare incontro al pallone. Insomma, tre funzioni chiave che Allegri ha sempre chiesto ai propri calciatori, almeno dai tempi del Milan. Di Di María i tifosi ricorderanno il suo anno alla Juve con l’amaro in bocca come fecero con Dani Alves (un altro che con Allegri si è preso pochino, a giudicare dalle dichiarazioni). Sulle vicende di doping di Pogba dobbiamo stendere un velo più che pietoso, e il suo contratto non l’ha certo redatto Allegri, ma le sue condizioni fisiche quando firmò erano arcinote e zavorrare il monte ingaggi della rosa per uno che, per ammissione dello stesso Allegri, non avrebbe mai avuto i 90 minuti, ha poco di sportivo e molto di nevrotico.

Se è vero che ha dovuto accettare i ragazzi della Juventus Next Gen integrati in rosa sin dalla celebre intervista a Cherubini, Allegri l’ha fatto a malincuore, come non perde occasione di ricordare ai microfoni. Prendendo spunto da questa lotta interna tra una società che chiede spazio per i giovani e un allenatore poco incline a concederlo, è difficile non pensare che almeno fino all'arrivo di Giuntoli Allegri abbia indirizzato il mercato. In effetti con l’arrivo del nuovo DS la musica sembra cambiata: dall’estate 2023 Max ha fatto sapere via stampa di volere Lukaku, Berardi, Castagne, Bernardeschi, Bonaventura, Pereyra (tutti giocatori in là con gli anni e nemmeno troppo sani) mentre Giuntoli ha acquistato Djaló, Barido, Adžić, Pedro Felipe, Alcaraz. Solo quest’ultimo ha già visto il campo in prima squadra, con un minutaggio risibile.
E badate bene, è opinione dello scrivente che un allenatore debba avere voce in capitolo, una voce forte e autorevole. Non c'è nulla di male se un allenatore richiede determinati profili e persino nomi specifici sul mercato, anzi, spesso è sinonimo di unità di intenti con la società o per lo meno di fiducia verso l’allenatore. Ma riconoscergli la qualità opposta sfida il reale.
"Allegri è un grande gestore di campioni"
“Quali campioni?” verrebbe da chiedersi, visto che è facile affermare senza timore di smentita che la Juventus odierna è una rosa con individualità molto meno sfavillanti di quella dell'estate 2021. La squadra ha conosciuto un progressivo impoverimento tecnico, ma occorre chiedersi quanto di questo depauperamento sia imputabile all'allenatore e quanto a un (inevitabile?) ridimensionamento societario. E in effetti, la lista di campioni che hanno salutato Torino dall’arrivo di Allegri fa impressione: Cristiano Ronaldo, Dybala, de Ligt, Kuluševski, Bentancur, Arthur, Di María, Bonucci, Cuadrado.
Il caso di Cristiano Ronaldo è da prendere con le pinze, visto che non possiamo credere senza condizionale che avesse messo un veto ad Allegri - anche se a corroborare questa teoria c'è da dire che CR7 con il livornese in panchina ha vissuto la sua peggior stagione realizzativa da quando gioca attaccante e che quell'anno le telecamere hanno rubato più volte la sua insofferenza verso l'allenatore - un atteggiamento peraltro condiviso con un altro grande campione del passato, Carlos Tévez.
De Ligt non è mai stato messo al centro del progetto tecnico e nemmeno al centro della difesa, soccombendo sotto il peso - simbolico, più che sportivo - di Chiellini e Bonucci prossimi al tramonto. Kuluševski, Bentancur e Arthur hanno fatto parte di un repulisti generale - nonostante almeno i primi due avessero convinto con Pirlo e Sarri e, casualmente, lo stanno facendo adesso - dopo essere stati utilizzati poco e male. Lo stesso Di María, voluto fortemente da Allegri e salutato come il salvatore della patria, non ha nemmeno preso in considerazione di far valere l'opzione di rinnovo sul suo contratto e ha preferito strappare un accordo economicamente meno vantaggioso (ma più romantico) tornando a Lisbona. Dovrei poi aprire il capitolo Bonucci, una bandiera della Juventus finita a fare causa alla Juventus per danno d’immagine; ma d’altra parte i precedenti del 2016 dovevano essere già un campanello d’allarme.
