
Nel nome di Fernando Alonso
Imprese e controversie di uno dei piloti più iconici degli ultimi 20 anni di Formula 1
2012, Interlagos, area metropolitana di San Paolo. La città brasiliana è sede dell’ultimo gran premio della stagione. Sebastian Vettel vs Fernando Alonso, poco altro rimane da guardare. Per anni il Gran Premio del Brasile è stata l'ultima corsa della stagione ma, a causa dell'imprevedibilità del circuito paulista, dal 2009 la FIA ha deciso di spostare il gran finale allo Yas Marina di Abu Dhabi. Una pista nuova di zecca che però, solitamente, regala ben poche emozioni. Proprio nel 2012, però, si è tornati temporaneamente a correre il finale a San Paolo, nella pista intitolata a Carlos Pace, storico pilota carioca degli anni Settanta. La corsa è terminata da poco e Sebastian Vettel si è appena laureato campione del mondo per la terza volta consecutiva al termine di una gara conclusa al sesto posto, sotto un diluvio memorabile, iniziata con un piccolo incidente con Bruno Senna - nipote del compianto Ayrton - al primo giro che quasi per caso non è degenerato in una grave collisione con le altre vetture che gli avrebbe fatto perdere il campionato.
Nonostante la Formula 1 sia giustamente considerata lo sport più scientifico e meccanico esistente, nel quale ogni microscopico dato viene scorporato e analizzato in ogni sua sfaccettatura, in cui ogni parte delle automobili viene progettata da team di ingeneri esperti al fine di guadagnare centesimi - se non millesimi - di secondo, anche in uno sport del genere in alcuni momenti subentra l'inaspettato, l'imprevedibile, ciò che molti amano chiamare fortuna. Che si sa, è proverbialmente cieca, ma che tuttavia alcune volte si ha l'impressione ci veda benissimo.
I cameraman raramente sono protagonisti degli avvenimenti sportivi. Però le loro scelte, il punto di vista della loro testimonianza, in modo più o meno inconscio, plasma la nostra percezione e di conseguenza i nostri ricordi. Nel caso del Gran Premio di Interlagos del 2012, probabilmente l'operatore scelto dalla regia a fine gara doveva essere un grande esperto di film drammatici. L’inquadratura è fissa su Sebastian Vettel, stravolto e incredulo per il terzo titolo di fila. Seb scende dalla macchina, alza l’indice verso il pubblico come suo solito, e corre a festeggiare con tutto il team Red Bull. Poi, come in una di quelle clip che in gergo internettiano vengono chiamate best transition moments - cioè tagli di regia in cui due inquadrature consecutive si susseguono con un tempismo perfetto - entra in scena il protagonista di questo articolo: Fernando Alonso.
Dopo essersi soffermati sui momenti di gioia di Vettel, dicevamo, la regia inquadra lo spagnolo in tuta rossa. Indossa ancora il casco, come se non volesse realizzare la fine della corsa e la fine delle speranze di vincere il terzo titolo mondiale. Il suo sguardo è vuoto, perso, assente, galleggia in una dimensione imperscrutabile. Questa, a mio avviso, è una delle immagini più iconiche nella storia di questo sport. Perché, si chiederà qualcuno, iniziare a raccontare la storia di un pilota da una sconfitta, forse la più bruciante e dolorosa di un pilota tra i più vincenti degli ultimi trent'anni di Formula 1? D'altronde, i numeri sono dalla sua: 381 gran premi (record di tutti i tempi), 32 vittorie, 22 pole position, 24 giri veloci e, soprattutto, due mondiali consecutivi nel 2005 e nel 2006.

Perché questo è il grande paradosso di Fernando Alonso: essere ricordato per le sue sfortune, per le sue peripezie, più che per i suoi numeri da fuoriclasse. L’asturiano ha rappresentato tanto, tantissimo, per questo sport. È stato il giovane in ascesa e vincente, poi il perdente per eccellenza, infine il comandante esperto al quale appigliarsi nei momenti di difficoltà. Per alcuni un pilota d'alta classe dal carattere fumantino, per altri soltanto un esaltato che guida divinamente. La sua figura è stata controversa, mutevole, polarizzante. Tornando anni dopo a quell'ultima gara del 2012, Alonso ricorda quel momento con queste parole: “Ci sono bugie sulla mia carriera. Ero sceso dalla macchina e stavo guardando Felipe [Massa] che per qualche motivo non riusciva a smettere di piangere. Era con i suoi meccanici e la moglie, quindi ero lì ad aspettarlo, per vedere se stava bene. La storia era che io fossi scioccato o triste, ma no, non mi importava così tanto. Volevo abbracciare Felipe”.
