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, 21 Marzo 2024

Le campagne per escludere Israele dallo sport


I movimenti per il ban di Israele dallo sport internazionale si stanno facendo sempre più forti.

Nelle ultime settimane, gli appelli al ban di Israele dallo sport internazionale a causa della guerra – o quantomeno dei palesi crimini compiuti – nella Striscia di Gaza si sono fatti sempre più forti e numerosi, trasformandosi da semplici richieste o movimenti in raccolte firme, associazioni e gesti concreti. Il mese scorso, il movimento politico Democracy in Europe Movement 2025 (DiEM25) guidato dall’economista greco Gianīs Varoufakīs ha lanciato una petizione globale per la sospensione delle squadre e degli atleti israeliani da ogni sport che ad oggi (15 marzo 2024) ha già superato le 86’000 firme. A questa si aggiunge una lettera aperta, condivisa sui social dall’eurodeputato irlandese Chris McManus e firmata da moltissimi suoi colleghi, in cui viene richiesto esplicitamente a FIFA, UEFA, CIO e “a tutti gli altri organi competenti” di agire con fermezza per escludere gli israeliani dal consesso sportivo europeo e globale. Diversi altri movimenti, società e singoli atleti sparsi per l’Europa e per il mondo, si stanno inoltre ponendo il problema di come reagire nel caso si trovassero di fronte avversari di nazionalità israeliana e altri ancora, invece, stanno combattendo battaglie simili ma circoscritte alla cultura, all’economia o ad altri ambiti specifici.

Katarina Pijetlovic, una delle co-organizzatrici della petizione di DiEM25, ha spiegato al giornale tedesco Deutsche Welle che ovviamente, come nel caso delle Russia, la richiesta di esclusione non vuole essere una punizione mirata e personale nei confronti di singoli atleti o società sportive (nello sport e soprattutto nel calcio, la componente di arabi di cittadinanza israeliana è ed è sempre stata notevole, per esempio, e si potrebbe pensare sia ingiusto punire loro) ma si tratta di un modo per cercare di “fare pressione sul governo israeliano anche attraverso lo sport” che in Israele (come quasi ovunque) è utilizzato come strumento di propaganda interna ed esterna per pubblicizzare una presunta convivenza pacifica sotto la bandiera bianco-azzurra.

Pijetlovic logicamente paragona la situazione odierna di Israele a quella della Russia dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione su larga scala dell'Ucraina, quando le squadre russe e bielorusse – club e nazionali – furono espulse da ogni torneo UEFA e FIFA mentre gli atleti di sport individuali sono stati costretti a gareggiare come apolidi. "Il quarto giorno di invasione dell’Ucraina (quello in cui sono scattate le prime sanzioni dal mondo dello sport, ndr), se confrontiamo solo le cifre, erano stati uccisi 259 civili ucraini, tra i quali quattordici bambini, e siamo tutti d’accordo che fossero cifre inaccettabili per cui sanzionare un paese. A Gaza, dopo cinque mesi di guerra, sono morti circa 30’000 civili palestinesi, dei quali 14’000 bambini e nessuno organo ha proposto di prendere provvedimenti. Non si è ancora vista alcuna azione, neanche qualche parola di condanna da parte di FIFA, UEFA, del CIO o di chiunque altro. Penso che la risposta internazionale all'aggressione russa sia stata molto, molto diversa da quella che stiamo vedendo ora”.

Oltre agli ovvi parallelismi con la situazione contemporanea della Russia, si possono trovare altri esempi di paesi esclusi dall’arena sportiva a causa di violazioni sistematiche dei diritti umani, senza nemmeno che il ban fosse conseguente a un evento eccezionale quale una guerra d’invasione. Il caso più noto è quello del Sud Africa, escluso dal CIO dal 1962 al 1992 in risposta alle politiche razziste dell’apartheid. Superfluo ma comunque doveroso ricordare come la popolazione palestinese confinata tra Striscia di Gaza e Cisgiordania viva de facto in condizione di apartheid fisico, sociale e legislativo da molti decenni, così come gli arabi con cittadinanza israeliana sono de facto cittadini di secondo livello rispetto ai loro omologhi ebrei, nonostante costituiscano il 20% della popolazione totale.

