, 19 Marzo 2024

Non ci interessa combattere il razzismo


L'episodio intercorso tra Juan Jesus e Acerbi è più di una questione che rimane nel campo.

Le maldestre dichiarazioni dei vertici calcistici e federali, alle prese con il vecchio gioco dello scaricabarile. Le polemiche social tra schiere di tifosi ben attenti solo a tirare acqua al proprio mulino, a difendere i propri colori a rinfacciarsi episodi del passato. Le uscite infelici di giornalisti e influencers, alla frenetica ricerca di attenzione e visibilità. Le parole. Lucide, precise, dure e pesanti come macigni della vittima. Quelle banali e inappropriate del reo (non) confesso. Intanto la giostra continua a girare, lo spettacolo che deve andare avanti va avanti, gli slogan pensati e profumatamente pagati sono infranti e calpestati da chi li ha stampati sulla maglia ma anche da chi si batte il petto urlando “Vorrei. Non posso. Pur potendo”. La storia degli episodi di razzismo nel calcio italiano è lunga e complessa. Parlare di “episodi” in senso stretto è di per sé sbagliato.

Il razzismo in Italia è sistematico, endemico e spesso latente. Lo è nelle coscienze di una certa parte del nostro paese e la leggerezza con cui in molti hanno parlato dell’ultimo caso di specie ne è la dimostrazione. Ciò che è accaduto la sera del 17 marzo tra Juan Jesus e Francesco Acerbi potrebbe essere considerato l’ennesimo grano da aggiungere al rosario, l’ennesima storia di razzismo e discriminazione avvenuta tra spalti e prato di uno stadio italiano, l’ennesimo fatto per cui indignarci e protestare prima che l’incedere del tempo lo accompagni educatamente nel dimenticatoio. Purtroppo, questo episodio ha un altro valore. Non ci soffermeremo sulle dinamiche dei fatti in sé, né parleremo della gravità, dell’importanza di quanto accaduto. Sul tema del razzismo, sulla fenomenologia, sulla pericolosità anche nel mondo dello sport troverete letture decisamente migliori di questa. Ci limitiamo a lanciare un disperato grido d’allarme, che si aggiunge all’ovvia ma non scontata condanna di quanto accaduto domenica sera.

Basta con la spettacolarizzazione del razzismo. Basta con la banalizzazione del razzismo.

Nel corso della giornata del 18 marzo è successo ciò che accade immancabilmente ogni volta che si verifica un episodio di razzismo, a prescindere da autori o gravità del fatto. L'infinita girandola di opinioni e opinionisti, post e interviste, prese di posizione e condanne, scaricabarili e grandi inquisizioni. Ognuno che cerca di far emergere la propria opinione sgomitando con quella degli altri, che cerca di guadagnare un vantaggio strategico su quella degli altri. Si mette in moto lo stesso processo, inconfondibile e inesorabile, che osserviamo al termine di una partita o di una giornata di campionato. Nelle ore concitate della giornata di ieri i toni, le parole e le posizioni espresse dai più alti rappresentanti delle istituzioni calcistiche fino ad arrivare al più sconosciuto degli utenti di X o di Facebook, sono state le stesse di quando ci si ritrova a commentare un errore arbitrale, una scelta sbagliata degli allenatori, un rigore calciato male. Cominciamo a dividerci in fazioni, a fondare la nostra opinione solo in base a quali sono le squadre e i calciatori coinvolti dalle dinamiche dei fatti, ad orientare il nostro pensiero in direzione ostinata e contraria rispetto a quella dell’utente, del politico, dell’influencer o del giornalista che non possiamo sopportare.

Invece di commentare le scelte di Allegri o gli errori di Lautaro, parliamo di questioni che con il calcio e il tifo calcistico condividono solo le circostanze in cui si sono verificate. Parliamo di razzismo con la stessa facilità e con la stessa leggerezza con cui parliamo di calcio, fino a far diventare l’episodio in sé solo il pretesto per scannarci di nuovo: interisti contro juventini, laziali contro romanisti, sostenitori di questo o quell’allenatore contro fan dei personaggi del momento. Ci sentiamo legittimati a fare ciò perché il fattaccio è accaduto su un rettangolo d’erba verde, spalleggiati da una libertà d’opinione che si trasforma in fretta in libertà di sparare cazzate, purché favorevoli ai nostri colori. E chissenefrega se ciò che accade sempre più spesso su un campo da calcio o nelle immediate vicinanze è solo la punta di un iceberg di sofferenze immani e questioni irrisolte ben più grandi di noi o di chiunque altro e che con il calcio non c’entrano assolutamente niente. L’importante è che la mia squadra ne esca pulita, o comunque meno sporca delle rivali. L’importante è che si sappia che ciò che è accaduto non sia una mia responsabilità.