Una versione credibile e più che rispettabile, ma che non ha convinto molti. Alonso, infatti, negli anni si è creato un personaggio divisivo, spesso arrogante, e questa sua retrospettiva in versione good fella è stata bocciata da molti appassionati. La sua è una fede dogmatica, si deve credere nel suo piano, tutto quello che fa è programmato e qualsiasi mezzo è lecito per raggiungere l'obiettivo. Tutto questo fuori dalla pista, ovviamente, perché sulle quattro ruote lo spagnolo non ha detrattori. Le sue qualità di guida e la sua correttezza sono riconosciute da tutti, addetti ai lavori, tifosi, ex piloti. Robert Kubica, per esempio, recentemente ne ha parlato così: “Secondo me, Fernando Alonso con una macchina non competitiva è il più forte di tutti".
L’Alonso pilota, però, non è scindibile con l’Alonso extra pista. El Plan come lo chiama lui, deve essere seguito in modo meticoloso. Non a caso il pilota dell’Aston Martin non ha mai esitato a cambiare squadra nel momento per lui adatto. I grandi campioni della F1 raramente hanno cambiato più di tre o quattro squadre nel corso della carriera. Lo spagnolo è a quota sette cambi di casacca, quasi come fosse un calciatore moderno. Alcuni di questi si sono rivelati fruttuosi, altri molto meno. Alonso è un pilota capace di mixare alla perfezione il suo talento aggressivo con la parte razionale, capace di essere a suo agio in qualsiasi monoposto, in qualsiasi pista, in qualsiasi condizione climatica.

Come è stato possibile che un pilota tanto duttile e razionale abbia sbagliato così tante scelte nel corso della carriera? In molti pensano che il suo carattere lo abbia portato all’autodistruzione. Nel paddock una delle voci che si rincorre è la sua fama di spacca-squadra. Raramente sentirete descrivere un pilota di Formula 1 con l’aggettivo “altruista”. Il compagno di team è il primo avversario, si sa, ma Alonso sembra aver preso alla lettera questo modo di dire. Quasi nessun pilota è riuscito a stare davanti e costruire un solido rapporto con lui, forse solo Giancarlo Fisichella, approdato però in un team Alonso-centrico con Briatore a condurre il gioco, e con uno spagnolo ancora non campione del mondo.
Il 2007 è l’anno cardine: la convivenza difficile con Hamilton, il prescelto di Ron Dennis, la sensazione di non essere più al centro del mondo, e la spy story. Tutto ciò lo porta a un punto di non ritorno. Non a caso, l’unico episodio di scorrettezza in pista in una carriera ultra-ventennale risale proprio a questo anno, quando, in Ungheria, durante le qualifiche si fermò più del dovuto nella piazzola di sosta ai box per far prendere bandiera proprio all’inglese. L’approdo in Ferrari, con figure chiave al suo fianco come l’ingegnere Andrea Stella, sembrava aver fatto risorgere il vecchio condottiero, finito in disgrazia con il ritorno alla Renault.
Con il Cavallino Rampante Fernando Alonso ha disputato alcune delle stagioni più incredibili della sua storia, fissata nella memoria da momenti indelebili come il selfie a Monza (cinque anni prima di Totti nel derby!), sfiorando il titolo per due volte alla guida di mezzi nettamente inferiori alla concorrenza, e perdendolo puntualmente all’ultima gara, in circostanze, come abbiamo visto, al limite del grottesco. Poi l’idillio con la Ferrari si rompe, arrivano tweet "da samurai", team radio discutibili sulle strategie, dichiarazioni d’addio al vetriolo: “Sono stufo di arrivare secondo”. Il tutto sempre nel suo stile, diretto e tagliente.
