
Mauro Icardi, essere e tempo
Mauro Icardi all'Inter è stato incarnazione perfetta del Sein und Zeit heideggeriano.
Vi siete mai immaginati Mauro Icardi leggere “Essere e tempo” seduto sul sedile di uno dei suoi tanti jet privati? Beh, se non l’avete mai fatto, tranquilli perché ci ho pensato io. La vicenda del calciatore argentino è una fenomenologia calcistica che, fin dai suoi esordi, mi è rimasta impressa nella testa, divenendo nel tempo una vera e propria ossessione. È nata, come le più classiche delle storie d’amore, da un sentimento di odio.
Un’incredibile rabbia, mista ad ammirazione (e quindi a gelosia?) che mi pervadeva ad ogni gol segnato alla difesa bianconera. “Com’è possibile che questo ogni volta segna contro di noi?”. Lionel Messi? Cristiano Ronaldo? No, molto peggio. Quando Icardi giocava in Italia, ero profondamente terrorizzato da quella che mi pareva essere una figura umana dai tratti mitologici, un'eroe acheo che - al contrario di Achille - non aveva talloni scoperto da colpire per neutralizzarlo. Nemmeno quando di fronte si trovava una deelle difese più forti del calcio contemporaneo: Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini. Lui era sempre lì, puntualissimo, che ci guardava sfidante, con le mani dietro le orecchie e il pallone nella rete.
Una dote naturale, un istinto alla razionalizzazione estrema di due fenomeni così incontrollabili come lo spazio e il tempo. Non ho mai visto nessuno che, inconsapevolmente, amasse Martin Heidegger come lo ha amato Maurito Icardi e non ho mai visto nessuno che, ancor più inconsapevolmente, avesse teorizzato il gioco del centravanti argentino come ha fatto il filosofo tedesco.
Due semplici termini per descrivere l’assurda, forse incomprensibile, relazione tra due persone e personaggi così distanti sotto ogni punto di vista: Sein und Zeit, Essere e Tempo. La questione ontologica nasce da un momento di rottura col passato, Milito fa parte della metafisica e analitica tradizionale, infatti, all'arrivo di Icardi alla Pinetina, Diego è divenuto ormai “semplice presenza” e non è più in grado di rispondere alle angosce moderne sul senso dell’essere, ovvero all'annoso problema filosofico su chi, in futuro, avrebbe segnato i gol della futura Inter.
Mauro - già svezzato da una prima stagione in A con la Sampdoria in cui ha subito trafitto la Juventus con una doppietta allo Stadium - passa il primo anno a imparare e a perfezionare la condizione dell’ente ontologico e della sua essenza, inizia a capire gli spazi e i minuti necessari, così che, liberato finalmente dalla tanto ingombrante temporalità presente, può esprimersi in tutte le sue possibilità diventando finalmente il “Dasein”, l’esser-ci. Il mondo in cui viene gettato l’uomo, per l’argentino non è altro che la sua area piccola. Un luogo dove, servendosi di qualsiasi strumento possibile (gli enti del mondo) come un cross lungo, un dribbling, un’uscita sbagliata di un portiere o un rimpallo, riesce ad interagire attivamente con il proprio spazio, pronto a realizzare e costruire il proprio progetto di umanità.
Il pallone è lo strumento che dà senso e significato alla vita e agli obiettivi di Mauro Icardi. Per quattro anni vive intensamente il suo progetto di essere, tutti gli enti del mondo lo assistono nel compimento supremo di questa pratica rituale. La temporalità è la sua dote migliore, forse mai nessun giocatore l’ha saputa sfruttare come lui: sfuggendo furbescamente al semplice presente, è costante nel trovarsi nel posto giusto al momento giusto.
La crasi del suo personale progetto spazio-temporale tende per anni verso la perfezione, toccando il proprio apice il 21 ottobre 2018 durante un Inter - Milan. Un derby spento, pochi tiri in porta e ancor meno bel gioco, ma tanta, tanta tensione. Icardi è come fosse solo in mezzo al campo, pare stare lentamente passando a un’idea sartriana dell'esistenza, perso nei suoi progetti dell’essere, incapace di trovare la risposta, è ora votato alla solitudine e alla nausea. Ma la temporalità è costituiva dell’esserci, è il suo senso, la sua ragione e nessuno, come abbiamo detto, sa sfruttare la temporalità come lui.
