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, 22 Marzo 2024

La crisi del Brasile avrà una fine?


Da dove nascono i problemi della nazionale cinque volte campione del mondo.

Tite fino a dicembre 2022, Ramon Menezes da febbraio a luglio 2023, Fernando Diniz da luglio 2023 a gennaio 2024, Dorival Júnior da gennaio 2024. Non potrebbe esserci statistica più emblematica di quella sui commissari tecnici, quattro in poco più di un anno, per descrivere il periodo di caos totale che sta vivendo la nazionale brasiliana, un caos causato dalla telenovela legata a Carlo Ancelotti - il cui ingaggio, dato per fatto a giugno 2023 da Ednaldo Rodrigues, presidente della Confederação Brasileira de Futebol, è sfumato con il suo rinnovo con il Real Madrid nel dicembre dello stesso anno - ma anche da una situazione di crisi generalizzata che la nazionale brasiliana sta vivendo a partire dalla bruciante eliminazione dal mondiale di Qatar contro la Croazia, una crisi di cui, ancora oggi, si fatica a vedere la via d'uscita.

Questo momento di confusione, però, non nasce esclusivamente da Qatar 2022 ma è solo un altro tassello su una situazione di difficoltà iniziata dopo il mondiale del 2002, l'ultimo vinto dal Brasile: nel 2026 saranno ventiquattro anni senza aver vinto un Campionato del mondo, e solo nel lasso di tempo tra il 1970 e il 1994 la Seleçao era arrivata a un tale digiuno da quando nel 1958 è salita sul tetto del mondo per la prima volta. Gli ultimi due decenni del Brasile sono stati travagliati e pieni di difficoltà, e le Copa America del 2004, del 2007 e del 2019 sono state solo un palliativo per una nazionale che al momento dell'appuntamento più importante ha sempre fallito, sprecando le generazioni di giocatori come Thiago Silva, Robinho e Neymar e creando una disillusione da parte dei suoi tifosi in costante aumento.

All'indomani della vittoria di Corea e Giappone del 2002 il tecnico Luis Felipe Scolari passa al Portogallo e viene sostituito da Carlos Alberto Parreira, già campione del mondo nel 1994, con Mario Zagallo, campione del mondo nel 1970, come direttore tecnico. Parreira vince la Copa America del 2004 in Perù e la Confederations Cup del 2005 in Germania, ma nel 2006 il Brasile si arrende ai quarti contro la Francia di Zidane, complice anche un atteggiamento troppo attendista. Poche settimane dopo l'eliminazione Parreira si dimette e viene sostituito da Dunga, capitano del Brasile 1994 ma alla sua prima esperienza. Le cose iniziano bene e la Seleçao fa il bis sia nella Copa America del 2007 in Venezuela sia nella Confederations Cup del 2009, ma il mondiale del 2010 in Sudafrica si rivela un'altra delusione e il Brasile cade ai quarti contro l'Olanda nonostante i favori del pronostico.

Come quattro anni prima (e come sempre accade) le conseguenze del fallimento ricadono completamente sull'allenatore. La scelta, questa volta, è particolarmente delicata: il nuovo CT dovrà guidare i verdeoro alla prima Coppa del Mondo casalinga dal 1950. La federazione brasiliana decide di puntare sull'emergente Mano Menezes, che l'anno prima aveva vinto la Coppa del Brasile con il Corinthians. Tuttavia, le cose non vanno come previsto e Menezes viene esonerato alla fine del 2012, complice anche l'eliminazione ai quarti della Copa America del 2011 contro il Paraguay. È una scelta presa a furor di popolo, ma che non fa che complicare la situazione della Seleçao in vista del mondiale alle porte. Il sostituto è Luiz Felipe Scolari, tornato dopo dodici anni nella speranza di replicare i fasti del 2002, e il resto è storia: il Brasile vince la Confederations Cup del 2013 ma nel 2014, dopo essere arrivato in semifinale per grazia ricevuta - ricorderete la traversa di Pinilla agli sgoccioli dei supplementari di Brasile - Cile agli ottavi - perde contro la Germania per 1-7, facendo una figuraccia colossale in mondovisione e subendo la sconfitta più larga della propria storia.

