Logo sportellate
Busquets
, 13 Marzo 2024

Sergio Busquets, storia di un impiegato


Lo spagnolo ha cambiato il modo di interpretare il ruolo del numero cinque. L'articolo su Busquets potete trovarlo sul nostro quinto magazine dedicato al "Numero 5".

Sin da quando siamo bambini ci insegnano che per scrivere una storia c’è bisogno di tre macroparti per costituirne il corpo: l’inizio, lo sviluppo e la conclusione. Con tutte le variazioni del caso, questo esoscheletro è sempre presente quando si scrive qualcosa e ogni segmento ha la sua importanza. Ci sono storie che hanno un buon inizio, uno sviluppo peggiore e poi recuperano nel finale, o storie che iniziano male e poi finiscono per crescere. Poi c’è la storia di Sergio Busquets, che tiene sempre lo stesso tenore, per quindici lunghi anni, dall’inizio, passando per lo sviluppo, arrivando alla conclusione.

Se si dovesse pensare a un genere per il racconto della carriera di Sergio Busquets, sarebbe facile pensare al fantasy: non c’è niente di verosimile nel calcio del nativo di Sabadell. Non è credibile un fisico come il suo, impiegatizio, ritto ritto come un palo, il collo lungo come quello di una giraffa, e poi le leve rette e filiformi come spaghetti crudi. E ancor di più, non è pensabile la sua carriera, se riflettiamo sui calciatori che si stanno prendendo il suo posto oggi. Calciatori che rappresentano dei freak atletici, capaci di rompere un nuovo record ogni settimana.

Se c’è una cosa che davvero ha contraddistinto Sergio Busquets in tutti questi anni, quella cosa è il suo essere l’esatto contrario del mediano odierno. Allo stesso tempo, però, nessuno ha influenzato quel ruolo come lui in questi anni. Busquets è un antifreak, infatti. Del suo fisico inadeguato non tanto al gioco del calcio in sé, quanto alle sue responsabilità nello stesso, alla sua capacità di coprire il campo come una piovra, mai una zolla di terreno ignorata.

Busquets per certi versi ha rotto il calcio, e non è una frase fatta, non è retorica da social network. Guardare a Sergio Busquets e non mettersi a ridere è molto difficile, se pensiamo che oggi uno dei mediani più forti al mondo è Declan Rice, un giovanotto inglese tutto forza e dinamismo, con un’etichetta attaccata dietro al collo che ne indica il prezzo per il quale è stato comprato dall’Arsenal la scorsa estate. E non c’è bisogno di ripetere il prezzo, perché sopra certe cifre è veramente relativo. Piuttosto viene da chiedersi, forse con un pizzico di nostalgia: “E allora Busquets quanto varrebbe?”.

Non se lo chiederà mai nessuno, perché Busquets non ha mai dato nell’occhio. Anzi, se possibile, è sempre passato volontariamente inosservato. L’unica volta che ha fatto parlare di sé è stata per la simulazione in semifinale di Champions League contro l’Inter nel 2010, episodio ancora ricordato da chi proprio non ce la fa a non concentrarsi sulle sciocchezze. 

In realtà, c’è un altro episodio nella carriera del calciatore catalano che ha fatto molto discutere, e risale proprio all’anno del suo debutto nella prima squadra del Barcellona. È il 2008, e sulla panchina dei blaugrana c’è Pep Guardiola, che un anno prima aveva conquistato con la filiale del Barça, insieme anche a Busquets, non solo la promozione alla Segunda División spagnola, ma anche l’attenzione del presidente Laporta, che poi gli darà le chiavi della prima squadra.

Per Guardiola è ovviamente la prima esperienza tra i grandi, ma questo non sembra scoraggiarlo, perché dimostra sin da subito attributi e personalità al punto non solo di chiamare tanti suoi ragazzi della seconda squadra con lui, ma anche di farli giocare titolari. Fino a sacrificare pedine non solo più esperte, ma anche apparentemente irrinunciabili. Ronaldinho sì, ma anche Yaya Touré, all’epoca uno dei centrocampisti migliori in Europa.

La storia di come Sergio Busquets a vent’anni e con un numero da giocatore della primavera sulle spalle — il 28 — rubò il posto da titolare all’ex Manchester City viene ritirata fuori di tanto in tanto ancora oggi, un po’ perché Yaya Touré è molto permaloso, ma anche perché, a distanza di tanti anni, è ancora abbastanza assurda. Ma esemplificativa, allo stesso tempo, di che giocatore anormale fosse Sergio Busquets, di come l’età sia realmente solo un numero.

