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, 26 Marzo 2024

Zidane e Bellingham, il lungo viaggio del numero 5


Viaggio nell'eredità madrilena di uno dei numeri più iconici del calcio. L'articolo su Zidane e Bellingham sarà nel nostro magazine dedicato al "Numero 5".

Hanno detto che lo stile di gioco di Jude Bellingham si pone giusto al centro tra due fuochi: metà artista, metà guerriero. Dopo qualche mese di splendore sotto l’egida della camiseta blanca lo hanno paragonato all’unica leggenda madridista forse più grande del senso stesso di grandeur del club per cui ha giocato, Alfredo Di Stefano

Hanno detto che la sua volontà originaria era prendere il numero 22 e che Antonio Rüdiger non glielo ha ceduto. Qualcuno era finito persino per chiedersi cosa ne sarebbe stato del Real Madrid nell’anno della cessione di Karim Benzema e del mancato acquisto di Kylian Mbappé. Se avrebbe lottato per riaffermare il proprio blasone dopo una debacle suturata a fatica – la semifinale di ritorno di Champions League, persa 4-0 a Etihad contro il Manchester City – o avrebbe accettato un anno di transizione. 

Hanno detto che era indeciso: non sapeva se diventare un 10, un 8 o un 4. I suoi allenatori nelle giovanili del Birmingham si dicevano spaventati perché bruciava le tappe: dove voleva arrivare, e perché così presto? Hanno paragonato il suo impatto con il calcio mondiale a quello di Micheal Jordan con l’NBA; una cosa irreale, che non avevamo mai visto capitare.  Sono state dette tante cose su Jude Bellingham, ma quasi nessuna riesce tracciare i bordi della sua figura e a saziarne la narrazione.

Bellingham che indossa la numero cinque di Zinedine Zidane; Bellingham goleador inflessibile come Cristiano Ronaldo; Bellingham “tuttocampista” come Ruud Gullit; Bellingham migliore giocatore del mondo; Bellingham volto del calcio nell’era dell’IA, frutto di una mutazione genetica che ha reso il corpo umano grosso e tonico come un pezzo di nichel, eppure aeriforme e leggero come un atomo di idrogeno. 

Se non lo avessimo visto segnare a ripetizione, con una banalità nauseante finora, forse non gli avremmo nemmeno creduto. Non avremmo pensato, cioè, che si potesse diventare un giocatore così decisivo senza avere un ruolo codificato. Cos’è, oggi, Bellingham? Un cavaliere degli ossimori, arrivato dipingere il nuovo volto del Real Madrid grazie a un talento oggettivamente strano. È un trequartista o un centravanti? Una mezzala o un regista? Un’ala o un grande incursore?

A Florentino Perez, come è noto, non piacciono i numeri stravaganti e a maggior ragione quelli che eccedono l’undici. In quanto presidente del Real Madrid la sua filosofia conservatrice intercetta una ben più vasta visione patrizia e reazionaria intestina al mondo del calcio: il portiere ha l’uno e deve parare, il terzino il due e stantuffare la fascia finché ha fiato, l’attaccante centrale il nove e così via. Non si esce da questa eterna semplicità del gioco che il Madrid pare emanare in campo: non c’è niente di scritto a priori, è tutto fluido, in evoluzione. Una visione eraclitea, a suo modo ammaliante se non perfino mitologica. Non c’è esoterismo madrileno senza l’indagine sui numeri della squadra di calcio. Nessuna squadra ha avuto numeri così epici: il 7 di Raùl, Cristiano e Vinicius; il 10 di Puskás, Figo e Modrić; il 9 di Ronaldo, Butragueño e Benzema. 

«È una sorta di omaggio, ovviamente. Ma, allo stesso tempo, seguo la mia strada ed è quasi come prenderla e modellarla a modo mio, rendendo questo numero quello che voglio che sia: il numero 5 moderno del Madrid» ha detto Jude Bellingham quando un giornalista di L’Equipe gli ha chiesto del suo numero di maglia, in relazione all’elefante nella stanza della sua esperienza madrilena. È facile ricondurre la scelta di Bellingham al lungo intrecciarsi di anelli nella storia del Real Madrid. Vedere in lui, nella sua smania di grandezza, una specie di rivoluzione copernicana del numero cinque. Bellingham ha allargato il suo significato, cioè, cambiando il paradigma con cui guardiamo e giudichiamo i centrocampisti.

