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Alcaraz
, 20 Marzo 2024

Carlos Alcaraz si è ripreso la scena


A Indian Wells lo spagnolo ha sconfessato in modo eclatante le riserve degli ultimi mesi.

Alla fine è arrivata, lineare, algoritmica, la vittoria di Carlos Alcaraz su Daniil Medvedev in finale a Indian Wells. È arrivata al termine di un torneo che pure ha provato in ogni modo a mescolare le carte – leggendarie la disinfestazioni di api, le piogge nel deserto e ultimo, non per importanza, Luca Nardi che batte Novak Djokovic – ma che si è arreso alla fine alla replica della scorsa finale: 6-3 6-2 allora, 7-6 (5) 6-1 oggi.

Nonostante si trattasse di un confronto tra il n. 2 e il n. 4 del mondo, i pronostici dei bookmakers vedevano lo spagnolo nettamente favorito. Un senso di inevitabilità ha avvolto le riflessioni della vigilia. Questo Alcaraz, su questa superficie – un «cemento rosso», lento e abrasivo e dai rimbalzi alti – appariva semplicemente ingiocabile per il Daniil visto nel corso del torneo.

Come spesso gli capita, Medvedev era arrivato in fondo a fari spenti, senza brillare: ai quarti di finale aveva lasciato che Rune si avvitasse su se stesso consegnandogli la vittoria, in semifinale aveva atteso che Tommy Paul esaurisse le energie per batterlo alla distanza. Era in finale, sì, ma anche questa partita l’avrebbe giocata da underdog. Come con Alcaraz a New York, quando il blitz gli era riuscito. Come con Sinner in Australia, quando il piano d’azione applicato nei primi due set aveva finito per scompaginarsi a pochi metri dal traguardo.

A 28 anni il russo è un tennista dalla fisionomia definita, con una sua collocazione all’interno del circuito. Ha fatto proprio un ruolo da terzo incomodo di lusso, ricamando sull’ambiguità di un ex numero 1 e campione Slam per qualche motivo costretto sempre a recitare la parte della vittima sacrificale. Emblema della fu Next Gen stritolata tra i Big Three e i nuovi fenomeni generazionali, sfavorito contro questi e contro quelli, è sempre Medvedev a dover trovare una soluzione, inventarsi qualcosa per invertire il corso degli eventi, adattarsi, lui, l’autoproclamatosi «specialista del cemento», a superfici troppo brutte per essere chiamate tali.

Questa ricerca sorniona di una nicchia personale, di un punto di vista alternativo sul tour, produce talvolta cortocircuiti paradossali. Dopo il match con Alcaraz il russo non ha risparmiato la consueta frecciatina alla lentezza dei campi di Indian Wells. «È un posto difficile per giocare a tennis», ha detto col sorriso sulle labbra. Una frase che suona ironicamente anticonformista, quasi beffardamente oppositiva, se riferita al Tennis Paradise, il Masters 1000 votato ogni anno dai tennisti come il migliore della stagione.

Altre volte sembra che Medvedev voglia soltanto togliersi di dosso un po’ di pressione. Quando gli hanno chiesto come fosse andato il match contro Paul e cosa si aspettasse in finale, ha suggerito un paragone quasi offensivo: «Lo batterò (Alcaraz, ndr) se farò un po’ quello che Tommy ha fatto oggi: trovare le righe e fare grandi colpi, entrargli nella testa…». Tradotto: Alcaraz mi è talmente superiore da costringermi a giocare a tutto braccio, come Paul ha appena fatto contro di me.

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Che lo spagnolo partisse avanti, dicevamo, era però chiaro a tutti. In effetti il cammino di Alcaraz era stato un crescendo: per un predestinato che da mesi stentavamo a riconoscere, un vero viatico di rinascita, officiato non a caso nella zona di Palm Springs (toponimo dal forte valore simbolico: «sorgenti», ma anche «primavere»), in mezzo a un deserto che a Carlitos avrà ricordato un luogo d’infanzia, quello iberico di Tabernas non lontano dalla nativa Murcia.