È una disfatta che mette in mostra tutte le crepe di un movimento in crisi da anni, costringendolo a ripartire da zero. Dopo le ovvie dimissioni di Scolari la CBF opta per il ritorno di Dunga, ma la situazione non accenna a migliorare: la Copa America del 2015 in Cile si conclude con l'eliminazione ai quarti di finale, mentre quella del 2016 negli Stati Uniti per il Brasile finisce addirittura ai gironi. Dunga viene esonerato e, come nel 2010 con Mano Menezes, viene sostituito dall'allenatore del Corinthians: la scelta della federazione ricade su Tite, che nel 2012 era diventato campione del mondo con il Timão battendo il Chelsea nella finale del Mondiale per Club. Russia 2018, poi, vede il Brasile uscire ai quarti di finale per mano del Belgio, ma Tite viene confermato e l'anno dopo porta il Brasile alla vittoria della Copa America disputata in casa.

È il primo trofeo dopo sei anni per la Seleçao, e sarà seguito, due anni dopo, da un secondo posto nella Copa America del 2021, giocata di nuovo in casa e persa in finale contro l'Argentina. Il ciclo di Tite, fino ad allora, poteva considerarsi positivo, ma il vero ago della bilancia sarebbe stato Qatar 2022, dove però il Brasile delude ancora una volta ed esce ai quarti di finale contro la Croazia, che dopo aver trovato il pareggio a due minuti dalla fine dei supplementari vince ai rigori grazie agli errori di Rodrygo e Marquinhos e vola in semifinale. È la fine del ciclo di Tite - già annunciata dal tecnico prima del mondiale - e l'ennesimo psicodramma per la nazionale brasiliana, che da allora vive una situazione di caos totale: la CBF inizia a corteggiare Carlo Ancelotti e nel frattempo nomina ad interim prima Ramon Menezes, commissario tecnico dell'Under-20 brasiliana, e poi Fernando Diniz, che contemporaneamente continua a svolgere il ruolo di allenatore del Fluminense. Diniz viene esonerato a gennaio 2024 dopo il rinnovo di Ancelotti con il Real Madrid e il suo posto viene preso da Dorival Júnior, reduce da un anno al San Paolo in cui ha vinto la Coppa del Brasile e campione del Sudamerica con il Flamengo nel 2022. Farà il suo esordio tra pochi giorni - il 23 marzo - in un'amichevole a Wembley contro l'Inghilterra e il suo primo grande appuntamento sarà la Copa America di quest'anno in programma negli Stati Uniti. Solo il tempo ci dirà se puntare su di lui sarà stata la scelta giusta.

Jogo funcional vs jogo posicional

Per analizzare nel dettaglio le ragioni della crisi della nazionale brasiliana bisogna fare una doverosa premessa: il calcio verdeoro vive da sempre un enorme dualismo, che spesso assume contorni più ideologici e quasi filosofici che calcistici, tra chi vede di buon grado l'ingresso di metodologie tipicamente europee nel calcio brasiliano e chi invece ritiene indispensabile che si mantenga quell'identità calcistica (e non) che contraddistingue i pentacampioni. Il Brasile è un paese enorme e pieno di culture diverse tra di loro, ma queste culture sono interconnesse da alcuni comuni denominatori: tra questi, la creatività, la libertà di esprimersi e la capacità di adattarsi al contesto.

Questa identità comune, parlando di calcio, trova ovviamente riscontro nei calciatori brasiliani cresciuti nelle favelas, che spesso sviluppano una propria tecnica individuale facendosi strada nel mondo del calcio in situazioni sociali ed economiche al limite della disperazione. Questa tendenza negli ultimi anni è andata in parte riducendosi a causa dell'urbanizzazione delle grandi città e dell'aumento dell'insicurezza per le strade, ma non è scomparsa del tutto: il Palmeiras, per esempio, è solito portare i suoi giocatori ad allenarsi in un campo sterrato non regolamentare proprio per cercare di ricreare quelle condizioni. Va da sé che la fazione "europeista" viene alimentata dai fallimenti del Brasile nei Mondiali, mentre quella "brasilianista" si rifà alla storia del calcio verdeoro. Negli ultimi anni l'europeizzazione del calcio brasiliano ha trovato spazio soprattutto nei club, con una sempre più costante presenza di allenatori europei all'interno del Brasileirão. Talvolta è andata bene, come per i portoghesi Jorge Jesus, campione del Sudamerica nel 2019 con il Flamengo, e per Abel Ferreira, campione del Sudamerica nel 2020 e nel 2021 con il Palmeiras, ma altre volte questa tendenza è stata esasperata.

