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Acerbi
, 27 Marzo 2024

Il caso Acerbi-Juan Jesus è chiuso


Il Giudice Sportivo ha ritenuto di non poter sanzionare il difensore dell'Inter.

È il 17 marzo dell’anno domini 2024. Una domenica di calcio qualunque con in fondo il big match di giornata tra Inter e Napoli. Lo stadio di San Siro, come già da tempo a questa parte, è gremito. Questa volta lo è ancora di più e non numericamente parlando: il pubblico di casa non solo vuole dimenticare in fretta l’uscita dolorosa dalla Champions League, ma vuole anche dimostrare vicinanza alla propria squadra, che fino ad allora ha dominato in lungo e in largo. Stessa cosa si potrebbe dire dei tifosi napoletani, che hanno occupato il settore ospiti non solo per vedere la propria squadra all’opera nella scala del calcio, ma anche per tenersi aggrappati al sogno della Champions League 2024/25, al momento ancora abbastanza distante. Gli ingredienti per una bella serata di calcio, insomma, ci sono tutti.

È così che, con il fischio d’inizio del posticipo serale, il fine settimana volge al termine, come una campanella che segna la fine del turno di lavoro. Una sorta di monito che risveglia dal torpore festivo e che catapulta direttamente nella nuova settimana feriale. Se non altro, però, ci sono ancora novanta minuti di calcio da gustare. Per tutto quanto abbiamo già detto, Inter Napoli non può essere una partita qualunque. Anche negli scontri precedenti è stata una partita importante, di alta classifica, ma in questo caso c’è tensione da entrambi i lati pur se per motivi diversi. Era normale, perciò, aspettarsi un po’ di nervosismo sul terreno di gioco, le solite scaramucce di campo a cui ormai siamo abituati, le solite situazioni a cui spesso segue la classica frase assolutoria: “Le cose che succedono in campo rimangono in campo”.

Al 13° del secondo tempo circa, tuttavia, accade qualcosa. Su un calcio piazzato a favore del Napoli si anima un acceso dibattito tra un difensore dell’Inter, Francesco Acerbi, e un difensore del Napoli, Juan Jesus, salito fino al limite dell’area di rigore avversaria per sfruttare i suoi centimetri come arma offensiva. I due si sono accoppiati in marcatura, cadono a terra dopo il calcio d’angolo e una volta alzati da terra Acerbi dice qualche parola a Juan Jesus. Il difensore del Napoli reagisce e si avvicina con fare sfidante al suo marcatore per rifilargli una spallata. Si vede bene che Juan Jesus è stizzito da qualche parola di troppo proferita da Acerbi.

Solo dopo la fine dell’azione il giocatore del Napoli si avvicina al direttore di gara riferendo quanto presumibilmente detto da Acerbi. Il labiale di Juan Jesus è abbastanza inequivocabile e sembra denunciare un insulto razzista, così come mostrato anche dal gesto ad indicare la patch sulla manica della maglietta che promuove una campagna contro il razzismo Keep Racism Out, ironicamente promossa proprio in quella giornata di campionato.

L’arbitro, quindi, richiama il difensore dell’Inter per un confronto tra i due. Dopo essersi riappacificati, Acerbi tenta un abbraccio verso Juan Jesus e in questo frangente, osservando il labiale, il difensore dell’Inter sembra dire: “Non sono razzista”. Alla fine della partita, in ogni caso, Juan Jesus - tra l'altro autore del gol del pareggio - si presenta ai microfoni di DAZN e, con un’umanità straripante, alla domanda su cosa sia successo in campo con Acerbi, fa intendere che, nonostante qualche parola di troppo in campo, il dissidio si era chiuso lì. Nato e morto in mezzo al campo, al fischio finale della partita.

C’è da sottolineare, ancora una volta, il tono conciliante di Juan Jesus ai microfoni di DAZN. Il difensore ha mantenuto una straordinaria lucidità e pacatezza nelle sue parole, diversamente da molti altri interpreti che - pur non avendo ottime ragioni - si presentano davanti alle telecamere in preda a un turbinio di emozioni. Insomma, sembrava proprio che la vicenda non avrebbe avuto alcuno strascico.

Il giorno dopo dell’episodio, tuttavia, Francesco Acerbi arriva a Coverciano per il ritiro della Nazionale partente verso gli Stati Uniti, ma viene temporaneamente escluso dalle convocazioni secondo quanto previsto dalle politiche interne del Club Italia. Neanche il tempo di poggiare il borsone, che per il centrale dell'Inter è già è tempo di ritornare a Milano. Le prime giustificazioni del difensore arrivano ai microfoni dei moltissimi giornalisti che lo hanno atteso al rientro. La giustificazione, poi, arriva tramite un video pubblicato sui social dal suo profilo personale. Con il senno di poi, la toppa è stata di gran lunga peggiore del buco, tanto da spingere la Procura Federale - anche in seguito al post di risposta scritto da Juan Jesus, in cui rivendica la sua posizione e le sue parole del giorno precedente - ad approfondire il caso.

