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Milano Sanremo
, 15 Marzo 2024

La Sanremo è la cumbia della noia


Passano gli anni, ma resta tutto così uguale.

Non avevo mai fatto attenzione a quel testo. Nella mezz'ora quotidiana in autostrada alla volta della redazione, da settimane la radio sta passando decine di volte quella canzone. Alle sue parole, però, non c’avevo fatto mai troppo caso. Non le avevo analizzate, approfondite, lette tra le righe per comprendere a fondo il loro significato. Adesso - forse - l’ho capito. Dici Sanremo e a me vengono in mente gli sprint di Zabel e Freire, Tchmil che beffa i velocisti, Cipollini e Petacchi che sfatano il tabù della “Classicissima di Primavera”. Paolini che trascina Bettini e Nibali che resiste al ritorno degli sprinter, la matta discesa di Mohoric e Van der Poel che sembra una T-Max in salita, in discesa e in pianura. Ma io non sono normale, tutto (o quasi) mi riporta a una corsa in bicicletta. Alla Milano-Sanremo.

Per il resto degli italiani, giustamente, quando viene pronunciato il nome di uno dei comuni più a Ovest del territorio nazionale immediato è il collegamento al Festival della canzone italiana. L’ultimo si è chiuso mandando in archivio la direzione artistica di Amadeus, John Travolta e il suo imbarazzatissimo ballo, le polemiche sul peso del televoto e il successo di Angelina Mango. È la sua la canzone a cui non avevo fatto caso alle parole. E ho proprio l’impressione che quel pezzo non sia stato scritto per il Festival di Sanremo ma per cogliere l'essenza della Milano-Sanremo.

Angelina, astro ormai consacrato e non più nascente della musica leggera italiana (“it-pop”? Pop italiano? Chiamatelo come ritenete più opportuno), ha trionfato con “La noia”. La Treccani definisce questo sostantivo femminile come “senso o motivo di malessere interiore, connesso a una prolungata condizione di uniformità e monotonia associata a impazienza, irritazione, disgusto”.

Ma la Mango, figlia d’arte e sangue lucano, con la sua canzone ha dato tutt'altro significato a questa sensazione, evidenziando che «la noia non va combattuta: è tempo prezioso da dedicare a noi stessi. E nei momenti difficili, bisogna ballarci sopra». Come? A ritmo della “cumbia”, citata nella frase cult del ritornello che ha conquistato l'Ariston, la danza popolare sudamericana che ha radici nel Paese più “addicted to cycling” di quelle zone, la Colombia.

Ha proprio colto il segno: da sempre la Milano-Sanremo non è altro che la “cumbia della noia”. Trecento chilometri di tedio dove gli sbadigli lasciano spazio all’azione e all’adrenalina soltanto nell’ultimissima fase. Una prolungata condizione di uniformità e monotonia, proprio come scrive la Treccani, che concentra in pochi minuti tutto lo spettacolo.

La noia

In vista dell’edizione 2024, ho passato in rassegna - sempre sia benedetto YouTube - qualche Milano-Sanremo a cui sono più affezionato. Il refrain è lo stesso, cambiano le edizioni ma resta sempre tutto così uguale: le immagini iniziano a raccontare la corsa mentre si dirige verso il mare, dopo aver salutato la Pianura Padana e valicato l’Appennino. Davanti c'è sempre la solita fuga, più o meno numerosa, animata dagli atleti delle Professional (le squadre della “serie B” del ciclismo) che consumano tutte le energie pur di far vedere la loro maglia e i marchi stampati degli sponsor; dietro si notano - spesso con alternanze regolari - i gregari delle squadre dei favoriti che tirano in testa al gruppo per mantenere costante il ritardo dagli attaccanti. Mai troppo vicini per evitare ulteriori affondi più pericolosi, mai troppo lontani per scampare a (improbabili) sorprese, a (impossibili) attacchi “bidone”.

