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Copertina Italia Nazionale
, 25 Marzo 2024

L'Italia di Spalletti è un cantiere aperto


Le amichevoli contro Ecuador e Venezuela ci hanno detto qualcosa.

«Per quello che ci riguarda quello che succede non è mai un caso, si viene a lavorare per dare un'idea alla squadra» dice Luciano Spalletti, tempestoso e accigliato come al solito, con la voce masticata e infastidita di un uomo vecchio e solitario, costretto a commentare il suo lavoro da CT dell'Italia come se fosse un’estensione di sé. Lo stesso Spalletti che non trova pace neanche in una vittoria tutto sommato inutile, scandita finalmente dalla doppietta di un centravanti, nel momento più triste per la scelta della numero 9.

A Fort Lauderdale l’Italia ha battuto il Venezuela da pochi minuti: è la penultima amichevole prima del ritiro pre Euro2024. Il CT che qualche settimana fa aveva detto «in Germania si va per vincere, non per partecipare» getta tra le bocche dei media, e in generale dei tifosi, le sue incertezze sull’atteggiamento della squadra: «a volte siamo superficiali».

In effetti è così. Al 2’ l’Italia prova a costruire il gioco sulla fascia sinistra con un pattern “relazionale” tipico del gioco di Spalletti: il sovraccarico della catena laterale, gli scatti sincroni di esterni e centrocampisti nell’imbuto, per uscire dalla pressione avversaria. Uno stile cucito sulle connessioni tra i giocatori, come abbiamo visto nel Napoli dell'anno scorso, che si avvale della loro intesa per funzionare con la precisione della corona di un orologio antico.

Giorgio Scalvini e Destiny Udogie, però, sembrano essersi conosciuti da qualche minuto: il centrale – pur giocando centrale di sinistra, è destro puro, non mostra la confidenza adeguata per lanciare lungo con il piede debole – appoggia per il muro dell’ex Udinese. Udogie è pigro e si fa anticipare: la palla arriva a Salomon Rondon nel cuore dell’area, per fermarlo serve la strattonata di Buongiorno, che causa il rigore (parato qualche secondo dopo da Donnarumma).

Prima di quei 120 abulici secondi l’Italia di Spalletti non aveva mai giocato con la difesa a tre: perché complicarsi così ingenuamente la vita prima dell'Europeo?

È una domanda che nasconde varie increspature di complessità.

Già a fine febbraio, in una specie di lungo e strano manifesto “morale” sul valore della nazionale in un’intervista alla Gazzetta dello Sport, Spalletti era stato chiaro. Cercava soluzioni che rendessero l’Italia meno prevedibile, mettendo una toppa alla sterilità offensiva dimostrata negli ultimi anni e insieme assecondando la wave del campionato. Sempre più squadre difendono con tre centrali, l’Italia ne produce in abbondanza – basti pensare solo a Buongiorno e Scalvini, titolari contro il Venezuela insieme a Di Lorenzo – abituati a prendere come riferimento l’uomo: «lo spazio da attaccare non è più tra le linee, ma tra i corpi» citando Spalletti nel 2022.

Le amichevoli contro Ecuador e Venezuela dovevano dirci qualcosa sugli obiettivi del sistema su cui Luciano Spalletti vuole costruire la sua nazionale. È passato, come annunciato, al 3-4-2-1 per valorizzare lo stato di forma degli esterni: Cambiaso, Dimarco, Bellanova, Darmian – impiegato anche come terzo centrale di difesa nel primo tempo della Red Bull Arena – sono tra i giocatori italiani più decisivi al momento, con l'impatto fisico e realizzativo più grande.

Sembra ironia, ma non lo è. Siamo la Nazionale di due centravanti convocati a marzo con un totale di 9 gol in Serie A: 6 Retegui, 3 Raspadori.

L’Italia sotto il quinquennio di Roberto Mancini era diventata il simbolo di un gioco controculturale: con Euro 2020 avevamo finalmente vinto un trofeo dominando il possesso e le partite. Ci eravamo affermati come nazionale non solo stoica, sorretta su una difesa anziana e astuta, ma su un’identità collettiva. L’Italia campeggiava a ridosso dell’area di rigore cercando il varco giusto per un’imbucata, lavorando il pallone in funzione dello spazio. È stata una piccolissima finestra in cui l'Italia giocava a calco con entusiasmo, facendo coesistere le pennellate impressioniste e i tagli di Fontana in profondità di Chiesa con le cuciture di Verratti, Jorginho e Barella.

A Wembley ricordiamo tutti Bonucci e Chiellini difendere sulla riga del centrocampo, con la palla tra i piedi per tutta la partita. Eravamo diventati la Spagna o era solo una dolce illusione?

La risposta è banale. Questo è un pezzo sull’Italia in costruzione di Luciano Spalletti, arrivato in emergenza ad agosto con l’obiettivo di qualificarsi per il torneo che si terrà in Germania di qui a qualche mese. Era questo a cui ci eravamo abituati: la Nazionale indolente e spaurita che esce contro la Macedonia del Nord, o che si sconfigge da sola in casa contro l’Inghilterra nel girone di qualificazione. Non siamo andati in Qatar perché eravamo a fine ciclo, ma anche perché non siamo riusciti a segnare più di un gol a Bulgaria e Svizzera: qualcosa non funzionava più.

Contro Macedonia del Nord e Ucraina, Spalletti aveva fatto scelte conservative su uomini e sistema di gioco. Aveva confermato il 4-3-3, introdotto con la piccola sfumatura di Giacomo Raspadori come centravanti di manovra, e Davide Frattesi a riempire i suoi vuoti in area avversaria. La vittoria a San Siro contro l'Ucraina era stata confortante, la prova che ci trovavamo su un sentiero scosceso che potevamo ancora risalire.

