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Lecce
, 12 Marzo 2024

Il Lecce ha smesso di sorridere


Una squadra spenta da D'Aversa, con un sorriso da ritrovare insieme a Luca Gotti.

Lecce è un gioco aperto, proattivo e sorridente ma di conseguenza vulnerabile e sempre coi fianchi scoperti proprio come il territorio salentino, affacciato su due mari, esposto ad ogni sorta di pericoli e intemperie.

(Sugli Spalti, 2020)

A 1 punto dal 13° posto e con una lunghezza di margine sulla prima posizione che significherebbe retrocessione. Dopo 28 giornate di Serie A, non ci sarebbe razionalmente nulla di inspiegabile nel vedere il Lecce lì dove sta, nelle burrascose acque della zona salvezza. Non c'è nulla di oggettivamente inaspettato, nel bene o nel male, in una squadra giallorossa in balia dei venti e delle folate che anche solo un pareggio o uno scontro diretto possono generare.

E allora perché, nel primissimo pomeriggio di una domenica di marzo, Antonino Gallo rientra verso il tunnel degli spogliatoi in lacrime? Non è reduce da una settimana travagliata da un lutto famigliare, non è vittima di un grave infortunio che ne pregiudica la carriera o anche solo il finale di stagione. Perché percorre quel centinaio scarso di metri col respiro affannato, le lacrime che suo malgrado gli solcano il viso, le labbra serrate?

Antonino Gallo, uno dei - se non il - migliori del Lecce di inizio 2024, è stato solo e soltanto sostituito. Al 70' di Lecce-Verona, sullo 0-1, Roberto D'Aversa ha deciso di puntare sull'atletismo e sulla prepotenza fisica di Patrick Dorgu sulla fascia sinistra. Sostituire proprio Gallo, proprio in quella partita, è stato forse la goccia tecnica che ha fatto traboccare il vaso tecnico. Il punto di non ritorno di una gestione intrapresa non con i migliori auspici, proseguita con un'insperata luna di miele e conclusasi con un divorzio dai contorni oscuri. Quella con l'Hellas è stata a tutti gli effetti la prima sconfitta in uno scontro diretto di questa Serie A, ma è tutto ciò che ha portato al gol di Folorunsho e all'esultanza con la cresta alta dell'ex Bari, ai miracoli di Montipò e ai fischi dell'Ettore Giardiniero-Via del Mare a pesare più dei punti in classifica.

Un matrimonio che non s'aveva da fare

Roberto D'Aversa è un allenatore dal curriculum all'altezza ma non dallo stesso spartito della società di Sticchi Damiani. Le esperienze estremamente speculative e reattive - a prescindere dai risultati - di Parma e Genova sponda Sampdoria non hanno però precluso l'arrivo del mister nato a Stoccarda in sostituzione di Marco Baroni, protagonista del rifiuto della proposta di rinnovo di contratto nella scorsa estate e fatalmente ultimo dirimpettaio del D'Aversa leccese. Lecce e il tifo giallorosso è da sempre riconoscente e affezionata a squadre divertenti, frizzanti e coinvolgenti. Senza il sostegno preventivo e nemmeno una remota possibilità - mai realmente immaginata, nell'ideale di una piazza consapevole di non aver mai vinto nulla e poco incline al credere a miracoli futuri - di risultati, vittorie sporche e punti sudati.

Una tifoseria e un territorio che creano identità e personalità di squadra attorno a concetti come spavalderia, baldanza, abbozzata incoscienza. Per una squadra tradizionalmente vestita dei panni di Davide in un calcio di Golia, sono state quelle a farlo senza timori o remore ad appassionare. Gli anni di Zeman, Delio Rossi e Carletto Mazzone sono stati pieni di applausi. Quelli di Bolchi, Sonetti e Papadopulo, anche se culminati con una promozione in A, sono stati maldigeriti, con contestazioni anche dopo vittorie di campionati ed esoneri immediati ai primi inciampi in A. Altri ancora, come il 2011/12 di Serse Cosmi, sono la massima espressione dell'andare oltre il risultato, con 6000 salentini in trasferta ad applaudire i giocatori in lacrime dopo la decisiva sconfitta al Bentegodi contro il Chievo.

"Queste immagini sono una goduria assoluta per chi ama il calcio e ama lo sport. Perché oggi i tifosi del Lecce hanno dimostrato di saper perdere."