Sergio Busquets

Guardiola è un visionario, lo è sempre stato. Molti lo hanno accusato negli anni di peccare di presunzione, altri hanno edulcorato il tutto parlando di overthinking. La realtà però è ben diversa, perché altrimenti adesso non si starebbe parlando di Sergio Busquets come del miglior numero cinque degli ultimi venticinque anni. Con la sua genialità, Guardiola vide in Sergio Busquets l’anima del gioco del calcio, e fa strano pensare che lo abbia visto proprio in lui, quando in quella rosa giocavano Messi, Iniesta, Xavi, Puyol e tanti altri. Ma senza Busquets, cosa sarebbe stato di tutti loro? Ci sarebbe una legacy blaugrana senza Busquets? 

Johan Cruyff disse di lui dopo il suo debutto contro il Racing Santander: “Tecnicamente è superiore a Yaya Touré e Seydou Keita. Nel posizionamento sembra un veterano. Con o senza la palla. Con la palla fa sembrare semplice ciò che è difficile, e la smista dopo uno o due tocchi. Senza la palla, ci dà una lezione: quella di essere al posto giusto per intercettare e correre solo per recuperare il pallone. E tutto questo essendo giovane e senza esperienza. Gli stessi semi del suo allenatore”.

In realtà del dualismo tra Guardiola e Busquets non si è mai parlato tanto, sebbene fosse lapalissiano a tutti. Forse proprio per questo è sempre stato un argomento sottaciuto. Da discutere è invece il peso, l’importanza, che il popolo ha riservato al calciatore classe 1988. 

Negli anni del Barça di Guardiola, della rivoluzione del tiki taka, ma anche dopo i primi addii, da Puyol a Xavi, fino al rimanere praticamente l’unico superstite del Barça dei triplete, la considerazione che ha avuto Sergio Busquets non è mai stata all’altezza della sua importanza capitale sul rettangolo di gioco, probabilmente perché eravamo deviati dal suo aspetto, o dal silenzio del suo calcio.

Tanti altri giocatori di fatica come lui sono stati elogiati negli ultimi anni, Kanté e Casemiro su tutti, ciononostante Busquets veniva tirato in causa solo nel momento in cui bisognava nominare il miglior rubapalloni del mondo, e spesso neanche veniva eletto come tale. Questo porta a riflettere anche sull'appellativo che si potrebbe dedicare a Busquets. Rubapalloni, secondo alcuni; regista direbbero altri. Ma tornando al discorso di prima, parlando di come abbia rotto il calcio, è difficile trovare una categoria in cui inquadrare il calciatore Sergio Busquets. 

Arrivato in un’epoca di transizione del gioco e succedendo a esponenti massimi del ruolo come Makéléle, Sergio Busquets è stato un marziano perché, come scriveva Cruyff nel 2008, ha rimesso al centro in prima persona il concetto di gioco di posizione, esaltandolo. Quando pensiamo alle sue principali qualità, le prime che vengono in mente sono appunto il suo posizionamento, con e senza palla, e la sua capacità di avviare la manovra, dopo il buon lavoro svolto in impostazione dalla retroguardia alle sue spalle.

Di giocatori bravi come Busquets a usare il proprio corpo in campo, ad ascoltarlo davvero, non ne sono esistiti tanti. Chi si ricorda i chilometri che percorreva durante le partite? Sono numeri che con Busquets vanno dimenticati, perché i suoi recuperi palla, i suoi intercetti sono da includere negli highlights delle partite come fossero goal.

Nell’epoca dei video dedicati alle skills di un giocatore, c’è qualcosa di ascetico nel vedere Sergio Busquets controllare il tempo e lo spazio giocando a calcio, nel vero senso della parola. Si è anche scherzato sul tema, per renderci conto di quanto sia assurda la calma, la lucidità, il sangue freddo mantenuti per così tanto tempo in modo invariato dall’attuale cinco dell’Inter Miami.

C’è davvero differenza tra un dribbling di Vinicius Jr. e un controllo orientato di Sergio Busquets? Entrambi sono modi di esprimere sé stessi attraverso un pallone. Ma mentre Vinicius ha un’esplosività che Busquets non ha mai avuto, l’ex mediano del Barcellona si fa invidiare un governo del centrocampo sostanzialmente unico, che faceva del Barcellona una squadra dalla spina dorsale inossidabile nei novanta minuti. Il tutto “rendendo semplice ciò che per gli altri sarebbe difficile”.