Da allora la percezione intorno agli attaccanti convocabili sono cambiate in peggio. La rottura del tendine d'Achille di Domenico Berardi, la discontinuità di Riccardo Orsolini, l'isterismo con la palla tra i piedi di Federico Chiesa: nessuna buona notizia che facesse presagire un'inversione di tendenza nella crisi realizzativa dei centravanti. Questa penuria qualitativa si è scontrata con la prosperità di difensori – centrali ma anche esterni – abituati a difendere su porzioni lunghe di campo.

Era diventato impossibile per Spalletti trascurare l'ipotesi di un cambio di rotta nel modo di difendere e, di conseguenza, in quello di attaccare. Contro Ecuador e Venezuela abbiamo visto un'Italia più diretta, che al primo accenno di pressing sudamericano non esacerbava la costruzione corta ma si affidava a passaggi alti. Nei primi minuti contro l'Ecuador è successo più volte: Dimarco e Pellegrini hanno mandato in profondità il taglio in diagonale di Zaniolo, con un cross che non ha trovato Raspadori.

Al 14' Raspadori si abbassa nel cerchio di centrocampo e Mancini lo cerca con un passaggio verticale: l'attaccante del Napoli scarica di prima su Barella...

... che in uno schiocco di dita riesce ad agganciare, girarsi e far viaggiare Bellanova nello spazio dietro le spalle di Estupiñán.

Non eravamo più abituati a una nazionale con un controllo così superficiale sugli eventi della partita. In fase di non possesso l'Italia difendeva con un 5-4-1 che si appiattiva presto, non appena Venezuela ed Ecuador consolidavano la manovra sulla trequarti. Contro la Tri abbiamo tenuto solo il 51% del possesso, abbassando la linea difensiva dopo il primo pressing andato a vuoto.

La riaggressione è ancora il più evidente problema di coerenza in questo sistema: l'Italia ha rinunciato a una fetta di razionalismo per battagliare nei duelli per tutta la lunghezza del terreno di gioco, ma finisce per perderli o per arrivare semplicemente in ritardo.

Un'azione lo spiega bene, dalla partita contro il Venezuela. Cambiaso esce in pressione con un istante di ritardo, lasciando lo spazio per un duello impari alle sue spalle tra Di Lorenzo – terzo di destra – e Machis, che poi segnerà sull'errore in uscita di Bonaventura. L'attacco di Machis finisce con un assist per Rondon molto bello, un fendente coi tempi giusti, su cui l'attaccante non arriva per qualche centimetro.

È stata una partita tutt'altro che brillante, che ha mostrato evidenti contraddizioni. Per favorire l'aggressione dello spazio, e quindi il bioma tecnico e atletico di Chiesa e Retegui, la coperta dell'Italia è stata troppo corta. Bonaventura è sembrato a disagio nell'assumere compiti e posizione di doble pivote, soprattutto quando – come nell'occasione del gol di Machis – si trovava a scendere per aiutare i difensori nella prima impostazione, dove l'Italia si schierava 3+2.

Il gioco lungo sulla punta ha funzionato meglio con Mateo Retegui, vero protagonista di queste due amichevoli. Son poche le cose che Retegui sa fare meglio di proteggere il pallone e muoversi negli spazi stretti dell'area piccola. È stato molto bravo a girarsi e calciare in un fazzoletto sia nel primo che nel secondo gol: nel contesto del gioco di squadra si è rivelato un centravanti più affidabile di Raspadori. Contro l'Ecuador il trio offensivo, composto da Pellegrini, Raspadori e Zaniolo, si è agitato molto tra le linee, risalendo il campo con connessioni ricercate.

Il 3-4-2-1 ha esaltato le caratteristiche fisiche dell'Italia di Spalletti, ma ha esposto anche le difficoltà nel gestire transizioni lunghissime. L'Italia è nazionale con buon talento offensivo – la lente d'ingrandimento ora è da porsi sugli esperimenti di Frattesi e Pellegrini sulla trequarti: saranno incisivi o si perderanno nel caos della rifinitura? – ma ancora fragile. Avremmo meritato di subire più di un gol in due partite.

Il campione è troppo piccolo per dare giudizi definitivi. Eppure è sufficiente aver visto l'Italia in queste due amichevoli per inquadrarla come un palazzo in costruzione, che si regge su dei pilastri un po' traballanti. Niente può correggerli più del lavoro del CT: abbiamo bisogno di tempo, Spalletti ha bisogno di tempo.

«Non è una questione di sistema di gioco o di calci. Spalletti da qualche settimana parla come un papa prima di una crociata: con il radicalismo di chi pretende una morale perfetta. È strano. Nel corso della sua carriera - provinciale, metropolitana ed europea - ha costruito squadre fondate su un'etica collettiva dallo stile piuttosto identificabile. Stavolta la sua attitudine calvinista alla ricerca del miglioramento si è trasformata in stoicismo: Spalletti cerca attenzione, sacrificio, spirito di squadra, indossando le vesti di un prete-ateo sulle orme di Vittorio Pozzo e contemporaneamente al lavoro per un'identità comune in cui i giocatori possano rispecchiarsi.

«Andiamo per vincere, ce lo chiede la nostra storia» ha detto in quell'intervista alla Gazzetta. Spalletti ha messo da parte alcune delle sue idee per assecondare questa specie di spirito del tempo? Come diceva Friederich Hegel quando vide Napoleone passare a Jena a fine Settecento, si irradia sul mondo e lo domina. È questo il tentativo di Luciano Spalletti, forse: un patto col diavolo in cui spezzetta la sua anima in piccoli horcrux. È troppo presto, però, per dire se gli basterà questo per vincere in Germania.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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