In tal senso vale la pena di ricordare di quando il Flamengo nel 2022 decise di sostituire il brasiliano Dorival Junior, che aveva da poco vinto la Copa Libertadores, con il portoghese Vitor Peireira, che venne esonerato dopo quattro mesi pieni di insuccessi. Ma se c'è un episodio che più di tutti nella storia ha segnato il dibattito culturale all'interno del mondo del calcio brasiliano è una partita che in Italia viene ricordata come una delle più epiche della storia della nostra nazionale, ma che nel paese di Pelé e Garrincha viene considerata una ferita mai del tutto rimarginata: Italia-Brasile 3-2 dei mondiali '82, "la tragedia del Sarrià". La vittoria degli Azzurri di Enzo Bearzot, trascinati dalla tripletta di Paolo Rossi, e la conseguente eliminazione della squadra allenata da Telê Santana, che godeva di giocatori come Zico, Falcão e Sócrates e che giocava un calcio tra i più spettacolari della storia delle nazionali, per la prima volta mise in discussione il mito del fuetbol bailado e aprì la strada a una sempre più crescente europeizzazione del calcio brasiliano.

Tutti i gol del Brasile nel Campionato del Mondo 1982

Telê Santana si dimise subito dopo la partita e fu incolpato dai suoi connazionali di aver avuto un atteggiamento troppo poco prudente, volendo cercare la vittoria a tutti i costi quando anche il pareggio sarebbe stato sufficiente per ottenere la qualificazione alle semifinali. Zico nel 2012 dirà che "se avessimo vinto quella partita il calcio probabilmente sarebbe stato differente. Dopo di allora, invece, cominciammo a mettere le basi per un calcio nel quale bisogna conseguire il risultato a qualsiasi costo, un calcio fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico". Il Brasile, in effetti, vinse il mondiale del 1994 e quello del 2002 giocando un calcio molto europeo e prudente, tanto che nessuna di quelle due nazionali è mai stata realmente amata più di tanto in patria. Oggi si può dire che nell'immaginario popolare brasiliano la squadra perdente di Telê Santana abbia lasciato un segno molto più profondo di quelle vincenti di Carlos Alberto Parreira (1994) e Luiz Felipe Scolari (2002), ma che dal 1982 in poi il calcio del Brasile abbia vissuto una graduale ma inesorabile europeizzazione.

Questo discorso si inserisce nel dibattito tattico più chiachierato degli ultimi mesi, nato proprio in Sud America e che ha più volte attraversato avanti e indietro l'oceano: la (presunta) contrapposizione tra il cosiddetto gioco di posizione, visto come una tendenza tattica importata dall'Europa, e il cosiddetto "calcio relazionale", oppure, come direbbero in Brasile, il jogo funcional, da molti considerato l'erede del fuetbol bailado. Neanche a dirlo, un effetto molto simile alla tragedia del Sarrià lo ebbe il Mineiraço - colpisce molto la capacità dei brasiliani di trovare un nome per ciascuna delle tragedie sportive della propria storia - che umiliò la Seleçao in mondovisione dando il colpo del KO al mito già traballante della superiorità ontologica del calcio carioca su quello europeo.

Come già detto in precedenza, dopo il 7-1 della Germania e l'eliminazione dal mondiale casalingo il Brasile sostituì Scolari dapprima con Dunga, capitano della nazionale campione del mondo nel 1994, e poi con Tite. Una sliding door molto importante per il ciclo di quest'ultimo fu un'amichevole disputata a Wembley contro l'Inghilterra nel 2017: il Brasile giocò molto meglio, ma non riuscì a segnare e portò a casa uno scialbo 0-0. Questa partita, secondo quanto raccontato, innescò una miccia all'interno della testa di Tite, che da allora decise di puntare su un gioco sempre meno brasiliano e più europeo. Inizialmente le cose andarono molto bene - e infatti il Brasile campione del Sudamerica nel 2019 viene tutt'ora ricordato come una delle nazionali più belle della storia recente - ma il progetto di Tite si infranse contro un muro nel 2022, quando a Doha il Brasile, che non poteva che partire per conquistare la "hexa", cioè il sesto titolo, uscì ai rigori nei quarti di finale contro la Croazia, dopo essere persino passato in vantaggio nei tempi supplementari.

Quel Brasile si disponeva spesso con un 3-2-5 di ispirazione guardioliana, che ha dato ottimi risultati fino agli ottavi di finale ma che contro la Croazia - che da quando è allenata da Zlatko Dalić si è dimostrata una delle nazionali più difficili da battere in assoluto - ha espresso tutti i suoi limiti, non riuscendo a creare occasioni pulite né a dare equilibrio e solidità difensiva alla squadra. Emblematico, in questo senso, il gol dell'1-1 di Petković, subito a causa di un evitabilissimo contropiede a tre minuti dal fischio finale. Si potrebbe discutere all'infinito su quanto il progetto di Tite fosse riuscito e avrebbe meritato altre occasioni, ma la realtà è che in Brasile, dopo la delusione qatariota, la fazione "brasilianista" ha ripreso più forza che mai condannando ancora una volta l'allenatore e il suo approccio tattico al ruolo di unico grande responsabile della sconfitta.