Se nulla di concreto ed effettivo è manifesto, classifica alla mano, rispetto agli ultimi due campionati di Serie A, cosa devono aver significato per l'universo salentino le 28 partite di D'Aversa alla guida del Lecce? La posizione in classifica - pur con un distacco minore dalla zona retrocessione - è la stessa (16°) del 2022/23, i punti sono gli stessi (25) del 2019/20. Anche l'andamento dell'annata è sovrapponibile: inizio carico di entusiasmo ed euforia - D'Aversa nominato Coach of the Month in Agosto e 21 punti nel girone d'andata, record nella storia salentina; risultati che vengono meno nonostante prestazioni che ne avrebbero meritati altri più remunerativi; crollo dell'efficacia offensiva e realizzativa, con conseguente rimonta delle inseguitrici tramite i confronti diretti.

Costanti e variabili

Ciò che non è mutato da inizio stagione a oggi sono i due marchi di fabbrica, salvaguardati con orgoglio e rivendicazioni accorate dalla dirigenza sia in estate che durante il mercato di riparazione. Il monte ingaggi è il più basso dell'intera categoria (€15.29 mln lordi, via Transfermarkt) e l'età media - ponderata per i minuti giocati - è seconda in A solo al Frosinone (24.8 anni i ciociari, 25.6 i salentini). Il Frosinone, metro di paragone più calzante in quanto a inizio sopra le righe e prosieguo ai limiti della retromarcia, continua però a predicare una coerente espressione calcistica, anche a costo di razzolare poco e male. Il Lecce dalla pressione alta e dalle giocate istintive di inizio stagione, invece, si è trasformato in un Lecce rinunciatario, prevedibile, triste.

https://twitter.com/MicheleTossani/status/1766817766852473126?s=20

I numeri spiegano in maniera asettica l'asfittico attacco giallorosso: nelle prime 28 uscite, il Lecce è penultima in A per per gol/tiro (0.06, solo Empoli fa peggio). Il dato non è frutto di un calo drastico, anche perché a conti fatti l'upgrade più tangibile dalla passata stagione (Ceesay-Colombo) a quella in corso (Krstovic-Piccoli) si è registrato nella casella di centravanti. A raccontare la doppia faccia del Lecce di D'Aversa sono cifre e percentuali in fase di non possesso. Secondo Understat, nelle prime 13 giornate il Lecce era 2° in A per PPDA: solo il Napoli concedeva meno passaggi per azione difensiva dei salentini (10.24), emblema della volontà di aggredire l'avversario in qualsiasi zona del campo e garantirsi di attaccare una difesa mossa, impreparata a gestire una riconquista così alta e così irruente. A inizio dicembre, allo stesso modo, Wladimiro Falcone dichiarava di non pensare a una convocazione in Nazionale pur essendo, per parate totali e differenziale tra gol subiti previsti e reti concesse a gara, nella stessa conversazione di Sommer e Di Gregorio per la palma di miglior portiere di Serie A. A inizio marzo, il quadro è radicalmente mutato.

Dal 1° dicembre a oggi, il Lecce è 10° per PPDA (12.35). Dal 1° dicembre a oggi, Falcone è tra i primi estremi difensori per interventi totali (88 parate in stagione, 1 in meno del capolista Di Gregorio) ma nella media per PSxG per 90' (-0.04, tra Szczęsny e Martinez). In soldoni, il Lecce crea e subisce tiri all'incirca allo stesso modo, ma difende molto meno aggressivo e il portiere para molto meno. Nulla di nuovo rispetto all'anno di Baroni e a quello di Liverani, conclusisi in maniera differente ma con il DNA spavaldo e l'indole fiera, anche nel difendersi di posizione attorno a Baschirotto-Umtiti, di cui tutta Lecce si riempie legittimamente la bocca sino a ingozzarsi.

Una fine annunciata

Eppure, la presunta testata a Thomas Henry è stata utile alla società pugliese solo per facilitare la risoluzione del contratto in essere col mister ex Lanciano - la formula del comunicato ufficiale, "sollevato dall'incarico", non chiarisce se Roberto D'Aversa sia stato esonerato dagli oneri contrattuali o licenziato per giusta causa, avendo l'allenatore violato le norme del Codice Etico dell'U.S. Lecce - e non rimandare oltre una decisione che il resto dell'ambiente aveva già sollecitato dopo lo 0-4 griffato dalla doppietta di Lautaro.