Liquidati Arnaldi e Auger-Aliassime, Alcaraz si era vendicato di Marozsan, che l’anno scorso l’aveva sorpreso a Roma. Poi, provvidenzialmente punto da un’ape, insetto per i Greci prossimo al sacro (il miele è il cibo degli dèi, sono le api di Creta a nutrire il piccolo Zeus) e salvato da un officiante del culto armato di aspiratore (l’ormai celebre Lance Davis), aveva disposto facilmente di Zverev, battuto 6-3 6-1 con il 49% dei punti in risposta – una cifra senza senso, considerata la qualità del servizio dell’avversario.

Poi c’era stata la semifinale con Sinner. Il Sinner versione Djoker degli ultimi mesi, il cyborg inscalfibile da 36 vittorie nelle ultime 38, la più dura delle fatiche per l’Ercolino spagnolo. Una partita scorbutica, giocata a sprazzi, da cui Alcaraz era uscito però vincitore: la falsa partenza dopo l’interruzione per pioggia, la rimonta nel secondo set, un terzo parziale mai in discussione. Il Sinner di questi mesi è stato un incubo per chiunque, e Alcaraz stesso aveva ammesso che l’italiano stava giocando da n. 1 in pectore. Eppure lo spagnolo è riuscito a prendersi lo scalpo più ambito, addirittura dominando per larghi tratti.

Indian Wells 2024 andrà ricordato anche come il torneo in cui si è fermata a 19 la serie di vittorie consecutive dell’altoatesino (16 in stagione). Le strisce di imbattibilità rappresentano spesso una trappola. Le partite passano e a poco a poco quel numero è sulla bocca di tutti: quella statistica ipertrofica prende il sopravvento sul gioco, diventa l’unica cosa che conta. A un certo punto, come in Jenga, si pregusta solo il crollo della torre. In semifinale anche un giocatore considerato indifferente al circo mediatico come Sinner aveva risentito di questo clima fatalista. Nel terzo set si era disgregato, aveva smarrito il filo del suo tennis. Il dritto l’aveva abbandonato, la percentuale di prime era precipitata. Alcaraz era apparso invece più in fiducia che mai.

Di colpo ci siamo ricordati che a tennis non giocavano solo Sinner e gli avversari di Sinner. È transitata l’eclissi che ci ha accompagnato da novembre e dal cono d’ombra è riemerso il vincitore di Wimbledon, il più giovane numero 1 della storia, il fuoriclasse per cui pochi mesi fa si preconizzavano fino a 20, 30, 40 tornei dello Slam. Come avevamo fatto a dimenticarci dello spagnolo? Non c’è dubbio che Alcaraz abbia attraversato un periodo di flessione.

Questo di Indian Wells è il suo primo titolo dai Championships. Da agosto scorso ha fatto registrare undici sconfitte. Il calo degli ultimi mesi ha varie concause: fisiologico rilassamento dopo il secondo Slam, precarie condizioni atletiche/noie fisiche (alla caviglia, durante la recente tournée sudamericana), preponderanza di tornei indoor — non esattamente la superficie su cui Carlitos giocherebbe il match della vita, pur avendo già in bacheca un titolo a Bercy.

Ma la rapidità con cui ci siamo sentiti in dovere di ridimensionare lo spagnolo, la voracità con cui abbiamo trasformato un appannamento in crisi, una crisi in disconoscimento (“non è quello che sembrava”, “sopravvalutato”, “fuoco di paglia”) ci racconta forse qualcosa dell’irrequietezza dei nostri tempi. Di questa diffusa tendenza ai giudizi assoluti, dell’ansia di adeguare ai risultati dell’ultimo mese (dell’ultima settimana) le nostre sentenze apodittiche, sostituendo a un’iperbole un’iperbole di segno opposto. Lo scorso febbraio l’ex n. 1 del mondo Andy Roddick si sentiva in dovere di sottolineare quanto il servizio di Alcaraz lasciasse a desiderare. Quanto fosse prevedibile il suo gioco. La sua discesa nel ranking sembrava questione di settimane, di giorni persino.