Un'accusa certamente ingenerosa nei confronti di un allenatore che, pur senza conquistare la coppa più ambita, ha ridato credibilità a una nazionale reduce da anni difficilissimi, ma che ha mostrato chiaramente il desiderio di molti brasiliani, calciatori compresi, di tornare alle "origini". Queste argomentazioni sono state spesso integrate dall'esempio della Scaloneta - l'Argentina di Lionel Scaloni - che ha vinto il mondiale in Qatar proponendo un calcio "molto sudamericano" che ha saputo valorizzare al meglio le caratteristiche di Messi, mai così leader nella nazionale argentina come durante l'ultimo ciclo. Al contrario, e questa è un'altra cosa che viene imputata a Tite, il Brasile in Qatar non è riuscito a valorizzare al meglio alcuni dei suoi migliori giocatori. L'esempio più lampante è quello di Vinicius Junior, che ha chiuso il torneo con un solo gol segnato: se nel Real Madrid all'esterno d'attacco classe 2000 viene concessa la massima libertà di accentrarsi e di scegliere autonomamente le posizioni da tenere in campo lo stesso non si poteva dire per il Brasile di Tite, dove aveva un raggio d'azione molto più ristretto.

Brasile Vinicius Jr

Non è un caso, dunque, che dopo la parentesi ad interim di Ramon Menezes la scelta della CBF per la panchina della nazionale sia stata Fernando Diniz, l'allenatore del Fluminense considerato anche in Europa come il padre del calcio relazionale, oppure jogo funcional a seconda di come si preferisca dire. Diniz, in teoria anche lui commissario tecnico ad interim nell'attesa che Carlo Ancelotti - non a caso, uno degli allenatori europei che più di tutti ha aggiunto tratti di calcio relazionale al suo gioco - si liberasse dal Real Madrid, nel frattempo ha continuato a svolgere il ruolo di allenatore della Flu. Se con il Tricolor le cose sono andate straordinariamente bene - lo scorso dicembre il Fluminense ha vinto la prima Copa Libertadores della sua storia - lo stesso non si può dire per la Seleçao, con cui Diniz ha vinto solo due delle sei partite di qualificazione al Mondiale del 2026 che ha giocato ed è stato per questo esonerato a inizio gennaio, subito dopo il rinnovo di Carlo Ancelotti con il Real Madrid.

Il suo posto viene assegnato a Dorival Júnior, la cui carriera ha spiccato il volo quando nel 2022, all'età di sessant'anni, ha vinto la Copa Libertadores con il Flamengo. Tuttavia, sorprendentemente, non è confermato dalla dirigenza rossonera che gli ha preferito proprio l'ex CT Tite. Passato così al San Paolo, nel 2023 ha portato il Tricolor Paulista a vincere la prima Coppa del Brasile della sua storia. Quella della CBF è una scelta che può definirsi, riprendendo il dibattito di prima, brasilianista. Sfumata la trattativa con Carlo Ancelotti - già aspramente criticata dal pubblico ancor prima che si realizzasse - la Federazione ha deciso di puntare su uno degli allenatori brasiliani di maggior successo negli ultimi anni, convinto sostenitore dell'approccio relazionale, cavallo di battaglia di chi ritiene che il Brasile, per tornare grande, debba cercare la soluzione dentro di sé e non all'esterno.

Dorival Júnior farà il suo esordio in amichevole sabato 23 marzo contro l'Inghilterra, proprio a Wembley, dove sette anni fa ebbe luogo il "cambio di filosofia" di Tite che ha portato, secondo i critici, al Brasile meno brasiliano della storia. Il primo appuntamento importante per Dorival sarà la Copa America della prossima estate, in programma negli Stati Uniti e che vedrà competere insieme, per la prima volta, squadre di nord, centro e sudamerica. Il Brasile è stato inserito nel Girone D con Colombia, Paraguay e una tra - sarà uno spareggio a deciderlo - Costa Rica e Honduras. L'obiettivo non potrà che essere la vittoria del trofeo, sarebbe fondamentale per ridare ottimismo a un movimento che sta vivendo una delle fasi più difficili, insicure e caotiche della sua storia.


  • Nato nel 2005, appassionato di allenatori, nazionali e allenatori delle nazionali. Amante dei non luoghi, della torta Sacher e del mare. Vive nel culto di Guillermo Ochoa.

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