Anche i pochi campioni rimasti in rosa non hanno mancato di esternare dichiarazioni in direzione ostinata e contraria all’allenatore. Szczesny ha apertamente parlato di obiettivo fallito dopo la sconfitta in Europa League con Siviglia (ci arriviamo) contraddicendo il proprio allenatore che invece non aveva fatto drammi e aveva anzi rifiutato la categoricità della vittoria (ci arriviamo anche qui); ricorderete che fu tacciato di non conoscere bene l’italiano - nonostante una proprietà di linguaggio quasi unica tra i calciatori stranieri in Serie A - e gli fu anche negata la fascia da capitano malgrado i criteri di anzianità enunciati dallo stesso Allegri. Chiesa e Vlahović hanno parlato a più riprese del piacere di attaccare gli avversari, proprio nel periodo in cui Allegri predicava la necessità di ritrovare la gioia di difendere e promulgava una visione tutta sua di “equilibrio”.
Rimanendo al campo, appare strano che un buon gestore non colga l’opportunità di plasmare una squadra su quei pochi campioni rimasti in rosa: Chiesa non ha quasi mai giocato ala sinistra, né Di María ala destra. Un’opportunità mancata, ma soprattutto una gestione tecnica a dir poco curiosa delle proprie stelle.
"Allegri valorizza i giovani"
La qualità di saper lavorare con i giovani è una di quelle intangibles che gli allenatori di calcio mettono sul tavolo delle trattative quando devono strappare un nuovo contratto. E questa qualità è forse quella che più simboleggia il ruolo dell’allenatore, almeno in maniera astratta: l’allenatore è ancora “colui che allena”, che cioè insegna, e in ultima istanza, migliora i propri giocatori. Attraverso questa lente, dovremmo forse riscoprire gli allenatori - anche quelli di Serie A - come figure pedagogiche prima che come leader o semplici tattici.
Grazie al lavoro di Matteo Tognozzi, ormai ex scout bianconero, e dei settori giovanili, la Juventus può oggi contare su un esercito di giovani talenti più o meno grezzi e più o meno da svezzare senza precedenti nella sua pur gloriosa storia. Solo per citarne alcuni nati dal 2000 in poi con un passato nelle giovanili bianconere: Kean, Nicolussi Caviglia, Fagioli, Barrenechea, Rovella, De Winter, Kaio Jorge, Soulé, Miretti, Iling Jr, Yildiz, Huijsen, Nonge, senza dimenticare Drăgușin accasatosi al Tottenham e tanti altri in rampa di lancio.

L’idea che Massimiliano Allegri sapesse valorizzare i giovani era un po’ vaga durante il primo ciclo, mantra buttato lì come inverificabile per aggiungere brio ad un curriculum comunque già ben nutrito - un po’ come quando sul nostro scriviamo pigramente “abilità di comunicazione e lavoro di squadra”. Come accennato più sopra, in un momento dove la Juventus ha dovuto rientrare delle spese folli fatte fino al 2019, infarcire la prima squadra di giovani giocatori era la strada migliore per tagliare i costi; se poi i giovani sono forti, win-win.
Così, Max si è ritrovato quasi costretto a impiegare dei giovani. Sui fraintendimenti circa le loro caratteristiche abbiamo già scritto, ma è importante fare un’ulteriore distinguo: forzare un ruolo diverso va benissimo se quel ruolo fa esplodere il giocatore o semplicemente funziona. Esempio principe: Carletto Mazzone che arretra Andrea Pirlo dalla trequarti alla mediana. Nel caso della Juventus questo non è successo: quanti giovani possono dirsi veramente migliorati da quando hanno esordito in prima squadra?
Dell'elenco di prima, per trovare Kean migliorato rispetto al suo esordio bianconero bisogna far uso di fantasia: di sicuro so che c’era molta più attesa quando a 18 anni arava i campionati europei U19 che non oggi, visto che non gioca da mesi senza apparente motivo. Nicolussi Caviglia è sparito dai radar e forse ai più è persino sfuggito che faccia parte della rosa di quest’anno. Fagioli era stato giudicato un regista inadeguato e spedito in prestito alla Cremonese, dove ha fatto una stagione straordinaria contribuendo in maniera decisiva alla promozione, prima di essere frettolosamente richiamato; sulla sua situazione attuale va steso un altro velo pietoso.
