
Conor Bradley è la sintesi perfetta
A soli 20 anni l'esterno nordirlandese si è già preso spazio nel Liverpool.
Conor Bradley è comparso nelle formazioni del Liverpool in modo completamente inaspettato, forse casuale. Come uno dei regen che compaiono nei salvataggi Football Manager andando avanti con gli anni. Il momento in cui più o meno tutti, anche i meno interessati a quello che succede in Inghilterra, si sono resi conto di lui è stato a fine febbraio: il Liverpool, con lui e altri quattro ragazzi delle giovanili sul prato di Wembley – Jarell Quansah, Bobby Clark, James McConnell e Jayden Danns – ha battuto il Chelsea nella finale di League Cup.
In realtà, Bradley era già nel giro della prima squadra del Liverpool da qualche mese: Klopp lo aveva portato nell’ultima tournée estiva, in teoria come riserva di Alexander-Arnold. In quel momento, il giovane nordirlandese veniva dalla sua prima vera esperienza fuori dal Liverpool, in prestito al Bolton in League One, dove aveva segnato 5 gol e offerto 6 assist in 41 partite. Con gli Wanderers ha alzato al cielo il League Trophy – la coppa di lega per le categorie inferiori – venendo premiato come giocatore dell’anno sia dai compagni che dai tifosi.
Conor Bradley è un prodotto del Liverpool nel senso più profondo del termine: è entrato nella sezione di Belfast dell’Academy del club quando aveva nove anni, mentre giocava anche a calcio gaelico con la squadra di Aghyaran, in una delle contee di confine tra Ulster e Irlanda. Di questa esperienza ha parlato proprio il suo ex allenatore nell’Aghyaran St. Davog, Anthony Devine, a The Athletic: “Il Liverpool era contento che lui giocasse a calcio gaelico quando era più giovane. Per farlo devi essere pronto, veloce e resistente e questi sono attributi che puoi trasferire nel calcio.”
Stando ai racconti di ex allenatori e compagni, Bradley era un talento speciale anche nel calcio gaelico. Uno di quei giocatori, dice un suo ex compagno, “talmente veloce che prendeva la palla e andava a segnare senza che nessuno riuscisse neanche a toccarlo.” Parole non troppo diverse da quelle spese dal suo ex allenatore nelle giovanili del St. Patrick’s, prima squadra di calcio a undici di Conor, o dal responsabile del settore giovanile del Dugannon Swift, la sua ultima in Irlanda del Nord. In tutto questo percorso, Bradley è stato costantemente seguito dagli osservatori del Liverpool fino al suo passaggio, nel 2019, nella sede centrale del club. Da quel momento all'esordio con la prima squadra, da titolare e per 90’ prima contro il Norwich, sono passati un paio d'anni, in cui il responsabile delle giovanili del Liverpool, Vitor Matos, ha costantemente tampinato Jürgen Klopp.
Il percorso di Bradley nel Liverpool è stato abbastanza lineare e tranquillo, almeno fino all’estate del 2023. Addirittura fino all'esordio in Premier League, a fine gennaio contro il Bournemouth. Verosimilmente, ascoltando le parole dello stesso Klopp, non viene difficile credere che Bradley avrebbe potuto fare il suo debutto anche prima, se non fosse stato per l’infortunio subito a fine luglio – una frattura da stress che lo ha inchiodato in infermeria fino a novembre. Dal ritorno, però, Bradley ha messo poco tempo a costruirsi minutaggio.
A fine novembre subentra per la prima volta contro il LASK; due settimane dopo parte titolare contro l’Union St. Gilloise in Europa League; sei giorni dopo, ancora dal 1' contro il West Ham in League Cup. A inizio gennaio, invece, arriva l’occasione della vita: l'infortunio al ginocchio di Alexander-Arnold lo promuove titolare anche in FA Cup contro l’Arsenal. Da allora, con la sola eccezione dell’ottavo di Europa League contro lo Sparta Praga – in cui è subentrato al 45', per giunta facendo autogol – ha giocato sempre titolare.
L’impatto di Conor Bradley con la prima squadra del Liverpool è stato positivo oltre ogni aspettativa. Prima ancora di esordire in Premier League, a fine gennaio, aveva giocato con grande personalità la semifinale di andata di League Cup contro il Fulham, gestendo brillantemente il duello con un giocatore molto insidioso come Willian e facendo anche vedere un discreto coraggio nel giocare il pallone. Già dopo pochi minuti lo si vede chiudere un bellissimo triangolo con Elliott sulla destra, arrivando a cercare il cutback dalla linea di fondo.
Anche in fase di non possesso riesce a lasciare un segno molto interessante. A livello difensivo, Bradley è un giocatore che sembra avere chiaro le sue funzioni. In Premier League gestisce circa 11 duelli difensivi per 90', uscendo vincitore in oltre il 70%, ma è anche molto efficace nella riconquista del pallone: con circa 10 recuperi a partita – meglio di lui, tra i terzini di Premier, solo Luke Shaw – di cui 4.25 in fase di riaggressione, la sua aderenza ai principi di gegenpressing di Klopp è fuori discussione.
In quella stessa semifinale lo si vede uscire alla grande da una situazione delicata, dovendo gestire, da solo, sia Willian che Robinson al limite della sua area di rigore. In questo caso lo aiuta molto l’appoggio impreciso del brasiliano, ma da parte sua non si può non notare la rapidità con cui va ad anticipare l’esterno americano, uscendo poi con una bellissima traccia verticale su Elliott.