Il risultato è una banalizzazione, infima e degradante, delle vicende accadute, delle persone coinvolte e delle problematiche emerse. Il razzismo smette così di essere un problema universale che riguarda l’intera società occidentale per diventare l’ennesimo capitolo di una rivalità calcistica, al pari dello scontro tra Ronaldo e Iuliano o del gol di Muntari. In un paese storicamente incapace di fare i conti con i propri fantasmi, banalizzare il problema e ricondurlo alle solite logiche identitarie non fa altro che accrescere il problema, rinvigorire un circolo vizioso che si autoalimenta. Keep the racism out va bene, purché il razzismo ad essere condannato sia quello degli altri.

Così quanto accaduto tra Acerbi e Juan Jesus diventa solo l’occasione buona per attaccare l’Inter e i suoi tifosi, per screditarne i valori e metterne in discussione la corsa Scudetto. A nessuno sembra importare che nel 2024 il colore della pelle sia ancora considerato un elemento dispregiativo, che l'uso di un epiteto riferito al colore della pelle sia "un insulto come un altro", a nessuno sembra interessare la presenza di schiere di giornalisti o presunti tali pronti a difendere tutto ciò in nome della lotta al politicamente corretto. A nessuno sembra minimamente interessare quanto le parole del giorno dopo di Acerbi siano, se non allo stesso livello, di una gravità non lontana da quelle rivolte a Juan Jesus la sera prima: dal victim blaming all’assurda incapacità di sapersi assumere le proprie responsabilità e chiedere semplicemente scusa. Dal giorno dopo è cominciata la caccia al precedente, all’episodio del 2011 o alle dichiarazioni del 2014 in cui le parti in causa sono invertite, al fatto in grado di ribaltare le colpe o inchiodare i colpevoli.

Il razzismo, pur sotto gli occhi di tutti, non esiste perché i razzisti sono solo quelli là, brutti, sporchi e cattivi e del colore (della maglietta) sbagliato. Dimostrare che è l'Inter ad avere torto diventa più importante che stigmatizzare il comportamento di Acerbi, così come ci si affrettava a criticare e correggere il comportamento di Maignan in Udinese-Milan, a ricordare gli insulti juventini a Mario Balotelli dopo quelli disgustosi ricevuti da Vlahovic in Atalanta-Juventus dello scorso anno. Potremmo portare avanti questo elenco ancora per molto tempo, ma più che la lunghezza della lista di episodi che hanno coinvolto il nostro campionato solo nell'ultimo anno, ad impressionare è l'arrendevolezza e, appunto, la banalità con cui siamo ormai quasi costretti a parlarne, la sicurezza di come quello stesso elenco non tarderà ad allungarsi di nuovo. Mentre si fa strada la strisciante sensazione che una parte sempre più consistente dell'opinione pubblica non aspetti altro che il verificarsi di questo avvenimenti per aggiungere frecce al proprio arco, portare avanti le proprie crociate contro questa o quella squadra. Perché affrontare il problema del razzismo quando puoi sperare nella squalifica di un giocatore o nei punti di penalizzazione per la rivale?

razzismo

Acerbi e la sua (presunta?) espressione razzista diventa così paradigmatico dei limiti e delle immaturità di un intero movimento, di un intero Paese e a colpire è soprattutto il modo in cui i vertici istituzionali e culturali del calcio italiano si rifiutino di guidare ed educare l'opinione pubblica. È meglio aizzare, è meglio continuare a fare polemica, è meglio sfruttare l'episodio per qualche click o qualche voto in più. Il più importante quotidiano sportivo italiano oggi parla delle tre colpe di Juan Jesus, mentre il presidente dell'AssoCalciatori dà la colpa ai calendari troppo fitti e agli impegni ravvicinati. Se l'atteggiamento dei vertici è questo, non c'è da meravigliarsi di quanto siano marce e insopportabili le reazioni della base, della pancia del Paese. E chi il calcio lo segue solo di sfuggita viene a conoscenza prima delle polemiche fra giornalisti e tifosi che del fatto in sé, che passa inevitabilmente in secondo piano.

La paura è che di quanto accaduto rimarrà poco, pochissimo. La sensazione è che abbia fatto più scalpore l'incredibile mancanza di pragmatismo e sobrietà di Acerbi nella sua autodifesa, la totale mancanza di senso pratico da parte di chi avrebbe dovuto consigliargli una linea decisamente diversa. Quanto accaduto a Juan Jesus è invece rapidamente diventato statistica, svuotata di ogni forma di significato, è diventato folklore, è diventato rivalità e frustrazione. Magari i social manager della Nazionale s'inventeranno qualche campagna di sensibilizzazione durante la sosta, mentre fra due settimane i capitani delle squadre di Serie A saranno gentilmente invitati a leggere dei comunicati standardizzati prima del fischio d'inizio delle partite. E il circo tronerà a muoversi, più forte e veloce di prima. Lo spettacolo deve andare avanti. E il razzismo con lui.


  • Classe '99, pugliese come il panzerotto, studia a Bologna e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio, cinema e musica. Ha sul comodino la foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

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