Barrenechea e Soulé dopo che l’annus horribilis 2022/2023 ha fatto gridare tutti alla cessione, stanno facendo benissimo a Frosinone, dove persino Kaio Jorge, al netto di una fragilità fisica che gli ha già condizionato la carriera, ha trovato la titolarità. Rovella e De Winter sono stati giudicati negativamente e spediti in prestito: se il primo ha faticato con Sarri (un altro al quale varrebbe la pena togliere l’etichetta di allenatore di giovani), il secondo ha guadagnato la nazionale belga e il Genoa lo riscatterà - il tempo di maturare le presenze necessarie al diritto di riscatto.
Di Miretti e Iling Jr e di come siano attualmente impantanati nella palude tattica del 352 abbiamo già detto; addirittura, i tifosi più adirati hanno cominciato a mettere in dubbio le qualità stesse di Miretti, sicuramente una sciocchezza, ma comunque un termometro di quanto la situazione sia precipitata. Hujisen è titolare nella Roma e sta mostrando un talento cristallino, ma soprattutto qualità e personalità che alla Juventus avrebbero fatto comodo sul lato destro della difesa. Lo stesso Yildiz sembra aver vissuto le prime partite sull’euforia e le qualità che aveva mostrato in Next Gen, prima di regredire verso l’anonimato - e, di conseguenza, la panchina. Perché con Allegri sembra che solamente chi vada via sia veramente valorizzato, chi resta, inevitabilmente, viene invece normalizzato.
In questa eterna lotta tra Allegri e i giovani devono trovare posto anche le sostituzioni punitive, come Fagioli contro il Sassuolo, Miretti contro il Benfica e il più recente Nonge contro il Napoli. Tutte avvenute dopo che i diretti interessati avevano macchiato le loro prestazioni con errori decisivi e marchiani (Fagioli sbagliando un disimpegno, Miretti e Nonge causando rigore). Che messaggio si vuol far passare? Qual è il posto dell’errore nella crescita di un giovane? Dov’è il ruolo dell’insegnante?
Secondo alcuni, la valorizzazione passa dalle valutazioni dei calciatori. Quest’argomentazione poggia sulle valutazioni di Transfermarkt, ma è stata già sbugiardata, quindi possiamo andare oltre. Al contrario, la rosa intera si è svalutata e di parecchio, anche se nuovo “capitale” è stato immesso ad ogni sessione di mercato. Ecco dunque che la bilancia del depauperamento di cui sopra, ora arricchita anche della fantomatica valorizzazione dei giovani, pende più da una parte che dall’altra.
Quello tra Massimiliano Allegri e la società in tema giovani è un braccio di ferro costante, in cui l’allenatore non ha mancato di sminuire i propri ragazzi, quasi un unicum nella Serie A, a cui era rimasto in scia il solo Mourinho prima dell’esonero. Per giunta, occorre sottolineare come tutte le critiche puntassero invariabilmente sulla mancanza di esperienza, guarda caso una qualità che lui proprio non può insegnar loro (sarebbe stato più scomodo analizzare i loro ruoli in campo, o puntare il dito contro un atteggiamento che penalizza il talento in favore della ricerca del risultato).
Basta tornare a quando nel 2022 Allegri se la prese con Miretti per un pallone perso contro la Sampdoria, una partita in cui l’allora 19enne era stato testa e spalle il migliore in campo, col tecnico che a fine partita non aveva voluto proprio saperne di ascoltare i complimenti dei giornalisti: “Nessuno si è accorto di Miretti… A calcio correre all'indietro per prendere palla non si fa mai a meno che non si sia l'ultimo uomo. Noi abbiamo rischiato di prendere gol su una situazione del genere. È accaduto anche lunedì, sono dettagli che io mi diverto a guardare".