I dubbi sulla consonanza D'Aversa-Lecce, frutto anche della distorsione della prospettiva causata dalla vicinanza delle esperienze ducali e blucerchiate, si sono avvalorati. Che fosse l'effetto sorpresa, l'entusiasmo di un gruppo più profondo e con più ricambi rispetto all'anno precedente, fatto di profili poco o per nulla noti al calcio italiano (Almqvist, Krstovic, Kaba, Banda, Dorgu...)? Che fosse la sottovalutazione delle partenze estive (Hjulmand e Umtiti) e la sopravvalutazione di un gruppo ancor più giovane, con margini di crescita potenzialmente ancor più ampi ma dagli equilibri tattici ed emotivi più labili? Che fosse l'incoscienza di ribaltare gare impronosticabili contro avversarie di altra caratura (Lazio, Milan, Fiorentina) e il mancato riconoscimento di lacune strutturali maggiori, dove la somma delle geometrie di Ramadani e la fisicità di Kaba non hanno pareggiato la visceralità di Hjulmand in mezzo al campo e lo spostamento di capitan Baschirotto sul centrosinistra ha estremizzato le carenze in costruzione del 27enne di Isola della Scala?

Nessuno discute il valore assoluto di Pantaleo Corvino e Stefano Trinchera. L'ex dirigente della Fiorentina non ha bisogno di ulteriori certificazioni per confermare lo status nel gotha dei DS italiani, e la costruzione dell'opera omnia leccese 2022/23 ne è l'ultima effigie. La capacità di programmare, mettere in prospettiva, contestualizzare e adattare il futuro davanti a sé non precludono però a possibili errori di valutazione, parte integrante dell'opera umana. A luglio 2023, la dirigenza salentina ha sostenuto a gran voce che la sola cessione scontata di Hjulmand permettesse di fare 3/4 acquisti mirati e di valore, e il girone d'andata del Lecce ne è stata la conferma. A gennaio 2024, tuttavia, il messaggio filtrato dalle dichiarazioni alla stampa e dalle operazioni in entrata e uscita è stato che la squadra non avesse bisogno di essere rinforzata. L'unica scossa sensibile, avvertita in seguito alle indicazioni dello staff tecnico, è stata la cessione di capitan Strefezza al Como, ritenuto non l'esterno di gamba ed esplosività immaginato nell'attacco in campo lungo da D'Aversa, rimpiazzato numericamente dal solo Santiago Pierotti. Dalla chiusura della sessione di gennaio, Corvino e Trinchera non hanno più presenziato davanti ai microfoni, destinando al presidente Sticchi Damiani a mettere la faccia per tutti.

La faccia - o meglio, la fronte - l'ha messa D'Aversa, paventando la volontà di rispondere a tono a Thomas Henry. Un allenatore, anche solo nelle intenzioni e non nell'azione, che si abbassa al livello di un giocatore entrato esclusivamente per sporcare ancor più di fango una partita impregnata di melma non può non rappresentare un nervosismo e una mala gestione della componente emotiva attorno a sé, evidenziata anche dal rapporto con l'ex capitano.

https://youtu.be/nEJ0mS3tbCI

Evidenziata dai minuti concessi ad Almqvist e Banda, nonostante i problemi fisici dell'uno e il calo di condizione al rientro della Coppa d'Africa dell'altro, e quelli tolti a Rafia, Sansone e Gonzalez, molto più in palla ma impiegati meno di quello che suggerirebbe il campo. Evidenziata dal considerare i primi alla stregua di Kulusevski e Gervinho quando Kulusevski e Gervinho non sono, scheletrire la manovra a una ricerca ossessiva del lancio lungo a scavalcare i centrocampisti senza un adeguato attacco alla seconda palla, sostituire il migliore in campo senza alcuna ragione tecnica o fisica.

Perché Antonino Gallo non è stato solo e soltanto sostituito. È stata la faccia più triste di un Lecce che vorrebbe, e dovrebbe, sorridere. Al Via del Mare come lontano dall'Ettore Giardiniero, dove non ha ancora ottenuto l'intera posta in palio dal rigore di Monza di Colombo. Con Luca Gotti o chiunque altro dopo di lui, in qualunque categoria, con qualunque posizione in classifica o risultato sul tabellone.

  • (Bergamo, 1999) "Certe conquiste dell'anima sarebbero impossibili senza la malattia. La malattia è pazzia. Ti fa tirare fuori sentimenti e verità che la salute, che è ordinata e borghese, tiene lontani."

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