La pronuncia del Giudice Sportivo

Dopo aver ascoltato i protagonisti, il Giudice Sportivo si è pronunciato ritenendo di non poter applicare la sanzione prevista dall'articolo 28 del Codice di Giustizia Sportiva, che disciplina i casi di "comportamenti discriminatori". Il calciatore che commette un comportamento discriminatorio - dice l'articolo 28 al comma secondo - è punito sia con una squalifica che va da un minimo di 10 giornate fino ad una squalifica a tempo indeterminato, a cui si abbina una sanzione di carattere pecuniario.

Questo, di fatto, è solo l'epilogo della sentenza. È interessante invece capire come la giustizia sportiva sia arrivata a questo esito. Il Giudice sportivo ha preso atto che la sequenza visibile dalle immagini è «compatibile con l’espressione di offese rivolte, peraltro non platealmente, dal calciatore dell'Inter», ma allo stesso tempo ha riconosciuto che l'offesa è stata solo percepita dal calciatore del Napoli «senza dunque il supporto di alcun riscontro probatorio esterno, che sia audio, video e finanche testimoniale».

Acerbi

La sentenza, poi, aggiunge che: «la condotta discriminatoria, per la sua intrinseca gravità e intollerabilità [...] deve essere sanzionata con la massima severità a norma del Codice di giustizia sportiva e delle norme internazionali sportive, ma occorre nondimeno, e a fortiori, che l’irrogazione di sanzioni così gravose sia corrispondentemente assistita da un benché minimo corredo probatorio o quanto meno da indizi gravi, precisi e concordanti in modo da raggiungere al riguardo una ragionevole certezza».

Inversione dell'onere della prova (?)

Se quest'ultimo passaggio può sembrare cosa ovvia in uno stato di diritto, in realtà è proprio da ciò che nascono i maggiori problemi interpretativi. Il problema è innanzitutto legato al fatto che non questo caso non rientri nell'ambito della giustizia penale, ma in quello della giustizia sportiva. Molti, sui vari social, hanno - da un lato giustamente - invocato il cosiddetto principio dell'inversione dell'onere della prova che sarebbe (condizionale d'obbligo) proprio della giustizia sportiva. Seguendo questo principio, non sarebbe il soggetto che accusa a dover provare la colpevolezza dell'accusato - come da principio cardine della giustizia penale - bensì sarebbe il soggetto accusato a dover provare di non essere colpevole (da qui, appunto, il termine inversione).

In realtà, stando a quanto riportato dall'articolo 122 del Codice di Giustizia Sportiva, il Procuratore Federale dispone l'archiviazione di un caso quando: «[...] gli elementi acquisiti non sono idonei a sostenere l'accusa in giudizio [...]». Da questo, come fatto notare da esperti, ne deriverebbe che è pur sempre l'accusa a dover provare gli elementi di colpevolezza del soggetto accusato. Il che non significa necessariamente avere elementi probatori che portano alla colpevolezza "oltre ogni ragionevole dubbio", ma avere, quantomeno, qualche minimo elemento per provare la colpevolezza. D'altronde, parlando di presunzione di innocenza, ci stiamo pur sempre riferendo ad un caposaldo dello stato di diritto.

I precedenti Santini e Marconi

Era inevitabile che, dopo la sentenza di Acerbi, ritornassero alla memoria casi analoghi occorsi in tempi recenti, anche soltanto per giustificare la propria indignazione di fronte alla pronuncia della Giustizia Sportiva. Così sono riemersi sui media gli ormai sepolti casi di Santini e Marconi. Sia l'ex Padova che l'ex Pisa sono stati condannati a dieci giornate di squalifica in quanto avrebbero adottato comportamenti discriminatori ai sensi dell'articolo 28 del Codice di Giustizia Sportiva.

Il caso Marconi è abbastanza complesso, perché si è chiuso dopo l'impugnazione dell'ex difensore del Pisa della sentenza della Corte Federale d'Appello al Collegio di Garanzia del CONI. In particolare, dopo l'impugnazione della sentenza di secondo grado, il Collegio di Garanzia ha restituito gli atti alla Corte Federale d'Appello, in diversa composizione, per violazione del principio del contraddittorio. In sostanza, si chiedeva alla Corte Federale d'Appello di giudicare nuovamente sul caso. L'episodio incriminato si è svolto nel corso della partita tra Pisa e Chievo, nella quale Marconi avrebbe proferito alcune parole discriminatorie nei confronti di Joel Obi.

Lo sfogo di Emanuele Giaccherini davanti alle telecamere dopo il caso Marconi-Obi

La Corte d'Appello Federale ha quindi concluso per la squalifica di Marconi per dieci giornate dopo aver assunto molte testimonianze che riportavano tutte lo stesso contenuto. Diversamente, la frase che Marconi dice di aver pronunciato e che è stata fraintesa non è stata riportata in nessuna delle testimonianze. Viene anche riportato uno stralcio della telecronaca, dalla quale si evince chiaramente che il problema dell'espressione razzista era stato percepito fin da subito.