"Allegri è un grande comunicatore"
Il Massimiliano Allegri vincente andava di pari passo con il Massimiliano Allegri brillante davanti ai microfoni. L'allenatore livornese è sempre riuscito a far passare l'immagine di un uomo furbo, scaltro, guascone, a tratti goliardico. Allegri si è dimostrato un formidabile showman davanti ai microfoni e, forte di una brillantezza tutta toscana e di un sorriso istrionico, è stato in grado di portare dalla sua la stragrande maggioranza della stampa sportiva con un linguaggio semplice, comprensibile, pieno zeppo di massime e regalando così dozzine di facili titoli ai giornali. A suo tempo, lessi con avida curiosità il suo libro e se non lo conoscessi avrei detto di star leggendo estratti della biografia postuma di Johan Cruijff, con principi ariosi decantati attraverso un fine cerchiobottismo proprio della tradizione democristiana italiana.
Soprattutto, Massimiliano Allegri ha scientemente dipinto l’immagine di un uomo in grado di ottenere il massimo con il minimo sforzo in virtù di un talento quasi divino. Ed è qui, secondo chi scrive, che è riuscito a guadagnare il favore del pubblico calcistico - a prescindere dalla fede.
Prendiamo la sua massima più celebre: “il calcio è semplice”. Questo concetto apparentemente banale parla invece alla pancia dei tifosi non soltanto perché è un assunto facile (per quanto inverificabile) ma soprattutto perché libera gli ego e nutre la pigrizia intellettuale, un cocktail distruttivo. Se il calcio è semplice, a che serve studiare, cercare di capire, farsi mille domande, financo commentarlo? La legittimità di un tifoso che legge, studia, vede e si informa, è la stessa di chiunque millanti un talento nel comprendere le dinamiche del gioco.
Questo assunto è già stato criticato e smontato da chi di dovere. Naturalmente si tratta un concetto pericoloso perché - nel calcio e fuori - promuove un tipo di immobilismo sociale in cui studiare non serve a nulla e contano solo le doti innate (“occorre guardare come girano le gambe la mattina”); e, a corollario, protegge una visione positivistica in cui chi sta in posti di comando è la persona migliore possibile ed è quindi incriticabile. È proprio qui che Allegri sublima parte dei desideri nascosti del popolo, come si diceva nell’introduzione, che vorrebbe veder il proprio ego tenuto nella medesima considerazione pur senza fare nulla per coltivare le proprie competenze. Proprio come Max.
Finita la piccola digressione, in questa sede preme dimostrare come tutta la brillantezza con cui ha accalappiato il grande pubblico sembra essere svanita nel nulla, manco fosse stata rubata dagli alieni di Space Jam. Sarebbe difficile citare tutti gli scivoloni uno ad uno, anche perché le topiche sono tali in quanto attraversano un contesto di temi, fatti e dichiarazioni che è impossibile ricreare per iscritto mesi se non anni dopo. Ci limiteremo dunque ai più recenti e significativi, dal momento che accoltellano il tifoso juventino proprio dove Max aveva spinto di più: la vittoria. Perché quando questa è venuta a mancare, il linguaggio semplice è diventato vuoto, le massime sono diventate topiche.
È infatti diventata celebre la frase del maggio 2023: “Se volevo vincere subito non venivo alla Juve”, che pronunciata in una società che ha come motto vincere non è importante, è l’unica cosa che conta, fa quantomeno strano. Fa decisamente strano anche se confrontata con le dichiarazioni di presentazione alla stampa nell’estate del 2021, quando lui stesso aveva individuato un solo obiettivo: “tornare a vincere”, dopo il deludente anno di Pirlo (e sono pronto a scommettere che i tifosi juventini oggi firmerebbero per riavere un'annata simile). E fa ancora più strano se ci si ferma a pensare che con una frase del genere Massimiliano Allegri ha voluto ergersi al di sopra della Juventus e dei suoi mezzi come a dire: “io avrei potuto vincere altrove, qui è impossibile, ma sono tornato lo stesso”. Sulla stessa riga dobbiamo interpretare la dichiarazione del febbraio 2024, quando alla domanda se fosse frustrante non vincere un trofeo da 1000 giorni (traguardo simbolico) lui rispose “Assolutamente no”.