Uno stile che lo porta in McLaren, con la pesante responsabilità di riportare la scuderia britannica al successo e di risollevare il proprio status di grande pilota. Alonso sembra aver sempre cercato le sfide impossibili, il brivido del rischio, dimostrare al suo popolo di poter trainare i continenti. Le corse, tuttavia, sono estremamente crudeli quando si tratta di demolire grandi aspettative in pochi giorni. Il quadriennio in McLaren è stato l'apice di questa demolizione. La macchina è una delusione totale, il motore Honda, appena rientrato in F1 nel 2015, non è né veloce e né affidabile. L'auto macchina galleggia a centro gruppo, se va bene. Ma più che mai in questo contesto è emersa la sua figura da uomo contro il mondo. Non a caso molte delle clip più viste sono suoi team radio nel periodo in Mclaren, il famoso "Gp2 engine" pronunciato a Suzuka anche qui in casa della Honda, su tutti.
La conferma definitiva? Andare a correre la 500 Miglia di Indianapolis a stagione in corso, facendo vedere a tutti di cosa fosse capace: “Se voglio essere il miglior pilota del mondo ho due opzioni. O vinco otto mondiali, uno più di Michael, ed è improbabile, o vinco in serie diverse, nelle gare più importanti al mondo ed essere un pilota che riesce a competere in serie diverse su macchine diverse”. Anche in questo caso, come sempre, in macchina Alonso è sublime. Potrebbe trattarsi della vittoria che lo eleggerebbe a re dei Motorsport, con la Tripla Corona (Mondiale di F1 + 500 Miglia di Indianapolis + 24 ore di Le Mans), eguagliando Jim Clark, unico a riuscirci.
Conduce la gara per quattro volte in totale, da debuttante. A 21 giri dalla fine è ancora nel gruppo di testa, settimo. El Plan si sta avverando. Che gara di Alonso sarebbe stata, però, senza un imprevisto? Il motore Honda va improvvisamente in fumo, corsa finita. Sembra che nella sue gare ci sia una sorta di sadismo, una passione masochistica per i titoli mancati. Come se la sua massima gratificazione fosse dimostrare a tutti di essere un pilota magnifico, di guidare meglio degli altri, molto più che ricevere coppe, medaglie e allori.
Persino il suo primo ritiro dalla Formula 1, nel 2018, è stato diverso dagli altri. A chi, dopo aver chiuso la carriera mestamente, con comunque due titoli mondiali, con l’ovazione dei suoi due rivali, Hamilton e Vettel, verrebbe in mente di tornare a correre a 40 anni? A pochissimi, e tra questi pochissimi ovviamente c'è Fernando Alonso. Non a caso, in molti avevano fiutato nell’aria un suo possibile ritorno. Ecco ecco il coup de théâtre: Alonso alla Renault, ora chiamata Alpine.
Un ritorno non facile, ma che dopo le prime gare di adattamento fa vedere ancora una volta che Alonso non ha eguali in pista. Nel 2021 torna sul podio, in una pista dove non aveva mai corso, il Qatar, in una gara lineare, con la quinta macchina del lotto, sorpassando Gasly al primo giro all’esterno come se fosse invisibile. Arriva davanti a Ocon, pilota di talento e da anni nella categoria. Poi il passaggio all’Aston Martin, penultima forza del mondiale 2022. Il modus operandi? Lo stesso di sempre, con l’esaltazione sulla prossima avventura, e sulle nuove sfide, pur difficili che siano, senza dimenticarsi del passato.
Ancora una volta le quattro ruote lo vedono sfrecciare al massimo, conquista otto podi e strapazza il compagno Stroll, la sua figura diviene anche oggetto di meme, con il celeberrimo road to 33 (il numero di vittorie) o il padreando. In attesa del 2025 e, chissà, di un nuovo sedile in arrivo. Forse una Mercedes post Hamilton, o addirittura un addio di Verstappen in Red Bull gli spalancherebbe le porte del team austriaco. A 42 anni nulla è impossibile per lui, basta credere nella fede di Padre Fernando, a prescindere da tutto e da tutti.
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