Anche il caso Santini, come quello Marconi, si è concluso con dieci partite di squalifica del calciatore accusato. Anche questa volta, oltre alla testimonianza del giocatore offeso, era presente la testimonianza di un suo compagno di squadra. A ben vedere, i casi Santini e Marconi, dunque, non possono essere considerati come dei veri e propri precedenti del caso Acerbi-Juan Jesus, dal momento che in quest'ultimo non ci sono altre testimonianze se non quelle dei diretti interessati.

L'unica incongruenza riguarda un passaggio che si legge nella sentenza della Corte d'Appello Federale sul caso Santini, secondo cui anche la sola dichiarazione del giocatore offeso basterebbe per circostanziare il quadro probatorio. In realtà si deve fare nuovamente un passo oltre e aggiungere, come si legge nella stessa sentenza, che le dichiarazioni della persona offesa devono avere ad oggetto: «fatti di diretta cognizione e specificamente indicati». Se così non fosse, si rischierebbe di ricadere nella trappola la-mia-parola-contro-la-tua.

A ognuno le proprie conclusioni

Per quanto possa piacere o meno, essere condivisibile o meno, il caso Acerbi-Juan Jesus dal punto di vista del diritto sportivo non avrebbe potuto avere un epilogo diverso. Rimane aperta la strada di un eventuale esposto che Juan Jesus potrebbe sporgere in sede penale. Qualunque sia la strada che il difensore brasiliano sceglierà di percorrere, se denunciare o meno Acerbi, bisogna forse partire dal presupposto per cui commentare emotivamente una sentenza non è un esercizio utile. Siamo ben oltre la dicotomia giusto/sbagliato, qui si tratta proprio di un giudizio di utilità/inutilità. Ha senso commentare una decisione giudiziale in base ai propri canoni morali?

Per di più, il caso in questione non si è concluso con una soluzione perentoria. Acerbi, in sostanza, non è uscito né colpevole né incolpevole, ma semplicemente non punibile per assenza di prove a suo carico. Questo non vuol dire assolutamente svilire la causa - sacrosanta - della lotta al razzismo, quanto rispettare i principi basilari dell'ordinamento giuridico italiano. È anche sulla base di questo che non perde alcun senso la campagna di sensibilizzazione avviata dalla Serie A per la lotta contro questa piaga endemica, che deve essere combattuta e di fronte alla quale nessuno di noi può rimanere impassibile.

Sono tutt'altro che manifestazioni di facciata, a parere di chi scrive, quelle promosse dalla Serie A, posto che già il semplice fatto di fare eco ad un problema che esiste è un modo di affrontarlo. Se vogliamo prendere un caso concreto, basta pensare a quello che accadde a Maignan: i tifosi dell'Udinese che si sono macchiati di aver lanciato insulti razzisti al portiere del Milan sono stati individuati e poi squalificati a tempo indeterminato. Affermare che le istituzioni calcistiche, pur con tutte le storture al loro interno, siano immobili di fronte a questa problematica, in un certo senso, è voler negare la realtà. Anche se le manifestazioni fossero solo di facciata.

Dal proprio canto, la società Napoli - che comprensibilmente si è schierata nettamente con il proprio calciatore - ha diramato un comunicato ufficiale dai toni tra l'amareggiato e il sarcastico, secondo cui il fatto stesso che non siano stati presi dei provvedimenti contro Acerbi porterebbe a considerare Juan Jesus come "colpevole" per aver accusato un collega ingiustamente. In realtà non è così perché - scusate la ripetizione - la sentenza è chiara nel dire che non si può dimostrare che Acerbi abbia proferito frasi discriminatorie, non che Acerbi non abbia proferito quelle frasi.

Comunicato del Napoli Calcio

Al di là dell'esito del giudizio sportivo, non esiste un vero vincitore da questi giorni concitati. Il problema è che da queste circostanze nascono schieramenti, come se ci fosse un tifo da stadio. La realtà, sempre a parere di chi scrive, è che ne escono danneggiati entrambi i soggetti coinvolti nella storia. Trapela molta amarezza da ambedue le parti: Juan Jesus per non essersi visto riconoscere le sue ragioni, Acerbi per aver sicuramente esagerato con le parole - anche se non possiamo sapere quali - in campo e per essersi visto affibbiato l'etichetta di "razzista".

Il caso specifico, perlomeno per la giustizia sportiva, è chiuso e - salvo che non prosegua in altri sedi - non avrà altri strascichi giudiziari. La lotta al razzismo, invece, è tutt'altro che chiusa e non dipende certo dall'archiviazione di questo caso. Non ci si può rassegnare - come lascerebbe intendere il comunicato del Napoli - ma, al contrario, impegnarsi ancora di più per debellare questa piaga endemica.


  • Classe 1996. È ancora convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone. Gli piace l'odore delle case dei vecchi. Considera il 4-3-3 simbolo della perfezione estetica.

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