Di fatto, guardare giocare Busquets non è mai stato come andare al circo. Però è come quelle prove di manualità che vedi fare a tuo padre e pensi di poter replicare a occhi chiusi, rendendoti immediatamente conto che non è affatto così. Osservando che anche nell’aggiustare qualcosa c’è dell’arte, e che quindi un dribbling e un controllo orientato andrebbero apprezzati come fossero la stessa cosa.

Il punto è proprio questo però: per Sergio Busquets le luci dei riflettori non sono mai state tema d’interesse. Anzi, lui è sempre stato quello che i riflettori li puntava sugli altri, facendosi piccolo piccolo per dare spessore ai compagni. Come nel famoso goal di Messi nel Clasico in Champions League nel 2011, dove non solo si celebra una serpentina paralizzante del fuoriclasse argentino, ma anche quello che per molti può essere definito il miglior assist di sempre - sebbene lo sia appena - un assist. C’è Sergio Busquets in tutta questa descrizione.

Analizzando il goal, osserviamo come l’azione parta da Messi, che con la testa è già davanti a Casillas. La pulce scambia con Busquets, che al pallone quella sera preferisce soffiare, più che calciarlo. E allora prima lo stoppa aprendosi come un compasso, poi lo accompagna con un buffetto e si fa da parte, spianando la strada — proprio come un quitanieves (spazzaneve), il soprannome che gli avevano dato i tifosi culé — alla sgroppata del suo numero dieci.

Di quest’ultima si potrebbe scrivere infinite volte, ma alla fine raccontare Messi che si comporta da Messi non sorprende più nessuno. Ciò che davvero è importante in questo goal è, non a caso, la postura di Busquets, la sua presenza costante in caso di bisogno. 

Busquets omaggia la sua invisibilità toccando il pallone quanto basta per non mandare fuori tempo il suo compagno, ed è la cosa più semplice del mondo finché è lui a farla. Allo stesso modo, rende omaggio a sé stesso, alle sue capacità fisiche. Per tutta la carriera si è parlato in senso negativo della sua lentezza, del fatto che non avesse chissà che tempra per giocare da mediano, e che solo l’altezza lo favorisse. Pertanto, con quell’assist ha dimostrato come non serva essere un supereroe per poter fare il calciatore. La vera cosa necessaria è la testa, e per lui e quelli come lui è sempre stata l’unico vero fondamentale.

In questo punto più che in qualunque altro si può osservare la sua vera natura da pivote, nonché la linea dinastica che c’è tra lui e Guardiola. Quando faceva il calciatore, Guardiola era famoso in negativo per la sua “assenza” fisica, per la sua lentezza oggetto di prese in giro anche durante la sua epoca italiana tra Roma e Brescia. E forse a causa di questa presunta mancanza non è mai stato ricordato davvero come uno dei migliori calciatori della sua generazione.

Guardiola però non aveva molto da invidiare ai suoi colleghi negli anni ‘90. Non era Redondo, ma era, in senso lato, qualcosa in più: era il basamento del dream team di Johan Cruyff, la pietra angolare di quell’impianto meraviglioso che ha cambiato la storia del club blaugrana e anche del calcio stesso.

Busquets, Guardiola e Cruyff prima di lui, e il tiki taka, Xavi, Iniesta e Messi con lui, sono sempre stati dei gamechanger. Che Cruyff sia stato il primo e solo a cambiare il calcio dentro e fuori dal campo è assodato, ma quanti si rendono conto di cosa è stato il Barcellona di Guardiola e, al suo interno, Sergio Busquets per la squadra?

Il tiki taka è stata una ventata d’aria fresca epocale, e il fatto che sia ancora una rivoluzione abbastanza recente, sebbene già digerita da molti e rielaborata con successo da diversi tecnici — tra cui Guardiola stesso —, la rende apparentemente meno fragorosa di quello che fu l’Arancia Meccanica negli anni ‘70. Concettualmente però si tratta della stessa cosa. Rompere il calcio, dicevamo. E Busquets, attraverso il tiki taka e solo attraverso esso è diventato un rivoluzionario, perché gli è stato dato modo di esserlo.