Al debutto stagionale contro l'Athletic era diventata virale una sua accelerazione in cui, partendo dalla trequarti difensiva con il terzino che gli respirava sul collo come una tigre sul punto di azzannare, Bellingham aveva diviso il campo in verticale. È difficile guardarlo mentre galoppa con l’autorità di un gendarme sull’erba, figuriamoci provare a fermarlo. I difensori sembrano sempre intervenire con un ritardo stupito sui suoi cambi di direzione. In Champions League, nella seconda giornata contro il Napoli, ha freezato Meret con un interno collo delicato, che ha colpito il palo lontano, dopo una conduzione così brutale da tagliare fuori i tentativi di tackle di Anguissa e Østigård.

In Liga le sue statistiche sono ridicole. Bellingham è il migliore centrocampista in quasi tutto – gol, tiri in porta, azioni create, passaggi progressivi ricevuti, dribbling – ed è dalla prima giornata che sutura i vuoti offensivi del Real. Doveva essere un box to box di prospettiva, uno di quei giovani che compiono un apprendistato morale già allenandosi con vecchi campioni come Kroos e Modrić, e invece in poche settimane Bellingham si evoluto nell'erede di Benzema.  La sua influenza nel gioco del Real è una forbice che si estende tra un'area di rigore e l'altra: a inizio azione si abbassa per offrire una linea di passaggio, vista l'essenzialità di Tchouaméni in costruzione e i contromovimenti in profondità delle due mezzali – che spesso sono Valverde e Camavinga.

Quando il Real Madrid si avvicina alla zona di rifinitura, Bellingham però cambia ruolo. O meglio, diventa il vero centravanti, andando a incastrare le sue letture dello spazio circostante con l'anarchia tattica di Vinicius e Rodrygo. Da veri dribblomani, due brasiliani tendono ad allargarsi per puntare l'uomo e far aprire i centrali avversari; e infatti non sono pochi i gol che Bellingham ha segnato sfondando centralmente: c'è il rimpallo fortunato contro l'Almeria, o l'inserimento di testa nel cuore dell'area piccola ancora contro i Rojiblancos. Una delle mie giocate preferite è la sublime gestione del pallone contro il Celta Vigo, con Bellingham a ripulire la sfera in mezzo a tre difensori, venendo in contro come un pivot, e poi a imbucare d'esterno per l’inserimento di Rodrygo, che si conquista il rigore.

Zinedine Zidane ha preso il cinque del Real Madrid per caso, esattamente come Bellingham. Un po’ per assecondare la volontà presidenziale, secondo le parole di Zizou, e un po’ perché il ventuno – con cui aveva giocato fino a quel momento alla Juventus – era occupato da Santiago Solari, mentre il 5 era stato lasciato libero dall’addio estivo di Manuel Sanchis. È un po’ un paradosso: un numero dieci nato con la camicia, con il sangue pieno di rulete e finte misteriose, stretto nella sua metà.

Di Zidane in campo ricordiamo i gol in pallonetto, quelli con l’interno del destro chiuso sul secondo palo, le trivela prima che fossero chiamate trivela. Quelli in tuffo di testa contro il Barcellona e quelli, altrettanto belli, in cui scarica dai trenta metri delle fucilate che i portieri non vedono neanche partire. La radice del nostro amore per i giocatori creativi è riassunta da tutto ciò che Zidane ha fatto per cinque anni al Bernabeu. 49 gol e 39 assist che potremmo elencare tutti, uno ad uno, benché numeri lontani dall’ipertrofia a cui ci ha abituati l'arrivo di Erling Braut Haaland. 

Il cinque è forse il numero più esoterico di tutti: il pentacolo, la stella a cinque punte, il richiamo costante di espressioni umane alla proporzione aurea. Secondo Wikipedia in ambito numerologico «al 5 è attribuita in genere la capacità di vitalizzare la materia, dotandola di un centro dinamico e creativo». Come interpretare allora le casualità che hanno portato Zidane ventitré anni fa e Bellingham oggi a diventare simboli di quel numero? 

Per anni abbiamo amato la grazia divina di Zidane, forse il genio più laconico della sua generazione. Uno di quei giocatori i cui gol non erano solo gol, ma opere d’arte che riappaciavano gli spettatori con la tecnica calcistica, il rapporto più stretto e sensuale di un giocatore con la palla. Zidane come Oliver Hutton quando dice che il pallone è il suo migliore amico, e convince la madre a tenerlo sulla sedia a fianco a lui mentre fa colazione. Zidane il dio tormentato eppure bellissimo, con la faccia da vecchio, l’andatura gobba e trasandata, le veroniche fatte come se si muovesse su una lastra di ghiaccio: in punta di piedi per non spezzare l’equilibrio cosmico delle cose intorno a lui. Ha vinto tre Champions League consecutive da allenatore, ma ancora oggi ripensiamo a lui come il volto del Real Madrid in campo, con i capelli radi in testa e il volto scuro, gli occhi come finestre sempre più serrate.  