In realtà, con la vittoria di Indian Wells Alcaraz ci ha ricordato che quando sta bene è un tennista ingiocabile per chiunque, o quasi. O lo prendi per sfinimento (come Djokovic a Parigi e Cincinnati l’anno scorso, due match segnati dai crampi dello spagnolo) oppure giochi a un ritmo martellante per togliergli il tempo, impedirgli la smorzata, tenerlo lontano dalla riga di fondo (à la Sinner). Alcaraz ha affermato di essere sempre «nervoso» prima di una partita con l’altoatesino, una dichiarazione sintomatica del suo disagio se si considera che è arrivata dopo una semifinale vinta con merito.

Quando la solidità asfissiante di Jannik lo costringe a pensare, Alcaraz appare confuso, si disunisce, chiede lumi a Ferrero: la naturale polifonia del suo tennis si trasforma in un ventaglio problematico di opzioni predefinite. Dopo il 6-1 del primo set Sinner ha iniziato a perdere terreno perché ha fatto un passo indietro (anche a causa dei colpi più lavorati dell’avversario), permettendo a Carlos di dare fondo al suo tennis da geniale improvvisatore, un gioco di strappi e ricami, fioretto e katana.

In finale Medvedev ha cercato di applicare la stessa strategia. Ha rinunciato a palleggiare, ha concentrato il suo gioco nei due/tre colpi successivi al servizio. C’è qualcosa di affascinante nella disponibilità del russo a mettere in discussione i fondamenti stessi del suo tennis. Ha da poco assunto Gilles Simon come coach in seconda per concedere del riposo a Cervara ma soprattutto per lavorare, parole sue, all’esecuzione tecnica dei singoli colpi. Contro Alcaraz l’abbiamo visto rispondere coi piedi in campo alla seconda dell’avversario, chiudere il punto con lo schiaffo al volo, giocare serve & volley. Nell’intervista dopo il match ha dichiarato tra il serio e il faceto che a 35 anni, perché no, potrebbe anche decidere di giocare solo servizio e volée. L’abbiamo visto per anni remare dai teloni, uscire e entrare dall’inquadratura, rispedire di là la pallina con traiettorie paraboliche partite da chissà dove.

Domenica scorsa Medvedev ha violentato il suo gioco, si è costretto fuori dalla sua comfort zone. Eppure non è bastato. Nel primo set è salito 3-0, ha sciupato con un doppio fallo la palla del 4-1, e alla fine ha ceduto il tiebreak 7 punti a 5. Alcaraz ha sempre dato l’impressione di avere le mani sul match, persino quando era in svantaggio. Che fosse il russo a fare gli straordinari per rimanere a contatto l’ha poi dimostrato il secondo parziale, terminato 6-1: fallito l’agguato iniziale, Medvedev ha ceduto di schianto sotto lo scroscio di vincenti dello spagnolo. Alcaraz è tornato a giocare su una nuvola: passanti di rovescio in equilibrio precario, recuperi impossibili spalle alla rete, voluttuose stop volley, dritti in cross fulminanti, servizio solido, un rendimento da fuoriclasse in risposta. Tutto ciò che conoscevamo.

Lo spagnolo lascia la California con in tasca il tredicesimo titolo ATP, il quinto Masters 1000. A meno di 21 anni ha già collezionato 50 vittorie in questa categoria di tornei (meglio di lui solo Nadal). Sono numeri che non serve nemmeno commentare. Parte per Miami da n°1 del seeding (non ci sarà Nole) dopo aver incassato vittorie pesantissime contro alcuni dei tennisti più caldi del momento.

Poi si tornerà a calcare la terra battuta, e lì potrebbero essere dolori per tanti, forse per tutti. Perché Carlos Alcaraz si è ripreso prepotentemente la scena, e la prossima volta sarà impossibile metterlo in discussione.


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