Prima dello scontro con l’Inter di quest'anno, Allegri aveva cavalcato la narrazione della Juventus antagonista credibile per la vittoria dello scudetto, lasciandosi andare però ad una gaffe: “noi siamo le guardie e loro i ladri”. Se la volontà era certamente quella di dare l’immagine di un inseguimento, la caduta di stile di certo non si confà a chi viene lodato per le doti di comunicatore (soprattutto se pensiamo che sono storicamente le tifoserie avversarie ad apostrofare i bianconeri con il sostantivo “ladri”).
Ancora sull’Inter, stavolta dopo la sconfitta, e ancora per cavalcare la retorica semplicista, Allegri afferma che “Ci sono dei valori nel calcio, nei cinque anni in cui ho allenato la Juve, negli anni dei 9 scudetti, eravamo la squadra più forte, era normale vincere”. Qui Allegri si porta una pistola alla tempia e mostra un coraggio che nemmeno i suoi detrattori più accaniti avevano avuto: sminuire le sue vittorie del passato pur di normalizzare le delusioni del presente (e di ridimensionare il lavoro di un collega molto lodato in questo periodo).
La comunicazione di Massimiliano Allegri è stata distruttiva soprattutto verso l'interno, verso i propri giocatori e la propria società. Non si contano più le volte in cui ha giustificato sconfitte o prestazioni scadenti puntando il dito contro l’inesperienza dei giocatori più giovani, facendo rientrare a convenienza in questa categoria chiunque, anche un Gatti (che oggi va per i 26) o addirittura un Chiesa (che va per i 27). Ma possiamo contare anche la comunicazione non-verbale in questo elenco, come ad esempio le sostituzioni punitive di cui sopra.
Per di più, vale la pena notare come Allegri non parli mai di campo: rientra in questo insieme la lite con Teotino, al quale Allegri si rifiuta di rispondere e sbotta asserendo che l’allenatore è lui e non vuole sentirsi dire come si fa (salvo poi dire a lui come si fa il giornalista “dovete fare domande, non dovete capire”). Più che di campo, in effetti, parla di tutto il resto: l’anno scorso ha fatto gioco dire che la stagione era stata inevitabilmente ridimensionata a causa della penalizzazione e dell'assenza della società (tutto il CdA si era dimesso a novembre, incluso il presidente Agnelli). Ma quest’anno è addirittura peggiore quanto a punti e non c’è lo scudo fittizio delle vicende extra campo a proteggere l’allenatore.
Se Mourinho, al netto degli ultimi anni, era celebre per utilizzare una comunicazione controversa al fine di togliere pressione alla squadra, qui sembra che da tre anni Massimiliano Allegri voglia togliere pressione solo a se stesso.
"Conta solo vincere"
Il che ci porta dritti dritti all’ultimo punto di questa lista, simbolico porto e punto di arrivo di tutti gli altri. Pioniere del “risultatismo” (sic), Massimiliano Allegri lo ha cristallizzato nella celebre frase della conferenza stampa d’addio - o meglio, di arrivederci - nel 2019 asserendo che “chi vince è il più bravo; fine”.
Fast forward fino all’estate 2021, perché ritroviamo lo stesso coerente discorso anche nella conferenza di (ri)presentazione, da quando Max ha indicato un obiettivo: la vittoria. All’inizio aveva detto che l’obiettivo era vincere, poi forse in maniera sin troppo cauta aveva detto “se non quest’anno, il prossimo”. Sul finire della prima stagione, ampiamente sfumato lo scudetto, aveva amaramente detto che la squadra avrebbe vinto l’anno successivo. È poi ricomparso un grande mantra, ovvero quell’obiettivo così vago di “essere competitivi ed in corsa per tutte le competizioni a marzo”. Il secondo anno questo obiettivo, così astratto e rarefatto, è sfumato già a dicembre, con il peggior girone di sempre in Champions League della storia bianconera, che comprende la sconfitta con il Maccabi.