Giocava nel Real Madrid squilibrato di Ronaldo, David Beckham e Luis Figo, uno spogliatoio trasformato ogni estate di acquisti galacticos appartenenti allo star system mondiale. Eppure, i controlli e le conduzioni di Zidane rallentavano il tempo come nessun’altro riusciva nelle squadre di Del Bosque e Queiroz: riduceva il calcio a una pura manifestazione di talento individuale, un’opera di teatro greco contro le arene romane dell’esterno. Zidane personificava già allora la naturale, ed eterna, aristocrazia a cui il Real Madrid allenato da Carlo Ancelotti ci ha abituati.

È questo il vero nodo che lega Zidane a Bellingham: la capacità di rendere viva la squadra nei momenti cruciali, di non perdere il controllo della palla, e degli avversari, neanche sotto pressione. Zidane vs Bellingham potrebbe essere una battaglia degli stili, tra generazioni che hanno poco in comune e giocatori poco accomunabili. Uno che si muove in campo ronzando, sfilando in lungo e in largo nel campo con l’eccitazione di una pagina scritta da Jack Kerouac; l’altro un danzatore impossibile, che viveva il calcio più meccanico degli anni Duemila con una sfumatura di dolore. Nessuno dei due dava vita al vero significato calcistico, sempre posto che ve ne sia uno, del numero cinque. Bellingham, in particolare, quest’anno è diventato – come accennavamo prima – il centravanti nascosto, “ombra”, del Real ed è anche così che influenza la manovra. Basti pensare al fatto che 12 dei suoi 14 gol in campionato finora sono arrivati con tiri scoccati dall’interno dell’area di rigore.

Contro il Barcellona, a fine ottobre, segna il gol della vittoria – e della sua personale doppietta – al novantesimo di una partita sofferta, in cui raramente era riuscito a racimolare spazio tra le linee avversarie. Il tiro finale di Bellingham contiene qualcosa di goffo, innaturale: sceglie di caricare con il sinistro ma calciare con il destro, con un saltino che avvicina l’esecuzione alla messa in scena di un B-movie sul karate – l'apertura alare delle gambe di Bellingham qui ha uno stile orientale, come lo stereotipico tiro acrobatico disegnato in un manga sportivo. È un gol normale, di certo non risplende di onnipotenza come la bordata che ha illuminato per il gol del pareggio, in cui aveva tirato intorno ai trenta metri senza rincorsa. Eppure, è un gol che è valso la vittoria in un Clásico immeritato, e ancora di più vale tuttora se contestualizzato al momento. Vincendo, il Real Madrid ha staccato il Barcellona di quattro punti, aprendo la voragine della crisi in cui è piombata la squadra di Xavi. 

Fra il saluto malinconico di Zidane e l’arrivo dal futuro di Bellingham sono passati diciassette anni. Nel frattempo, il numero cinque del Real Madrid si è fatto scegliere da grandi difensori – Fabio Cannavaro, Fabio Coentrão, Raphaël Varane – e centrocampisti promettenti o affermati altrove ma mai protagonisti con le merengues – è il caso di Nuri Şahin e, prima ancora, Fernando Gago

A novembre il dibattito sulla legacy di Zidane era arrivato fino a Carlo Ancelotti. «Si tratta di due generazioni differenti, è difficile fare paragoni» ha detto il tecnico del Real Madrid. «Diciamo che Bellingham ha una capacità di arrivare in area e in zona gol che Zidane non aveva. E Zidane aveva qualità individuali che Jude non ha». Una visione democristiana, forse anche veritiera, coronata dall’ultima parte del ragionamento. «Questo è il calcio moderno, però: richiede gente capace di coprire rapidamente una grande porzione di campo. E Jude questo lo fa molto bene»

«Spero abbia una grande carriera» ha detto Zidane in un’intervista a Telefoot. Ha scelto parole affettuose ma di ghiaccio, come capita a un padre per incoraggiare un figlio lontano, su cui sente di avere un’influenza ridotta dal tempo, e cioè dalla sua crescita. La storia è cominciata con un ragazzino inglese di appena vent’anni, deciso a omaggiare uno dei suoi idoli con l’atto di indossare il suo numero. Come finirà?

C’è un fondo di verità in tutto ciò che è stato detto su Jude Bellingham, nelle pagine di inchiostro versate raccontando il suo stile di gioco unico, imprevisto, titanico. In nessuna epoca è vissuto un essere umano che giocava a calcio con uno stile simile al suo. 


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  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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