Sul gol del vantaggio del Fulham, va detto, Bradley non fa una bella figura, scivolando malamente nel tentativo di anticipare Willian. In sua parziale difesa, probabilmente neanche lui si aspettava l’errore di van Dijk, che invece di allontanare di testa finisce per metterla sui piedi di Andreas Pereira. La sua partita, nonostante questo, è un continuo di giocate utili: riaggressioni portate con tempismo perfetto; corse per risalire il campo; persino un tunnel – con fallo preso al limite dell’area – contro Joao Palhinha, il centrocampista più difficile da dribblare in Inghilterra.
Proprio quest’ultimo è uno degli aspetti più interessanti del gioco di Bradley. Anche a livello statistico è uno degli esterni che dribbla di più in Premier League: il suo stile è un discreto ibrido di tecnica e atletismo. Non si vede una progressione dirompente né un controllo al velcro ma una grande reattività a ciò che gli accade intorno: nei suoi dribbling si notano delle conduzioni molto leggere ma anche tocchi meno convenzionali.
Conor Bradley però non è solo un ottimo portatore di palla. Il nordirlandese è tra i migliori terzini dell’attuale Premier League per passaggi progressivi tentati (8.69 per 90’), passaggi chiave (1.55) e cross tentati (4.06). Questi numeri sono gonfiati dal campione ristretto di gare giocate – al momento sei, tutte da titolare – tutte con risultati molto positivi, ma danno un chiaro indizio sulla grande completezza del suo repertorio. Un sostanziale ibrido di quelli dei suoi due compagni di ruolo: Andy Robertson e Trent Alexander-Arnold.
Bradley, infatti, sembra un giocatore cresciuto guardando loro video tutti i giorni, avendo mutuato il lato più strettamente atletico del suo gioco dal primo e la distribuzione del pallone dal secondo. In questo, chiaramente, ha avuto un ruolo centrale la strategia messa in atto dal Liverpool, che ha portato tutto il settore giovanile a lavorare con la stessa impostazione tattica della prima squadra. Per Bradley, quindi, l’inserimento nella prima squadra è stato sostanzialmente immediato: di fatto, l’infortunio gli ha tolto quasi tutta la sua fase di ambientamento.
La rapidità con cui si è adattato alle richieste di Klopp è diventata ancor più evidente nella partita di Premier League di fine gennaio contro il Chelsea. In una delle prime giocate lo si vede ricevere palla in posizione aperta, poco prima della metà campo, e lanciare velocemente in diagonale con il destro, trovando perfettamente il taglio di Nunez dentro l’area. Poco dopo, riceve un pallone allontanato dalla sinistra poco fuori dalla sua area, controllando con il destro e bucando la pur blanda pressione del Chelsea con un tocco di sinistro a trovare la corsa di Szoboszlai. Lo si vede anche usare il fisico per resistere alla pressione e condurre il pallone su per il campo con le sue falcate, mostrando comunque una struttura atletica di tutto rispetto per un giocatore alle sue prime partite in Premier.
Vedere certe giocate sul lato destro del Liverpool non può che far pensare immediatamente ad Alexander-Arnold. O meglio, al Trent nelle fasi più iniziali della sua carriera, prima che Klopp lo scardinasse dalla fascia per trasformarlo in un dominatore del mezzo spazio prima e in un vero e proprio regista poi. L’associazione tra Bradley e Trent è veramente facile, nonostante il primo tenda ormai a partire più defilato rispetto al secondo, che da ormai diversi mesi si trova spesso a costruire tra i due centrali.

Le differenze emergono nella zona di campo più avanzata: Bradley preferisce restare più schiacciato sull’esterno, prediligendo attaccare l’area con cross dal fondo o portando il pallone in corsa più che con cross dal mezzo spazio. Eppure, per quanto questa sia la sua situazione ideale, non è raro vedere Bradley assecondare il flusso dell’azione, leggendo e riconoscendo velocemente gli spazi da occupare, attaccandoli con le sue eleganti corse.
Il gol del 2-0 – il suo primo in Premier League – al Chelsea nasce da una situazione in cui la riaggressione del Liverpool aveva lasciato spazio da attaccare sul lato destro. Sul pallone di Luis Diaz è proprio Bradley a occupare quello spazio, arrivando in corsa in area e incrociando con un destro rasoterra sul palo lontano. Di quel gol, Conor Bradley ha ammesso di “non ricordare nulla”, in quanto la sua visuale era impallata da un avversario.
Circa un quarto d’ora prima, Bradley aveva trovato il suo secondo assist in Premier League. Circa mezz’ora dopo avrebbe trovato il terzo, servendo Szoboszlai con un cross dal limite esterno dell’area. Una serie di ciliegine su una torta perfetta, in cui aveva anche servito altri quattro passaggi chiave, vinto otto duelli e completato 25 passaggi su 31 tentati. Una partita talmente spettacolare che, al momento della sua sostituzione poco prima del settantesimo, tutto Anfield gli ha cantato “Un Conor Bradley / C’è solo un Conor Bradley.”
Bradley appare come una specie di sintesi, a livello di stile, dei suoi compagni, con una parte di gioco più da quarterback alla Alexander-Arnold e un’altra più da running back alla Robertson. Questo, chiaramente, potrebbe creare un interessante dubbio tattico per Klopp: con il riaggiustamento fatto sul ruolo di Alexander-Arnold, potrebbe tranquillamente sfruttare la presenza di entrambi in campo?
Siamo davanti a un talento abbastanza riconoscibile ma ancora molto giovane, che deve ancora formarsi pienamente. In questi due mesi da titolare non ha ancora avuto nessuno dei fisiologici momenti di difficoltà che è normale vivere a 20 anni in un campionato come la Premier League e in una squadra come il Liverpool. Eppure, il talento di Conor Bradley sembra talmente chiaro e vivido che rimane difficile non vederlo affermarsi. Anche nel campionato più impegnativo nel mondo.
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