(Quasi) impossibili.

Quando iniziano i collegamenti con le tv, il GPS segna ancora una distanza dal traguardo a tre cifre, variando fra i 130 e i 100 km. In qualsiasi altra grande classica, questo è il momento in cui si entra nel vivo, quello in cui c'è da mettere il popcorn in padella per godersi gli imminenti fuochi d'artificio. Alla Sanremo no: fino ai 30 km dal traguardo non accade mai nulla. Le emozioni più grosse sono provocate solo da qualche caduta e dal riassorbimento della fuga. Proprio questa lunghissima “sospensione” in attesa del finale è motivo di discussione - ormai eterno - fra gli appassionati che da tempo chiedono di variare un po' il percorso, inserendo qualche asperità fra le tante sfiorate dal gruppo solcando la Liguria da Levante a Ponente. L'ipotesi divide: altri, infatti, sostengono che una maggiore durezza snaturerebbe l'essenza della Milano-Sanremo. Pianura, pianura e ancora pianura: la noia senza cumbia, insomma.

Tocca al telecronista di turno provare a tenere alta l’attenzione di chi è davanti alla tv. Anno dopo anno, pure le voci del ciclismo rischiano di essere ridondanti: a ogni edizione viene ricordata l'arcinota storia che la Cipressa, prima asperità del finale, si dovrebbe più correttamente chiamare salita di Costarainera, il borgo in provincia d'Imperia in cui ricade praticamente tutta la strada da scalare. Accade sempre che i commentatori siano quasi costretti a passare in rassegna i 200 e più partenti. Dopo aver descritto punti deboli e di forza dei favoriti, s'azzardano a mettere in vetrina pure qualche profilo di secondo piano, affibbiandogli il titolo di possibile sorpresa.

Poi è solo pianura, una lunghissima spianata a pochi passi dal mare, dove è impossibile attaccare e fare la differenza. Per chi non segue assiduamente questo sport, gli 80 km che precedono la fase decisiva della Milano-Sanremo rappresentano una specie di “pressure test” senza coltelli e fornelli a induzione. Una prova di resistenza e pazienza in cui risulta difficile non distrarsi o non appisolarsi. Per gli appassionati di ciclismo, invece, questa fase infinita della Milano-Sanremo «è tempo prezioso da dedicare a noi stessi». È una sorta di sacrificio, una penitenza da ripetere all'inizio di ogni primavera in onore degli “dei delle due ruote”. Questa bolla, infatti, segna la definitiva uscita dal letargo invernale, la fine del rodaggio per la nuova stagione, il tagliando necessario per entrare nel vivo di mesi in cui non ci sarà un attimo di respiro e dove una piccola pausa potrà arrivare solo a giugno, attendendo il via del Tour de France.

Queste due ore di nulla permettono di memorizzare i nuovi colori delle squadre e gli effetti del “ciclomercato” dell'ultimo inverno: sabato fisseremo nella mente che non vedremo più Vincenzo Albanese con la divisa azzurra della Eolo (non si vedrà neanche più quella: la squadra si chiama Polti-Kometa e ha scelto altre tonalità per le sue maglie) ma con quella rossa dei francesi dell'Arkea; prenderemo atto che dopo tempo immemore non ci sarà più un Nibali in gruppo (anche Antonio, il fratello minore dello “Squalo” che ha fatto sognare l'Italia, ha appeso la bicicletta al chiodo). Informazioni che, magari, sono state pure apprese nei mesi in cui, per saziare la fame di sport, c'è chi si è (ri)lanciato sul biathlon o ha finto di interessarsi a una qualche serie minore calcistica. Ma che vengono focalizzate soltanto in queste due ore di noiosa attesa.