Ben prima dei politici europei e delle petizioni spontanee, comunque, si era già mossa la Federazione calcistica dell’Asia Occidentale (WAFF), la sub-confederazione che comprende tutti i principali paesi arabi – compresa la Palestina – ed è guidata dal rispettato principe giordano Ali ibn al-Husayn. La WAFF si era rivolta ad Alexander Ceferin, presidente della UEFA, che aveva ammesso come l’organizzazione non avesse ancora una posizione definitiva sul conflitto, ma che stesse ricevendo un altissimo numero di richieste di boicottaggio di Israele. Con le Olimpiadi di Parigi che inizieranno a luglio e i calciatori israeliani che, tra meno di due settimane, giocheranno i playoff per qualificarsi agli Europei di giugno in Germania, la dirigenza dello sport mondiale deve necessariamente prendere posizione e chiarire le proprie intenzioni il prima possibile.

Anche perché, fino ad oggi, la risposta delle istituzioni sportive di tutto il mondo occidentale è stato il silenzio, se non in alcuni casi il supporto esplicito a Israele anche molto dopo le primissime fasi di reazione al massacro del 7 ottobre 2023. Il problema, però, non è soltanto la totale assenza di solidarietà (o addirittura la repressione della solidarietà) nei confronti delle vittime civili di questo conflitto. Come detto, uno dei punti principali della protesta è il palese doppiopesismo di FIFA, UEFA, CIO e compagnia. Quando agli atleti russi e bielorussi – giustamente, secondo il sottoscritto – viene proibito di partecipare come rappresentanti del proprio paese a qualunque competizione internazionale, i colleghi israeliani vengono addirittura trattati con un occhio di riguardo, offrendo loro palcoscenici in campi neutri dove esporre vessilli inneggianti all’esercito o misure di sicurezza straordinarie che vanno a completo discapito delle tifoserie casalinghe, come accaduto nella doppia sfida tra Fiorentina e Maccabi Haifa.

Ciò che è accaduto a Firenze questa settimana, ad esempio, ha del surreale e, al contempo, è paradigmatico delle differenze di approccio in materia di sicurezza pubblica. Dal giorno prima della partita, molti viali di Firenze in zona stadio sono stati chiusi, creando non pochi disagi agli abitanti delle zone interessate, persone che in larghissima maggioranza non avevano nulla a che fare con la partita. Tutta la zona di Campo di Marte è stata “militarizzata” almeno dalla sera prima, con tanto di rimozione forzata delle auto in sosta. Il parterre del Franchi è diventata zona off-limits, limitando di molto la capacità dello stadio, e soprattutto i tifosi di casa sono stati costretti (o almeno, dovevano esserlo secondo i piani) a entrare allo stadio entro le 18.15. Di giovedì pomeriggio. Tutto questo, per garantire una trasferta in massima sicurezza alla tifoseria del Maccabi. Sarebbe tutto completamente legittimo (più o meno) se solo questo fosse il normale metro di giudizio – scusate il populismo – quando invece in Italia sentiamo sempre più spesso di trasferte vietate per rischio di incontri tra tifoserie lungo il cammino o di restrizioni alla vendita dei biglietti senza alcuna motivazione legata a problemi di ordine pubblico pregressi o a rivalità conclamate.

Israele Fiorentina Maccabi Palestina

Tra le varie petizioni che chiedono il ban di Israele dallo mondo dello sport, ne esiste anche uno nato autonomamente in Italia (CLICCA QUI dall’iniziativa della blog Calcio&Rivoluzione che da sempre si occupa di legami e intrecci tra sport e politica. Il loro appello ha raccolto rapidamente un gran numero di firme (tra cui la mia) ed è rivolto direttamente alla FGIC. Lo hanno fatto senza avere grandi speranze o aspettative, ma – come mi hanno raccontato – dopo mesi di silenzio a livello nazionale hanno sentito “la responsabilità di smuovere le acque” pur consapevoli “che non sarebbe stata un'iniziativa che avrebbe trovato il favore di chi è in alto nelle gerarchie del mondo del calcio”. Per questo motivo hanno scelto di muoversi fin da subito nel mondo che conoscono meglio: “squadre di calcio popolare, giornaliste e giornalisti indipendenti, tifose e tifosi”. Tuttavia la raccolta firme ha iniziato presto a valicare i confini più prossimi, arrivando per esempio alla giornalista di The Athetic Leyla Hamed, all’ex capitana della Palestina femminile Deema Yousef o all’attuale vice Natali Shaheen. “La speranza è quella di innescare un effetto domino per cui poco a poco si riesca a coinvolgere sempre più persone e realtà arrivando anche ai piani alti della piramide del calcio italiano”.


Questo articolo è uscito originariamente su Catenaccio, la newsletter di Sportellate. Per ricevere Catenaccio gratuitamente o leggere i numeri arretrati, puoi cliccare qui

  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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