Lo fanno tutti? Può darsi, sono davvero pochi gli allenatori trasparenti nel mea culpa su questo, in Serie A forse solo un Sarri o uno Jurić - e ancora un volta, qui non voglio sindacare sulla legittimità o meno nel farlo, ma appurare, per l'appunto, che Allegri lo fa. È però triste vedere un allenatore che ha costruito le sue fortune sul mettere a tacere gli avversari a suon di vittorie non riuscire ad ammettere sconfitta. Rientrano in questo contesto gli innumerevoli riferimenti all’obiettivo quarto posto (obiettivo peraltro economico, sicuramente non sportivo), fino ad un’altra celebre forzatura comunicativa che è il rivendicare con orgoglio di aver “guadagnato un punto sul Bologna” dopo l’ultimo pareggio contro il Genoa.
C’è un’altra dimensione a questa carenza. Ossia che se durante il primo ciclo di Massimiliano Allegri si è sforzato di costruire il proprio personaggio sul concetto di vittoria, questa oggi è stata convenientemente sostituita dai “risultati”, piegando la definizione di questi ultimi alla propria agenda. D’altra parte dire se uno ha vinto o meno è facilissimo, saper discernere la bontà dei risultati invece è questione di grigi. E allora il successo e di riflesso la bontà del proprio lavoro si giudicano su obiettivi mobili, che si accartocciano sempre di più sullo status quo della squadra e mai alla sua potenzialità: mai un salto in avanti, mai una proiezione oltre i propri mezzi. E allora si piegano i risultati al servizio del proprio lavoro, quando dovrebbe essere il contrario.
Ultimo stadio di questa boss fight è una delle più recenti dichiarazioni, dove Allegri si è detto ottimista circa il futuro, asserendo che la Juventus ha le qualità per tornare a vincere “tra 2, 3, 4 anni” perché “avrà i Fagioli, i Miretti, gli Yildiz, Iling... sono tutti giocatori giovani. Vlahovic è 2000, Cambiaso è 2000”. Questa dichiarazione è particolarmente complessa, perché qui Max non solo si autoassolve come il più classico dei narcisi, ma lo supera a destra e si arroga anche il merito di un’eventuale futura vittoria sulla scorta di questa fantomatica valorizzazione del capitale umano in rosa.
Non è dunque un caso che il dibattito juventino si sia atrofizzato proprio attorno alla “rosa scarsa”: è un falso dibattito perché il giudizio sulla rosa è portato solo dalle partite giocate nella Juventus di Massimiliano Allegri senza considerare né il passato (o il presente) in altre squadre né la capacità dell’osservatore di snocciolare le qualità intrinseche dei giocatori, né naturalmente il contesto tecnico e tattico. Il tutto condito dall’aura di infallibilità che Max ancora si porta appresso, testimonianza di un credito pressoché infinito presso parte della tifoseria. Tanto che, per fare un esempio, molti tifosi sono più inclini a dire di essersi sbagliati sul conto di Vlahović piuttosto che ammettere che gli ultimi due anni e mezzo abbiano depresso il serbo.

Se siete arrivati alla fine di questo articolo, avrete probabilmente po’ di amaro in bocca nel constatare che la prima vittima di questo secondo regno a Torino è Massimiliano Allegri stesso. Fino a quando non era stato messo in discussione il suo operato, Allegri era un allenatore brillante e, seppur divisivo, con una propria logica e coerenza. Oggi di quell’allenatore è rimasto solamente un corpo esanime, schiacciato sotto il peso delle sue stesse azioni. Come un ignaro avventuriero intrappolato nelle sabbie mobili, Allegri sta scavando la propria fossa dimenandosi a più non posso.
Se l’eredità sportiva è fortemente a rischio dopo tre anni senza trofei (nel momento in cui scriviamo rimane l’obiettivo Coppa Italia per l’anno in corso), a essersi sbriciolato è soprattutto il Massimiliano Allegri personaggio, al quale nessuno può ormai riconoscere lo stesso acume di 7/8 anni fa. Dietro quella brillantezza, quella flessibilità tattica solo ostentata, dietro una comunicazione apparentemente solare, rimane nudo un allenatore integralista, che non ha trovato una squadra adatta a mettere in scena il suo canovaccio (ma con i calciatori di oggi, quale squadra saprebbe farlo?) e che per proteggere la sua idea preferisce buttare alle ortiche se stesso.
Una sola domanda rimarrà senza risposta: Massimiliano Allegri si è pentito di aver accettato questo secondo incarico?
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