La cumbia

Per chi ama il ciclismo, la Milano-Sanremo è il primo appuntamento con una ragazza corteggiata da mesi: all'inizio, l'uscita sembra un flop tra reciproci sbadigli e reciproche incomprensioni. Nessun pentimento, però: proprio questa mancata sintonia istantanea fa credere ancora di più in un lieto fine. E la prima grande classica della stagione del ciclismo è proprio così: dopo l'infinita noia, la parte finale è una continua emozione. Una “cumbia” spettacolare che inizia quando le varie squadre inseriscono il turbo sui Capi (nell'ordine Mele, Cervo e Berta), spianati a una velocità tale che non sembra neanche esser leggera salita; entra nel vivo poco dopo, nei pressi dell'abitato di San Lorenzo a Mare, quando il gruppo s'inerpica sulla Cipressa (o salita di Costarainera che dir si voglia), percorrendola a un ritmo vertiginoso che rende praticamente impossibile (e pure un po' folle) tentare un attacco.

L'ultimo, o l'unico, dei romantici, a testare la gamba sulla Cipressa/Salita di Costarainera.

Lì, allo scollinamento, in pochi secondi bisogna iniziare a fare veloci verifiche: in cima si comprende chi fra i favoriti ha le gambe migliori e chi fra i velocisti, invece, dovrà alzare bandiera bianca, fregato dalle pendenze (non impossibili) della penultima asperità.

E poi c'è il Poggio, lo zenit del pathos in cui si trasforma quell'infinita noia. La collina che domina la città dei fiori e del festival della canzone italiana è un album di immagini simboliche: lungo la scalata (e nella successiva discesa) si notano le villette con vista mare, fra alberi rigogliosi e vasche per la raccolta dell'acqua. Si notano i tornanti, la serie di curve a gomito in cui c'è bisogno di rilanciare sui pedali per fare la differenza. Proprio in cima, si poteva osservare sino alla scorsa edizione qualcosa d'antico, ormai scomparso dalle nostre città: nella piazzetta che anticipa la picchiata verso Sanremo, infatti, resisteva ancora una vecchia cabina telefonica. Tolta a inizio 2024, resisterà il suo ologramma nell'immaginazione di tutti i non più annoiati davanti allo schermo.

Quella anacronistica struttura in vetro e metallo, però, non è un semplice simbolo: ci piace pensare che Van der Poel, il super sayan olandese trionfatore lo scorso anno, abbia utilizzato proprio quella vecchia cabina telefonica come punto di riferimento per scattare. L'ha vista e ha piantato in asso gli altri avversari (Ganna, Van Aert e Pogacar: il gotha che questo sport possa offrire in questi anni) che l'hanno ritrovato soltanto all'arrivo, dopo aver percorso un altro simbolo del Poggio, quella discesa così tecnica e insidiosa che viene disseminata di materassi e barriere per la protezione degli atleti così da evitare - in caso di cadute, scivolate o curve troppo lunghe - di far finire qualcuno nel vuoto.

Chi prova un attacco lungo questo budello fa tenere tutti con il fiato sospeso: aprite Youtube e provate a immedesimarvi nello sloveno Mohoric quando, nel 2022, affrontò la picchiata della discesa del Poggio come se fosse l'ultima cosa da fare nella sua vita o l'unico modo per arrivare alla salvezza. Tutto finito? Macché. Il vantaggio acquisito dagli attaccanti - in salita o in discesa - dell'ultima asperità è quasi sempre così risicato che, proprio in vista del traguardo, si dà vita a degli inseguimenti mozzafiato che, spesso, si risolvono soltanto sulla linea d'arrivo: in caso di aggancio, toccherà ai velocisti più resistenti e più in forma far esplodere tutti i loro watt sui pedali per lo sprint. Dal tedio all'adrenalina: la Milano-Sanremo è mezzora di “cumbia” che cancella tutti gli sbadigli precedenti.

Ma servono anche quelli. Perché, come canta Angelina Mango, «la noia non va combattuta: è tempo prezioso da dedicare a noi stessi».

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