Milano, San Siro, 21.10 18
— Gian Luca Rossi (@gianlucarossitv) October 22, 2018
Derby Inter-Milan 1-0 Icardi al 92'.
Al di là dell'uscita a farfalle di #Donnarumma, per chi sa di calcio il movimento e contromovimento di #Icardi che manda Musacchio gambe all'aria è da grandissimo bomber! pic.twitter.com/zjh3SCmaRO
Dunque, Icardi è il dasein per eccellenza. In quanto tale, sa sfruttare e sfrutta tutti gli enti dati dal mondo in quel momento: sull’uscita sbagliata di Donnarumma, arriva un colpo di testa che ridà vitalità a quel progetto dell’essere gettato sulla terra. Novantaduesimo minuto, palla in rete, le braccia aperte per raccogliere tutta l’essenza e l’esistenza di San Siro, essere e tempo.
D’altronde siamo pur sempre nella Scala del calcio e quello che Mauro esegue ogni volta non è altro che la rappresentazione teatrale di un mito, rendendola reale tramite il suo classico rituale. La solita coincidenza spazio temporale che trasforma il suo gioco in un cerimoniale salvifico e di purifica. L’ossessione di essere e di confermarsi continuamente, personificando quell’aspetto del rito che Lévi-Strauss definisce "maniacale e disperato". È in questo momento che Icardi esce dai confini fisici del campo per immettersi in un nuovo sistema metafisico di riti-miti che, nelle regolarità delle sue marcature, si manifesta e si afferma sotto la profanità degli attori presenti in campo e sugli spalti.
È quindi nella dimensione antropologica del fenomeno heideggeriano che viene fatto un passo in avanti. Come sostiene l’antropologo Ernesto De Martino, la vita umana è intrinsecamente legata a momenti critici sulla relativa presenza nel mondo, ponendo l’individuo dinanzi ad un’angoscia che lo paralizza e lo spaventa.
Maurito però non ci sta, lui deve esserci nel mondo, “Dasein Sollen”.
Per farlo, per esser-ci, non può fare altro che segnare: è solo nell’atto del sacralizzare, che avviene tramite il suo sistema mitico-rituale, che rifugge al mistero della presenza. La rappresentazione continua del gol diventa quindi ciò che lo salva. Icardi è sfinito, si è sottratto anche questa volta. Corre da solo, si guarda intorno, ma non trova altro che sé, nella solitudine della sua ripetitività, si erge sopra i cartelloni pubblicitari e nella follia di quell’attimo, sa che nessuno capisce davvero lo sforzo che egli ha appena compiuto.

Del resto è colpa di Heidegger se lui è condannato ad una vita autentica e non inautentica come tutti gli altri. È colpa di Heidegger se dopo il Derby di Milano, il nueve argentino si trova a realizzare che tutta questa fuga dalla storia non è altro che finzione e questi riti sono solo l’illusione che sia possibile determinare una continuità col mito e una falsa presenza nella storia.
L’impossibilità di scappare lo pone davanti tutte le possibilità che il mondo gli offre, tra cui la fine, l’annullamento, la morte. L’essere-per-la-morte rimane l’unica opzione veramente autentica e propria, in quanto finché questo essere ci sarà, rimarrà sempre possibilità. Così, esaurisce e termina il suo progetto facendolo coincidere con l’ultimo anno della sua permanenza all’Inter, volando nella città di Jean-Paul Sartre.
Icardi è l’uomo che ha saputo illudere il mondo di essere e di essere capace di entrare e fuggire dalla storicità solo grazie ai suoi gol. Nella nausea parigina, "muore" comunque onorando il filosofo tedesco, ribadendo quanto l’esistenza autentica è il nulla di ogni progetto e il nulla della stessa esistenza.
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