In nessun'altra squadra Busquets avrebbe potuto rubare il posto a Yaya Touré nel 2008. Questo perché Yaya Touré era un fenomeno e Busquets un giocatore lento e macchinoso, che sul campo da calcio sembrava si fosse smarrito, un potenziale incompreso quindi. Come un illusionista, così lo ha definito Juan Román Riquelme, Busquets ha però ingannato tutti. Per El Mudo è stato l’unico cinque capace di giocare come un dieci. Per cui è affascinante osservare come la sua storia sia iniziata su un piano con Guardiola, e grazie a lui sia proseguita sempre sullo stesso livello, sopravvivendo a cambi di allenatore, di presidenti, di compagni di squadra e soprattutto al tempo.

Si dice che il tempo sia un tiranno, ma pare che il discorso non regga rispetto a Sergio Busquets. Più che altro, sembra che il tiranno sia lui, e che gli altri siano i suoi sottoposti. Come ha scandito il ritmo del Barcellona nelle sue 722 presenze con la camiseta blaugrana è l’unico dato oggettivo che conta più delle statistiche, perché ci mette davanti alla più grande delle verità: più di Xavi e più di Iniesta, Busquets è stato imprescindibile. Un termine col quale si trova in disaccordo, come rivelato in un’intervista a Panenka nel 2022. Tuttavia, non è casuale che quest’anno il Barcellona stia facendo fatica ad andare oltre il suo ormai ex capitano. 

Per sostituirlo, Xavi ha chiesto Oriol Romeu, un calciatore molto simile a Busquets. Suo malgrado, i risultati non si sono avvicinati granché alle aspettative che si avevano. E non per colpa di Romeu, ma per assurdo proprio a causa di Busquets: perché è stato e continua ad essere, anche dall’altra parte dell'oceano, un’anomalia. E, in quanto tale, lui e i risultati che ha ottenuto non sono replicabili. 

Sergio Busquets

“Nada más lindo que jugar con amigos” recita il post Instagram dell’Inter Miami che annunciava l’acquisto di Luis Suarez lo scorso dicembre. Sull’inizio, lo sviluppo e la conclusione della storia di Sergio Busquets, non c’è niente di più piacevole che andarsene in America da campione di Spagna, dopo aver vinto tutto ed essere stato un pilastro nel club che per anni è stato il più importante al mondo, e nella nazionale spagnola, forse la migliore di sempre.

La conclusione di carriera che Sergio Busquets si sta dedicando è semplice e lineare come dovrebbe essere. Di sé in Europa ha lasciato un ricordo bellissimo, un segno marcato nella storia, qualcosa di cui forse ci si renderà conto davvero solo in futuro. E ora, in America, potrà disfrutar delle sue ultime partite accanto ai compagni di sempre, Jordi Alba, Messi e appunto Suarez, allenato dal Tata Martino, suo ex allenatore al Barça nel 2014. 

Cosa ci sia nel futuro di Busquets è difficile pensarlo, ma è molto romantico immaginarlo allenare, e lui sembra quantomeno intenzionato a prendere il patentino per farlo. Di certo sappiamo che forma ha il suo passato: abbiamo prova vivente che il talento a volte è più difficile da riconoscere, non è evidente come in altri casi, quelli dei suoi compagni per esempio. Ma allo stesso tempo, non significa che non ci sia.

E nel caso di Sergio Busquets, c’era un talento irreale, non di quelli sfavillanti da farti stropicciare gli occhi, ma qualcosa di più placido e tranquillo, dissimulato, proprio come lui, come i suoi passaggi a tre metri, come il modo in cui, a 20 anni come a 35 anni, eludeva il pressing, recuperava il pallone, iniziava un’azione. L’evidenza che anche un lavoro che per tutto questo articolo abbiamo descritto come ordinario, può essere straordinario.


Questo articolo è uno dei dieci che potrai trovare all'interno del nostro magazine, in uscita a breve. Per riceverlo puoi associarti cliccando qui (e ottenere molti altri vantaggi) o acquistarlo direttamente cliccando qui.


  • Classe 2001, laureato in Comunicazione, innamorato del calcio latino, e non a caso adesso vive a Valencia, casa di Pablo Aimar — ma è il primo fan di Juan Román Riquelme. Scrive e ha scritto di calcio, di musica, di cose a tempo perso, ma non pensa sia davvero tempo perso.

Ti potrebbe interessare

Dallo stesso autore

Newsletter

pencilcrossmenu